La verità è una cosa, la forza un’altra e l’opportunità un’altra ancora. La legge in concreto è spesso una sintesi più o meno casuale delle tre categorie sopraindicate. Oggi ha parlato Brusca e ha svelato un presunto segreto che alcuni, tipo Salvatore Borsellino, gridano da tempo. Brusca ha detto che il terminale della trattativa stato-mafia era l’ex ministro dell’interno Nicola Mancino. Mancino ha detto che si tratta di una vendetta di cosa nostra per il trattamento inflessibile che il già vicepresidente del Csm avrebbe riservato ai mafiosi. Bene. Primo dato apparentemente provocatorio: del merito delle dichiarazioni di entrambi non me ne frega niente. Mi interessa invece provare a mettere insieme dei tasselli per vedere, come recitava quel simpatico motivetto, l’effetto che fa. Allora, proviamo a ragionare intorno a qualche dato certo. Dell’esistenza di una trattativa stato-mafia, intavolata negli anni delle stragi, non ha parlato nessuno fino a quando un personaggio controverso come Ciancimino non ha inteso per ragioni inintellegibili riaprire il cassetto dei ricordi. Sulla scia delle sue parole molti hanno ritrovato la memoria. Sulla credibilità complessiva di Ciancimino, attualmente in carcere con l’accusa di calunnia aggravata ai danni dell’ex capo della polizia De Gennaro, gli inquirenti nutrono forti dubbi. Sulla consistenza dell’ipotesi della trattativa, con o senza Ciancimino junior, dubbi invece ne restano pochissimi. Dall’ex ministro Martelli fino a Luciano Violante, in molti hanno riferito circostanze in grado di delineare un contesto a tinte fosche. L’esistenza di un canale di dialogo tra mafiosi e uomini dello Stato a dire il vero non mi pare questa grande notizia. Dall’unità in avanti le istituzioni legittime hanno sempre avuto nei confronti delle mafie un ingiustificabile e criminale atteggiamento da realpolitk. Fino ad un certo punto della storia d’Italia tutti i boss di un certo calibro morivano nel loro letto. Non aveva senso neppure la parola collusione, ma era più sensato parlare di un equilibrio di sistema che metteva nel conto il fatto che una parte del territorio nazionale fosse scevro dal concetto di stato di diritto. Dopo la caduta del muro di Berlino il vecchio sistema politico di potere crolla, alcuni restano sotto le macerie, altri si salvano. Andreotti, Craxi e Forlani finiscono al tappeto, la sinistra Dc di Scalfaro e Mancino va invece al potere insieme agli ex comunisti divenuti socialdemocratici in una notte. A destra spunta un imprenditore, già craxiano, le cui televisioni avevano contribuito a seppellire il vecchio amico e sodale in Tunisia e a magnificare al contempo le gesta del pool, in primis Di Pietro. Domanda: è casuale questa selezione della specie? Si può intravedere una qualche relazione,anche solo casuale, tra il fiorire di questa “nuova” classe dirigente e lo stragismo mafioso? Mettiamo un altro tassello. Sul fatto che la vecchia partitocrazia affondi sotto i colpi di tangentopoli ci sono pochi dubbi. Sul fatto che però, nonostante condividessero tutti lo stesso sistema di regole, alcuni si siano salvati e altri no viene da pensare. Ma davvero Scalfaro, già ministro di Craxi, o De Mita, erano antropologicamente così diversi dai loro compagni di partito? E come mai nessuno fino ad allora se ne era accorto? Misteri. Oggi sappiamo che il processo sulla morte del giudice Paolo Borsellino andrà rifatto nonostante sia divenuto definitivo. Un’ipotesi investigativa spiega che la trattativa pare avere avuto inizio proprio poco giorni prima dell’eccidio di via D’Amelio. Un caso? Sarebbe interessante sapere cosa fanno oggi molti di quelli che ricoprirono ruoli decisivi nella definizione di quell’indagine. Il pentito Mutolo dichiarò di avere notato il giudice Borsellino sconvolto dopo un incontro al ministero degli Interni dove si era appena insediato Mancino. Mancino non ricorda. Martelli non riesce a spiegarsi invece la sostituzione di Scotti con Mancino al ministero degli interni proprio in quel preciso momento storico. A voi viene in mente qualcosa? Ascoltando su youtube una deposizione spontanea di Totò Riina, al processo per le strage di Firenze di alcuni anni fa, saltano agli occhi alcuni elementi. 1) Riina chiede alla corte, con largo anticipo rispetto all’esplosione del caso mediatico, di sentire Massimo Ciancimino “che era in contatto con i carabinieri”. 2) Riina si chiede come facesse il ministro Mancino a sapere che di lì a poco sarebbe stato arrestato. “Chi glielo diceva?”, si chiedeva ammiccante il vecchio boss. Millanterie? Fumisterie? Allusioni in perfetto stile mafioso? Possibile. Da vicepresidente del Csm Mancino si impegnerà per contrastare le inchieste catanzaresi condotte da de Magistris che, a leggere il libro “Il Caso Genchi”, riguardavano “gli stessi personaggi incontrati ai tempi delle inchieste sulle stragi”. Fantasie? Lo stesso Genchi, circa il senso delle bombe del 1993 ha suggerito qualche pista nel generale silenzio. Quelle di Roma, ad esempio, che colpirono le chiese di San Giovanni e di San Giorgio, per Genchi furono due messaggi espliciti indirizzati ai presidenti delle camere dell’epoca, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano, attuale capo dello Stato. Accostamenti insensati e irriguardosi? Forse. Fare luce sulle dinamiche di quegli anni non è semplice. Spesso la legge si culla sulla braccia della forza. Nel 2013 si voterà per il rinnovo del Parlamento che nominerà un nuovo capo dello Stato. E sarà passato giusto un ventennio dai fatti tragici di cui parliamo tornati d’improvvisa attualità. Un ventennio. Vi dice qualcosa?

    Francesco Maria Toscano

    Un commento

    1. amico pulito scrive:

      La risposta più immediata che mi viene in mente, leggendo quello che scrivi, è un’immagine di un film a mio avviso capolavoro di Elio Petri “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” e in particolare la fine..
      Ti invito ad andarla a vedere, se non lo hai già fatto. Quello che fa il regista è semplicemente il “disvelamento” al pubblico del sistema di potere, di com’è inteso cioè nel nostro paese. Il film è del 1970.
      «Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano.» F. Kafka
      Perdonami la citazione ma l’ho avuta fulminea e di getto, alla Lino Banfi.

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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