Alle volte mi chiedo se il sistema di potere che governa le nostre vite meriti di essere riconosciuto come legittimo. Ci riempiamo la bocca di parole vuote come democrazia, stato di diritto, merito, lavoro, opportunità, uguaglianza. Concetti ripetuti con la stessa profondità con la quale ne parlerebbe un pappagallo. Ma grattando la forma e provando a impadronirsi della sostanza vera degli argomenti, quali di queste grandi conquiste è ancora attuale? Mi guardo intorno e vedo macerie e ipocrisia. Un’intera generazione, la mia, quella dei ragazzi mai cresciuti, nati a cavallo degli anni’80, vive una condizione paradossale. Sospesi tra la tentazione di un futuro dignitoso che non arriva e l’ansia di vivere una quotidianità opprimente. Una generazione che ha perso, senza fiatare e forse senza neppure accorgersene, tute le conquiste dei nostri padri e, prima ancora, dei nostri nonni. Non abbiamo più diritto ad avere un lavoro degno di questo nome, non possiamo comprare una casa con i nostri soldi, non abbiamo legittime prospettive di migliorare la nostra condizione sociale attraverso lo studio, non abbiamo diritto ad accedere alla vita pubblica, oramai appannaggio esclusivo di caste fameliche e nepotistiche. E’ vero, ci resta il Grande fratello o Maria de Filippi e i suoi tronisti, ma ci basterà ancora per molto? Non lo so. Ho l’impressione che la consapevolezza del baratro nel quale siamo precipitati non sia ancora apparsa nella sua piena virulenza. Viviamo ancora un finto benessere, delegato, che deriva dalle certezze costruite dalle generazione precedenti e destinato a durare ancora per poco. Direi che stiamo ballando sul Titanic, se non mi accorgessi che la metafora è molto inflazionata. Ma tant’è. Forse il vero peccato è quello di ragionare sulle cose. Forse si tratta di una masochistica incoscienza. Forse sarebbe il caso di fare come quel triste personaggio di quel vecchio film, di cui non ricordo mai il titolo, che dopo aver scolato una cassa di Whisky, si rivolge incerto al barista implorandolo: “Dimmi che tutto va bene Jim…”. Allora sapete che faccio, che ve dico anch’io: non credete a nulla di quello che ho scritto. E’ solo lo sfogo di un pessimista d’accatto che vede tutto nero perché ha perso al fantacalcio.

     

    Categorie: Editoriale, Società

    2 Commenti

    1. sawyer scrive:

      moralista…ma tu dovresti essere chi, come il buon Verdone del film, onesto e integerrimo prosegue per la sua strada abbattendo ostacoli a destra e a manca…e invece ti fai buttare giù da una partita al fantacalcio.
      In ogni caso ti auguro di trionfare…nella vita…e al fantacalcio.

    2. amico pulito scrive:

      Mah, forse sarò pessimista.. Ma non ci vedo, in quello che hai scritto, soltanto lo sfogo di uno che ha perso al fantacalcio…
      Direi che è una fotografia attenta e precisa del momento storico in cui versa l’intera società, non solo una generazione!
      Chiaro è, questo si, che a pagarne le conseguenze sono le generazioni ancora in divenire..
      Ma se il fantacalcio ha questo effetto “lisergico” nei tuoi confronti, allora continua a giocare e… Forza Filippone!!

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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