Di Pietro accenna alla possibilità che in Italia il popolo si “rivolti” contro il potere costituito. Un’ipotesi che l’ex pm di mani pulite utilizza prevalentemente in chiave elettorale senza in realtà crederci più di tanto. Anche perché se il popolo veramente trovasse il coraggio di organizzare un movimento atto alla rivoluzione di un ordine sociale iniquo e neoschiavistico, troverebbe proprio nel baby pensionato Di Pietro, padrone di un partito personale che ingrassa grazie al rimborso pubblico, uno dei primi bersagli. Ma, aldilà delle boutade, esistono per davvero le condizioni perché nel breve o medio periodo l’Italia possa vivere scenari libici? Preliminarmente bisognerebbe chiedersi perché l’opinione pubblica europea e americana è chiaramente schierata dalla parte degli insorti che, in Libia come in Tunisia, si battono per sovvertire gerarchie di potere consolidate. Perché i movimenti di piazza in quelle aree del pianeta trovano consenso, mentre da noi stampa e politica tendono a criminalizzare qualsiasi forma di pubblica manifestazione? Perché l’Italia non è la Libia e in democrazia la forza non diventa mai uno strumento giustificabile al fine di risolvere crescenti tensioni sociali, risponderebbero i moderni sapientoni. E qui siamo arrivati al cuore del problema. L’Italia è ancora una democrazia? Se per democrazia intendiamo la possibilità per chiunque di partecipare alla formazione dei processi decisionali, l’Italia non ha più nulla di democratico. Il potere è da un ventennio saldamente nelle mani di una immutabile oligarchia che, oramai irresponsabile sia dal punto di vista politico che penale, perpetua privilegi di casta sulla pelle di una moltitudine crescente di disgraziati, precari e poveri. Una situazione da ancien regime. I poteri di controllo, fondamentali per distinguere una democrazia liberale da una dittatura de facto, sono stati occupati militarmente dalla stessa genia. Gli intrecci tra politica, affari e mondo dell’informazione sono evidentissimi. L’avidità delle nuovi padroni trova conforto nel progressivo impoverimento del cosiddetto ceto medio, oramai scivolato sotto la soglia di povertà. Salari bassissimi e precarietà estrema servono ai padroni per rimodellare la società secondo schemi ottocenteschi. I partiti sono ridotti a comitati di affari. Questo è il quadro. Un incantesimo malvagio sembra però impedire alla gente di capire la drammaticità del contesto. O forse dalla generazione cresciuta con i tronisti di “uomini e donne” non si può pretendere nulla di più.

    Francesco Maria Toscano

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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