Ci voleva il Milan di Allegri per fare uscire il Palermo da una crisi che sembrava infinita. Giocando una partita tatticamente perfetta, gli uomini di Cosmi, passati rapidamente in vantaggio, hanno sapientemente imbrigliato le presunte stelle milaniste, rischiando di raddoppiare più volte grazie a contropiedi ben orchestrati. Il Milan è parsa una squadra mediocre e in crisi di identità. A poco vale la considerazione che era priva del suo uomo più rappresentativo, Ibrahimovic, giustamente squalificato dopo la follia della scorsa settimana. Anche perché con Il Bari e il Tottenham, con lo svedese in campo, non è che i rossoneri abbiano fatto una figura molto migliore di quella fatta ieri sera al Barbera di Palermo. Eppure il Milan, esprimendo questi valori, è in testa nel campionato italiano. Un campionato oramai oggettivamente declassato, popolato da discreti giocatori elevati al rango di star da giornalisti facilmente impressionabili. Fino a qualche anno fa, le squadre italiane erano per tutti uno spauracchio in Europa. Ricordo persino un anno in cui l’Atalanta, che rappresentava l’Italia nella scomparsa Coppa delle Coppe, fece un figurone in Europa, uscendo solo in semifinale con il belgi del Malines, nonostante militasse nella serie B italiana. Oggi, al contrario, sono le squadre mediocri dei campionati esteri che finiscono con l’essere competitive persino contro le sopravvalutate ammiraglie calcistiche della nostra declassata serie A. Gli osservatori con meno fantasia, che popolano i soliti ovattati salotti della domenica, non trovando il coraggio di puntare il dito contro i potenti che governano il nostro calcio, si rifugiano in analisi banali, individuando le cause del tracollo perlopiù nella inadeguatezza degli stadi, quando non nel fatto che non esistono più le mezze stagioni o nei capricci degli dei dell’olimpo. Negli anni ’80 e ’90, quando le nostre squadre erano un modello per il mondo, i nostri stadi facevano schifo come ora. Per non parlare dei lavori effettuati in occasione dell’organizzazione del mondiale del 1990, dove l’inefficienza organizzativa delle nostre classe dirigenti raggiunse picchi da terzo mondo. La violenza nei nostri stadi era di casa e sovente ci scappava il morto. La crisi del nostro calcio ha ragioni più profonde ed è fondamentalmente il risultato della spaventosa inadeguatezza delle persone in carne ed ossa che siedono ai vertici della piramide. Negli ultimi anni, tralasciando calciopoli, si è persa la certezza del diritto e i valori sportivi sono quasi sempre passati in secondo piano. Le classifiche finali, più che il campo, sovente le hanno stilate i magistrati, costretti a valutare una miriade di casi spesso strampalati. Il tutto mentre la giustizia dorme e quando non dorme fa danni. Tra serie A e B le squadre sono aumentate notevolmente di numero abbassando nettamente la qualità dei rispettivi tornei. Le squadre, poi, nonostante bilanci in rosso, continuano a creare rose di 40 giocatori, destinati a vivere perennemente tra panchina e tribuna. Le nazionali, infine, con la caduta delle barriere per gli stranieri, finiranno per non avere alcun senso. Ma invece di cambiare gli uomini che portano la responsabilità del disastro gli italiani filosofeggiano e, passata l’ira, dimenticano tutto e nulla cambia. A proposito, scusatemi ma ora devo andare. Stanno iniziando le partite…

    Categorie: Attualità, Editoriale, Sport

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