<strong>Francesco Maria Toscano per gazzetta del sud
    Ciclicamente nascono uomini che nobilitano il genere e infondono con i loro gesti il desiderio di riscoprire e di sperare in una umanità diversa, governata da differenti consuetudini e prassi. Uomini rari, spesso osteggiati e derisi in vita da chi non ha la forza di testimoniarne l’esempio, ma necessari ed indispensabili per il progresso umano non solo delle comunità nelle quali hanno operato, ma di tutti gli uomini e le donne che, ad ogni latitudine, sono pronti ad abbracciarne l’esempio attraverso il ricordo. Uno di questi uomini era certamente Don Italo Calabrò, prete reggino che impegnò le sue energie, in un periodo nerissimo per la storia della città di Reggio Calabria, per tenere accesa una fiammella di speranza, misto di amore per la vita e ricerca di un dimensione umana fondata sulla dignità, mentre tutt’intorno dilagava la barbarie mafiosa più arrogante, maleficamente protetta da una coltre di pavido e interessato silenzio. Silenzi contro i quali Don Italo, al contrario, rivolse i suoi giudizi più sferzanti anche a costo della sua serenità. Oggi, a distanza di oltre vent’anni dalla sua morte, Reggio Calabria rende onore al suo illustre concittadino titolandogli una strada anche se, precisa il fratello di Don Italo, Corrado Calabrò, noto giurista e scrittore, “a Don Italo non sarebbe importato granché. Egli non inseguiva per indole, infatti, nessun tipo di riconoscimento. Ma sono certo che coltivare il suo ricordo serva piuttosto alla città intera”. Durante un convegno svoltosi nella sala Giuditta Levato del palazzo del Consiglio regionale, a margine dell’inaugurazione della strada che porta il suo nome, tutti i presenti hanno avuto la possibilità di familiarizzare con la figura di questo uomo di fede energico che ha lasciato una impronta fortissima nelle coscienze di tutti coloro che lo hanno amato e vissuto. Dopo i saluti del sindaco della città Demetrio Arena che ha chiesto “l’avvio di una istruttoria ecclesiastica volta all’approfondimento di eventuali prerequisiti capaci di dare sostanza ad un auspicabile processo di beatificazione della straordinaria figura di Don Italo Calabrò”, attraverso delle immagini registrate l’uditorio ha potuto ascoltare direttamente la voce di Don Italo, i cui insegnamenti a distanza di anni restano più che mai attuali:” Dobbiamo intendere la condivisone”, insegnava Don Italo, “ come lotta per gli ultimi e con gli ultimi. Non dobbiamo addormentare le nostre coscienze ma lottare con coraggio e senza mai cedere alla comoda tentazione della violenza, anche quando le mancanze della pubblica amministrazione contribuiscono ad aumentare una spirale di degrado”. E mentre Reggio Calabria viveva paralizzata dal macabro susseguirsi di morti ammazzati che coloravano di rosso le strade di una città ferita e violentata, questo uomo dai modi gentili ma forte e risoluto nelle radicate convinzioni, trovava il coraggio di denunciare le logiche della sopraffazione mafiosa, gridando in mezzo ai sordi che “definire uomini d’onore quelli che abusano della debolezza degli ultimi e dei poveri per ragioni di potere e per fini di arricchimento personale è un’offesa alla verità”. Il vicepresidente del consiglio regionale Alessandro Nicolò ha sottolineato i tratti distintivi di un uomo che ha fatto “della dedizione agli ultimi e della lotta alla ‘ndrangheta una ragione di vita che è di esempio per tutti noi”. Antonino Iachino, vicario generale dell’arcidiocesi di Reggio Calabria, ha affermato: “Don Italo non era un uomo che inseguiva il potere. Le istituzioni in genere inseguono i potenti e ignorano i deboli. Don Italo al contrario amava gli emarginati e i senza voce. Sapeva che la mafia costituiva il vero macigno che impediva lo sviluppo economico e sociale dei nostri territori e affrontò anche la morte con estrema serenità facendo forza fino all’ultimo a quelli che lo amavano”. Articolato e carico di sentimento anche l’intervento del giudice Giuseppe Tuccio, capace di delineare, a fianco alla rigorosa ricostruzione storica, i tratti di un uomo che amava in profondità i suoi simili senza il fine di esserne ricambiato: “Don Italo”, afferma Tuccio, “non era solo per i poveri ma anche con loro. Lavorava senza sosta per il progresso economico e sociale dei più bisognosi e costringeva chiunque ad una assunzione di responsabilità. Combatteva la mafia nella consapevolezza che la lotta non poteva essere recintata all’interno di una risposta solo di tipo giudiziario, puntando il dito non tanto contro i complici della mafia ma contro gli assenti. La sua voce si alzò forte, inoltre, nel rigettare i tentativi di strumentalizzazione della vita ecclesiastica da parte dei mafiosi stessi”. In conclusione Corrado Calabrò ha parlato dell’uomo Don Italo: “Mio fratello”, ricorda con commozione, “era poliedrico anche in famiglia. Amava i suoi simili di un amore forte e non comune. La sua grandezza era nell’esempio e non nella predica, perché era capace di ridurre al minimo la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa. Un atteggiamento, quest’ultimo, certamente rivoluzionario. Costrinse la chiesa a prendere posizione contro la mafia e non si fermò neppure di fronte alla minacce più esplicite. Non si fece mai vincere, neppure per un attimo, dal sentimento della rassegnazione”.

    Categorie: Cultura, Italia

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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