L’unico mezzo di emancipazione sociale è rimasto il sesso. Dopo anni di battaglie per la libertà, per l’uguaglianza e per la dignità, il nostro Paese si ritrova al punto di partenza. Una nuova e più debole moltitudine di disperati affolla la nostra società, ridisegnata oramai su modelli ottocenteschi. La disoccupazione giovanile è a livelli record e i fortunati che un lavoro ce l’hanno devono convivere con stipendi da fame. La classe lavoratrice ha visto erodersi quasi tutte le faticose conquiste legislative del novecento, mentre tanti intellettuali al soldo dei padroni del vapore ingannavano la gente chiamando flessibilità l’insicurezza e spacciando le moderne schiavitù per nuove opportunità. Il lavoro è tornato ad essere una merce, e gli sfortunati che non sono nati in un contesto agiato non avranno nessuna concreta possibilità di vedere migliorare la loro condizione sociale. Perché l’Italia è una foresta pietrificata, corporativa e oligarchica, dove un ristretto gruppo di classe dirigente governa sulle cose con piglio autoritario e dinastico, annullando la democrazia e imponendo la perpetuazione della specie attraverso un nepotismo sfacciato e arrogante. Agli altri non resta che servire i padroni nella speranza di ricevere un pezzo di pane. Per le ragazze, solo se belle, che non vogliono fare le cassiere per 500 euro, c’è sempre il bunga bunga. Gli intrecci nei Cda della grandi società che formano la spina dorsale del nostro tessuto economico sono impressionanti. La trasversalità è la regola e la politica, anziché governare l’economia, propone i soliti personaggi, semplici esecutori dei desiderata dei potentati economici. Destra e sinistra non significano nulla, sono categorie inutili prima che inesistenti. La dignità dei lavoratori è stata annullata da un’opera congiunta tra destra e sinistra. Prima con la legge Treu (sinistra) e dopo con la legge Biagi (destra), chi comanda ha ottenuto il risultato che voleva. Aldilà delle sofisticate teorie di tanti commentatori prezzolati, il processo di cambiamento della nostra società ha seguito logiche banali e matematiche. Per permettere ad un ristretto nucleo di persone di vivere nel lusso più sfrenato e al di sopra delle regole, non restava che ridurre sostanzialmente alla fame quello che una volta si chiamava ceto medio. Siamo diventati simili ai paesi arabi, dove pochi miliardari esercitano il comando su una massa di straccioni. Chi si permette di alzare la voce viene criminalizzato per non disturbare l’opera pia dei nuovi patrizi. Si invitano tutti ad abbassare i toni per non fomentare possibili climi di violenza. Ma, mi domando, cosa c’è di più violento di un sistema che costringe così tanta gente a vivere di stenti? Un tempo la differenza di salario tra un manager e un operaio era di uno a dieci. Oggi la differenza è uno a mille. Gli ingordi continuano a stringere il cappio intorno al collo di una generazione imbelle. Ma non bisogna dirlo. Non bisogna disturbare. La servitù taccia.

    Francesco Maria Toscano

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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