La rappresentazione è l’anima del potere politico. Non la verità, fate attenzione. La capacità di rappresentare una realtà possibile in maniera funzionale ai progetti del potente di turno certifica una garanzia di successo. Traduciamo il concetto. Prendiamo un argomento spinoso che orienta l’opinione pubblica sulla affidabilità di chi si candida ad amministrare la cosa pubblica: ad esempio la mafia. Chi voterebbe un politico manifestamente pro mafia? Pochini, oggettivamente. E quand’anche lo votassero, il politico in questione finirebbe presto al fresco. E come si fa, però, in terra di mafia, a costruirsi un’immagine antimafia convivendo però con un substrato economico palesemente condizionato dalla presenza delle cosche? Bella domanda. Chi riesce nel sottile equilibrismo, in genere, si guadagna sul campo un luminoso avvenire politico. Lo schema è abbastanza semplice e collaudato. In genere, i politici più furbi esasperano con pubbliche dichiarazioni la loro “decisa avversità ad ogni forma di condizionamento mafioso”, partecipano ad incontri, tavole rotonde e plaudono agli arresti dei criminali con dichiarazioni roboanti. I più entusiasti, poi, alla Cuffaro, se ne vanno in giro con magliette con su scritto “la mafia fa schifo” o qualcosa del genere. Tutto questo è utile principalmente per due ragioni. Perché consente al politico di turno, magari con l’ausilio di una stampa sonnecchiante, di far sì che la sua persona venga percepita dall’elettorato votante come integerrima, e soprattutto perché non sposta nulla nella realtà empiricamente percepibile. Al mafioso non gliene frega niente delle chiacchiere, gli interessano i soldi e la gestione dei posti di lavoro. Soldi e gestione dei posti di lavoro costituiscono il terreno perfetto per guadagnarsi quel rispetto sociale che, in terre povere, garantiscono la sopravvivenza delle organizzazioni criminali. Dove poi non esiste un’economia privata in grado di camminare da sola, e tutto passa per il potere politico, la questione si fa ancora più intrecciata. I mafiologi di un certo peso spiegano che in alcune regioni tutta la struttura economica è appannaggio esclusivo delle cosche. Nonostante politica e mafia giochino spesso sullo stesso terreno, quello del consenso e della gestione dei posti di lavoro, raramente si fanno la guerra frontalmente. E’ più facile infatti che trovino il modo di creare un “equilibrio di sistema” buono per tutti. Lo schema è abbastanza semplice. Accantonata fortunatamente la stagione della mafia militare, oggi è particolarmente in voga quella dei cosiddetti personaggi di confine. Di quelli, per capirci, che pur operando spesso nell’interesse delle mafie, lo fanno sovente all’interno di un circuito economico apparentemente legale. Per cui il potere politico può far finta di non capire quali circuiti garantisce non rischiando praticamente nulla. Quand’anche poi, magari a causa dell’intervento della magistratura, dovessero infatti palesarsi intrecci sconvenienti tra mafia, politica e affari, il buon politico riuscirà a scaricare le colpe sul burocrate di turno, stando però attento a rassicuralo con segni di vicinanza “concreti”. In pubblico, magari, condannerà “condotte sconvenienti che vanno censurate”, mentre in privato si prodigherà per continuare a garantire sicurezze e privilegi a chi è caduto per la causa, al fine di rassicurarlo, ed evitando così pericolosi quanto possibili colpi di testa. Chi capisce lo schema e lo interpreta con la bravura di un attore holliwoodiano avrà probailmente vita lunga e piena di successi. Per gli altri, ingenui, idealisti, macchinisti, fuochisti e uomini di fatica sarà soltanto pianto e stridore di denti.

    Francesco Maria Toscano

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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