Certe volte il silenzio fa rumore. Specie quando è improvviso ed apparentemente immotivato. Gli italiani si erano abituati alla presenza mediatica costante di un personaggio controverso, definito a seconda delle angolazioni e della estemporaneità delle analisi, o come una specie di oracolo o come un pericoloso mitomane, disposto a giocare una partita pericolosissima pur di inseguire i suoi privatissimi interessi. Stiamo parlando di Massimo Ciancimino, figlio del più famoso Vito, già sindaco di Palermo negli anni del sacco che, con le sue dichiarazioni sugli anni delle stragi, ha indirizzato l’attenzione della pubblica opinione su vicende buie e inquietanti che, come fantasmi, tornano dal passato. Vicende relegate troppo frettolosamente in un angolo buio e polveroso della coscienza collettiva di un Paese, l’Italia, che non trova il coraggio di guardarsi allo specchio fino in fondo.

    In molti, precisa Massimo Ciancimino, si chiedono dove sia finito. Anche un giornalista attento come Nuzzi si faceva la stessa domanda. La verità è molto semplice. Ho soltanto ritenuto fosse opportuno diminuire di molto la mia esposizione mediatica, considerato il nuovo ruolo di indagato che purtroppo sono stato costretto ad indossare. Credo sia doverosa, a questo punto, una speciale continenza verbale, anche per una forma di rispetto nei confronti dei magistrati. Io, a differenza di altri, intendo difendermi nelle sedi opportune.

    Ci tiene Ciancimino a sottolineare questo ultimo passaggio che evidentemente chiama in causa i comportamenti del premier Berlusconi, istintivamente più portato a difendersi su terreni a lui più congeniali, come i media, piuttosto che in una austera aula di tribunale. Dalle parole di Massimo si evincerebbe dunque che l’improvviso diradarsi delle sue presenze televisive sarebbe frutto prevalentemente di una scelta intima e personale. Ma gli osservatori più attenti non hanno potuto fare a meno di notare come, tale cappa di silenzio, sia immediatamente successiva alla pubblicazione di alcune indiscrezioni di stampa che, addebitandone il contenuto a Ciancimino, accostavano la figura del prefetto Gianni De Gennaro a quella del misterioso signor Franco, personaggio più volte evocato nei racconti del giovane Ciancimino e indicato come punto di incontro di mondi solo apparentemente molti distanti.

    Effettivamente alcune coincidenze sono curiose. Non appena sono state rese pubbliche alcune notizie che affiancavano il nome del signor Franco a De Gennaro, guarda caso, sono subito spuntate su alcuni giornali delle intercettazioni che mi riguardavano. Non sono un complottista ma la coincidenza è certamente singolare. Il 2 Dicembre del 2010 mi intercettano a Verona in compagnia di un personaggio indagato e che non conosco, e già il 7 dello stesso mese, alcune frasi intercettate, estrapolate dal contesto, me le ritrovo sui giornali. Singolari casualità. Non intendo comunque vestire i panni della vittima per questo. In ogni caso non ho detto che il signor Franco è De Gennaro. Questa voce esce grazie ad una efficientissima relazione di servizio del dott. Busceti sulla base di una discussione avvenuta in un bar tra noi. In sede di interrogatorio, come è giusto che sia, il mio atteggiamento è stato altro. Perché sento il dovere di difendermi sapendo che quello che dico potrà essere usato contro di me.

    Nonostante Massimo Ciancimino venga di norma dipinto come un concentrato di furbizia di luciferina efficacia, lo stesso è invece recentemente incappato in una poco edificante vicenda che, comunque vada a finire, getta sul personaggio in questione una luce molto lontana dal cliché tradizionale che lo accompagna e che, a voler essere minimalisti e comprensivi, potremmo definire frutto di “straordinaria ingenuità”. Ciancimino è stato infatti intercettato a Verona, in compagnia di un calabrese sottoposto ad indagini perché ritenuto dagli inquirenti vicino alla ‘ndrangheta, mentre parlava di affari. Tutto ciò con l’ulteriore aggravante di essersi mosso senza scorta. Una storia decisamente scomoda per un personaggio sovraesposto come lui, al centro di vicende delicatissime e potenzialmente dirompenti. I suoi molti detrattori hanno perciò avuto gioco facile nel cavalcare la vicenda fino a chiederne la revoca della scorta.

    La scorta però non mi è stata revocata, alcuni hanno soltanto avanzato questa ipotesi sulla scia delle polemiche riguardanti la mia fuga a Verona. Quell’incontro a Verona, utilizzato strumentalmente da chi ha interesse a delegittimarmi, è stato un errore, una leggerezza. Spero di essere chiamato al più presto dagli organi competenti per chiarire ogni aspetto di questa vicenda. Mi scuso per essermi mosso senza scorta, ma non comprendo che tipo di ritorsione sia la sua eventuale revoca. In Italia la scorta è quasi uno status symbol. Dicono: “Gode della scorta”. Ma chi è che “gode” della scorta? Questa forma di protezione non deve essere revocata sulla base dei miei comportamenti privati ma solo nel caso in cui cessi la condizione di pericolo. Se mi dicono che non corro più alcun rischio sarò felicissimo che mi venga revocata.

    Nei dettagli della vicenda che a cascata ha determinato queste polemiche Ciancimino dice di non poter entrare. Si limita solo ad effettuare un’analisi generica sulle motivazioni che lo spinsero fino a Verona per incontrare un imprenditore calabrese risultato poi indagato per gravi reati.

    La storia è semplicissima. Io lavoro e perciò ho l’esigenza di monetizzare. Ma che senso avrebbe per uno esposto come me avere rapporti consapevoli con uomini della ‘ndrangheta o della camorra? In quel caso andrei condannato all’ergastolo. Sfido qualsiasi procura a poter dimostrare rapporti tra me e questo tipo di personaggi. Quello in oggetto è un finto caso. Ho incontrato, solo tre volte, una persona (Strangi) che non conoscevo e che non potevo sapere fosse indagata. Le intercettazioni trascritte sui giornali non rendono un servizio alla verità. Il tono delle frasi era scherzoso e i concetti incriminati assolutamente estrapolati dal contesto. E’ una colossale strumentalizzazione. Il ministro Alfano ha detto che grazie a queste intercettazioni ambientali finalmente stanno facendo luce sul personaggio Ciancimino. E lo dice proprio lui che le intercettazioni vuole abolirle. Vedo in giro troppa doppia morale. Se le intercettazioni riguardano me, per molti, sono oro colato. Quelle del caso Ruby, invece, vanno interpretate. Gli stessi che attaccano me, quando si tratta di Berlusconi spiegano che al telefono si scherza, si millanta e si inventa. Eppur di giustificarlo si inventano di tutto. Concetti che naturalmente per me non valgono. Io, nonostante sia stato massacrato, in particolare dal Corriere della Sera, continuo però a ritenere le intercettazioni un indispensabile strumento di indagine.

    Massimo Ciancimino fa certamente paura a molti. Le sue dichiarazioni hanno costretto l’Italia, con le sue immutabili classi dirigenti, a riaprire alcuni cassetti della storia che tanti vorrebbero rimanessero chiusi per sempre. Il nome di Massimo Ciancimino in particolare evoca lo spettro della “trattativa”, di quel presunto patto cioè che vide protagonisti uomini delle istituzioni e mafiosi, con i Ciancimino coinvolti nel ruolo di mediatori.

    La mia colpa più grande è quella di avere aperto squarci di verità su un periodo buio e tragico come quello delle stragi. Fino al Gennaio del 2008 le stragi erano un argomento buono solo per tristi e retoriche commemorazioni. Il giorno dopo poi tornava tutto come prima. Ora fortunatamente grazie anche alla mia sovraesposizione mediatica, alcune coscienze si sono svegliate e a molti è tornata improvvisamente la memoria. A tutti quelli che mi accusano di avere ottenuto enormi vantaggi dalla scelta di parlare, vorrei ricordare che se sono indagato per calunnia e concorso esterno in associazione mafiosa lo devo proprio alla scelta di non aver preferito chiudermi in un interessato silenzio. Se mi fossi fatto i cazzi miei ora certamente non dovrei rispondere di questi reati, poiché tali procedimenti penali sono il diretto risultato delle mie dichiarazioni.

    E’ lecito chiedersi perché Massimo Ciancimino ha deciso improvvisamente di frugare nel cassetto dei ricordi. Troppi anni sono passati. E proprio quando una coltre di colpevoli silenzi sembrava avesse archiviato per sempre storie tragiche e spaventose, ecco riemergere dal passato una figura capace di fare sanguinare ancora una ferita che pareva cicatrizzata. Perché lo fa? Quale molla lo spinge a fare un passo tanto delicato? Le possibili risposte oscillano dalle certezze di chi dipinge un uomo intento solo a salvaguardare le tante e illecitamente accumulate sostanze del padre, fino a chi riconosce al giovane Ciancimino una leale volontà di servire le ragioni della verità.

    Quando lo Stato mi ha porto la mano io non l’ho mai rifiutata. Ho deciso di parlare anche a causa di un crescendo di situazioni e di molestie che ho ricevuto, culminate con l’iscrizione nel registro degli indagati per riciclaggio. Ma perché, mi damando, solo io, unico di cinque figli, devo rispondere dei soldi ereditati da mio padre?Hanno preso di mira solo me non per il mio tesoro ma a causa del mio bagaglio di conoscenze. I vari Cicchitto e Gasparri, poi, dovrebbero spiegarmi in concreto a quali benefici potrei aspirare. Mi dovrebbero indicare secondo quale norma di legge io potrei conservare i soldi di mio padre in virtù delle mie parole. Me lo dicano, se lo sanno. L’unica legge non scritta che io conosco e che generalmente consente di godersi le cose in assoluta tranquillità è quella di farsi i fatti propri.

    Scrutare la mente di uomo al fine di comprendere le ragioni più intime che ne condizionano le scelte è impresa ardua e certamente rischiosa. Più semplice è forse passare dalla psicologia ai fatti, limitandosi ad unire quelli accertati e valutandoli nella loro fredda oggettività.

    Perché nessuno chiede a De Donno come mai pensò di proporre proprio a me l’idea di aprire un canale di dialogo per fermare le stragi? Quando lo Stato si presentò da me nelle vesti di De Donno io non rifiutai di garantire il mio contributo perché non ho mai avuto la struttura del mafioso e questo chi di dovere lo sapeva benissimo. Sapevano pure che avevo già provato a convincere mio padre a collaborare ma fallii perché i miei fratelli si misero di traverso. Il mio obiettivo è sempre stato quello di fare passare mio padre dall’altra parte della barricata, e certamente sapevano pure questo. Vengono da me perché rappresentavo l’ala dialogante della famiglia, dialogavo pure con Falcone. Subito dopo le stragi mio padre disse “questa non è mafia, è terrorismo”. Queste parole vennero interpretate come un’ implicita apertura, e allora si fecero avanti. Mio padre accettò di fare da tramite per esclusivo interesse personale. Fondamentalmente Vito Ciancimino servì soltanto per catturare Riina, una volta catturato il superboss lui non serviva più perché aveva inizio una fase della trattativa che vedeva protagonisti altri personaggi. Mio padre mi diceva sempre che la vera trattativa era iniziata 19 giorni dopo la mancata perquisizione del covo di Riina.

    Una domanda continua ad aleggiare sullo sfondo. Perché quelle stragi? A cosa servivano quei morti, concomitanti con la caduta di un potere, quello primorepubblicano, esercitato per lunghissimi anni da una partitocrazia invecchiata che esprimeva sempre gli stessi personaggi? Dopo il ’93 nulla sarà più come prima, anche se nel Paese del Gattopardo spesso i cambiamenti servono solo a conservare l’esistente. Una lettura dei fatti, ex post, può suggerire qualche via di uscita dal labirinto di incertezze che soffocano la via stretta che conduce alla nuda verità.

    Mio padre diceva che lo stragismo accelera il cambiamento, isola le parti estremiste e ricompatta al centro. Ma escludo categoricamente che le stragi servissero ad aprire la strada a Forza Italia. Non troveremo mai risposte se prevarrà la tentazione della bassa strumentalizzazione politica di parte. Con riferimento alla trattativa, destra e sinistra sono concetti che non hanno senso. La trattativa, infatti, non ha colore politico ma solo il colore rosso sangue delle vittime. I politici che sono sopravvissuti o rinati grazie a quel sangue oggi siedono su tutti i lati del parlamento. Bisogna inseguire i fatti e non usarli per manipolare la verità a piacimento delle parti interessate. I media però non prestano la giusta attenzione alla gravità della vicenda. Il quadro non è incoraggiante. La destra, Gasparri in testa, si affanna nel dimostrare che il problema è riferibile a Conso, mentre prima quando tutti puntavano il dito contro Forza Italia esultava la sinistra. Bassezze. La verità è una sola ma temo che Sciascia avesse ragione quando affermava “lo Stato non può processare se stesso”.

    Lo Stato. Un concetto nobile spesso violentato dalla inadeguatezza di uomini che, rappresentandolo, ne indeboliscono il prestigio. I farisei contemporanei sono soliti stracciarsi le vesti di fronte a racconti poco edificanti che riguardano le alte cariche istituzionali, con la motivazione risibile che bisogna difendere le istituzioni. La repubblica dell’ipocrisia trova così pieno compimento. Costoro si indignano non tanto per il fatto che uomini sospettati di avere giocato un ruolo in vicende così oscure continuino ad occupare posti di prestigio, no, si preoccupano piuttosto di ostacolare la ricerca della verità per un malinteso istinto di difesa di quelle istituzioni che garantiscono una tenuta di sistema che in fondo tiene in vita anche loro.

    Sono tantissimi i personaggi pubblici che ancora non hanno ritrovato la memoria. Preferisco non fare nomi per evitare altri processi per calunnia. Noto però che Violante, ad esempio, si è ricordato solo adesso del fatto che forse aveva ricevuto all’epoca il rapporto sul 41 bis. Lo stesso Violante che, all’indomani della consegna del Papello, (foglio contenente le richieste di Riina allo Stato per interrompere le stragi) si era preoccupato di metterne in dubbio l’autenticità con l’argomentazione che il quinto punto, quello riguardante la dissociazione, comparve solo nel 1997. Non è così. Infatti di dissociazione e di revoca del 41bis si discuteva già nel 1993 a livello ministeriale, come dimostrano alcuni documenti consegnati nel processo Mori.

    La trattativa rende concreti i peggiori pensieri. Interrogativi avvolgono anche personalità che gli italiani sono abituati a riconoscere come baluardi sicuri in difesa della onorabilità delle istituzioni Repubblicane. Persino ex Presidenti della Repubblica come Scalfaro e Ciampi vengono infatti sentiti dall’autorità giudiziaria. Mentre le scelte in tema di politica carceraria effettuate dal ministro Conso, all’epoca del governo Ciampi, disorientano parte della pubblica opinione e sono difficilmente spiegabili. I destinatari delle richieste contenute nel Papello, inoltre, sarebbero secondo Ciancimino, i due ex ministri Mancino e Rognoni che diverranno in seguito vicepresidenti del Csm, Mancino e Rognoni. La chiamata in causa di queste personalità, le cui eventuali responsabilità politiche prima che penali sono tutte da dimostrare, suggestiona in maniera particolare. Perché, diciamoci la verità, mina quella sensazione tutto sommato rassicurante che per togliere quel fastidioso alone di mafiosità dalla nostra vita pubblica basterebbe pensionare Berlusconi e Dell’Utri. I fatti ci dicono che il quadro, purtroppo, è più complesso e non consente facili scorciatoie.

    Mio padre mi disse che nel 1992 Cosa Nostra tutti i suoi nemici li aveva eliminati. Con gli altri si poteva discutere. Di Berlusconi diceva che non era mafioso bensì un soggetto tenuto sotto pressione e ricattato da questa gente. Queste parole hanno trovato conforto nelle dichiarazioni di tanti collaboratori di giustizia come Giovannello Greco, Brusca e altri. A Brusca, poi, non è che sto molto simpatico visto che voleva ammazzarmi. Eppure è vero che alcuni pentiti hanno confermato nel dettaglio i fatti riguardanti gli investimenti mafiosi a Milano. D’altronde c’è una sentenza che dice che Dell’Utri era mafioso fino al 1992. Mio padre diceva anche che lo stalliere era ad Arcore per il cavaliere e non per il cavallo che, peraltro, non c’era. Se sia casuale poi il fatto che i destinatari del Papello siano poi divenuti entrambi vicepresidenti del Csm non voglio esprimermi. Però mi interrogo. Credo che chiunque provi a mettere insieme i fatti e si accosti al tutto con spirito di verità capisce per forza cosa è successo. I fatti sono lì, basta trovare il coraggio di guardarli. La verità, dal punto di vista intellettuale, è già patrimonio comune.

    Massimo Ciancimino ha più volte espresso perplessità sulla dinamica ufficiale riguardante la morte di suo padre. Secondo lui qualcosa non torna.

    Mio padre aveva dichiarato ad Ingroia che nel giorno in cui Andreotti fosse stato condannato anche ad un solo giorno di galera lui avrebbe parlato. Guarda caso è morto esattamente il giorno dopo la condanna in appello di Andreotti a Perugia. Non dico altro. C’è a Roma un’inchiesta sul caso.Massimo Ciancimino è inoltre accusato di fornire all’autorità giudiziaria documenti diciamo così “a tappe”

    E’ vero. Per questo mi chiamano il “Findomestic dei collaboratori”. Io mi ero posto inizialmente un livello di collaborazione incentrato esclusivamente sulla trattativa. In seguito è stata la Procura ad allargare il cerchio chiedendomi conto di verbali spariti, di fascicoli spariti e di carte scomparse riguardanti Berlusconi e Dell’Utri. Se io parlo senza un supporto cartaceo rischio di incorrere nella calunnia. Questo aspetto mi obbliga alla prudenza. L’inchiesta sulla trattativa è delicatissima, non punta verso il basso. Verso il basso ci sono le dichiarazioni di Spatuzza che sta facendo un ottimo lavoro e infatti a giorni la procura di Caltanissetta dovrebbe chiedere la revisione di alcuni processi proprio grazie al contributo offerto da Spatuzza. Le sue parole possono aiutare nell’individuazione degli esecutori materiali delle stragi. Le mie invece aiutano a definire il contesto decisionale ai massimi livelli. E’ facile dire “perché Ciancimino non dice tutto insieme?”. Mi dicono: “Ma lei ha ancora un fogliettino che parla di Napolitano”? Ma poi chi risponde del reato di calunnia? Solo io. Troppo comodo pontificare così. Ricucci aveva ragione: “E’ bello fare i froci cor culo dell’artri”. Quella che voi chiamate rateizzazione delle dichiarazioni è solo doverosa cautela. Io non sono un pentito, non è che ho ammazzato qualcuno e posso dire come sono andati esattamente i fatti. Io sono un teste e quindi devo provare alla virgola tutto quello che dico. Il Paese non è ancora pronto per affrontare tutta la verità Pure il grande Buscetta, pur collaborando con Falcone, aspettò dieci anni per parlare di Andreotti. Capiva che i tempi non erano maturi.

    I tempi non sono maturi e forse non lo saranno mai. In Italia ancora mancano risposte esaustive persino sulle stragi degli anni di piombo.

    La verità processuale è lontana soprattutto perché la magistratura non è compatta. Troppe gelosie tra procure su competenze e gestione dei processi. Io contribuisco come posso al fine di fare luce. Alcune cose, che pure so, ma che non sono in grado dimostrare, non le dico per prevenire i processi per calunnia. Mi hanno già querelato Mancino e De Gennaro. Non è facile parlare.

    La magistratura non è compatta e forse ,in alcuni casi delicati, in passato ha commesso degli errori . I processi, ad esempio, costruiti sulle parole del pentito Scrantino, nonostante siano divenuti definitivi, potrebbero andare incontro a revisione.

    Non so se i processi costruiti sulle parole di Scarantino siano stati condotti così per malafede o incapacità. Certo sapere oggi che il questore La Barbera era pagato dai servizi e individuato con il nomignolo di Catullo non depone favorevolmente. Voglio chiarire un concetto. Per capire la trattativa nel suo insieme è inutile inseguire il numero degli accordi. Il famoso cantante Lou Reed diceva che “dopo tre accordi è musica…”

    La Sicilia di oggi pare molto diversa da quella che esprimeva sindaco di Palermo Vito Cinacimino

    Il malessere sociale è concime per la mafia, oggi come ieri. La mafia armata è però oggettivamente in disarmo. La mafia, in fin dei conti, è un organo parassitario e per questo non potrà mai sostituire lo Stato. La Licata mi ha ricordato che mio padre è stato il peggior sindaco che Palermo abbia mai avuto, io gli ho risposto che però la competizione non è ancora finita.

    Un padre è un padre, qualunque cosa faccia. Per chiunque sarebbe complicato ricordarne la memoria all’interno di una cornice tanto sgraziata. Ma Massimo Ciancimino non lascia trasparire emozioni particolari. Non sembra esserci troppo spazio per i sentimentalismi nella ricostruzione del suo racconto.

    Non soffro nel ricordare questi fatti che riguardano mio padre. Diceva uno scrittore francese: “Non si può giudicare chi si ama”. Io non amavo mio padre.

    Massimo Ciancimino è ancora giovane, ha una moglie e un figlio piccolo. Nelle sue parole c’è più speranza che paura.

    Io ho paura soprattutto di me stesso. Spero di tornare un giorno a condurre una vita normale. Vorrei soltanto tenere la mia famiglia lontano da tutto questo. Ho sofferto del fatto che mia moglie sia stata interrogata.

    Su Saverio Romano, tirato in ballo da Ciancimino nelle sue dichiarazioni, dribbla con una battuta

    Ormai si portano avanti con il lavoro. I ministri se li scelgono già indagati…

    Massimo Ciancimino farà anche paura a molti ma di certo non ha perso il gusto della battuta.

    Leggevo che il governo Berlusconi vuole trattare con Gheddafi mentre cadono le bombe. Certo che in Italia il vizio non se lo
    levano mai…

    Francesco Maria Toscano

    Un commento

    1. [...] arrestato per calunnia in danno del prefetto De Gennaro, ebbe modo di parlare dell’argomento (clicca per leggere). Amato e Violante costituiscono due pericoli mortali, ma anche Prodi non scherza. Fa impressione [...]

    Commenta


    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

    • Cos’è il moralista

      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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