Sto leggendo con interesse un saggio di Paolo Barnard, “Il più grande crimine”, che analizza da un angolatura molto originale l’attuale crisi del nostro sistema economico. Il dibattito pubblico italiano si concentra in genere su questioni di contorno, sulla bontà o meno di singoli provvedimenti del governo in carica e sui tagli alla casta, ma quasi mai si interroga in profondità su alcune questioni preliminari che, a cascata, finiscono con il legittimare tutto il resto. Litighiamo su chi debba fare più sacrifici per far sì che l’Italia “si salvi” ma non ci interroghiamo mai per davvero intorno al cuore della questione. L’Italia, e con essa l’Europa, si deve salvare? E, se sì, da chi e perché? Tutti diamo per scontato che bisogna “stringere la cinghia”, che il pareggio di bilancio è un traguardo virtuoso a prescindere, che l’emergenza giustifica la sospensione anche formale della democrazia in nome di un ritrovato sentimento di responsabilità nazionale. Ma le cose stanno per davvero così? A nessuno è venuto il dubbio che questi dogmi, già spacciati come assoluti ai tempi dei governi Amato e Ciampi, siano soltanto mistificazioni volte a preparare il terreno per un ridisegno complessivamente neofeudale della società occidentale? A Barnard non solo è venuto il dubbio ma si è dato pure delle risposte. Nel suo libro sopracitato, del quale premetto ho letto per ora soltanto la cosiddetta “parte tecnica”, vengono sviluppate alcune teorie dal forte impatto suggestivo che poggiano però su studi e ragionamenti di sicuro valore scientifico. L’autore tratteggia i passaggi del “Grande Crimine” nella convinzione che tutto ciò che oggi accade non sia frutto del caso ma figlio di un piano preciso, strutturato e pianificato. Il fine ultimo di queste élite finanziarie ( Barnard le chiama il Vero Potere), che ricordano molte le vecchie aristocrazie dell’ancien regime, sarebbe quello di disarticolare le grandi conquiste illuministiche e in particolare i concetti di Stato, legge e popolo; idee che, tra loro coordinate, potrebbero imporre un modello di società equo e dignitoso per tutti, e perciò contrario agli interessi indegni di pochi aguzzini famelici e senza scrupoli benché maleficamente preparatissimi. I pilastri di questo piano ben congegnato ruoterebbero intorno ad alcuni punti fondamentali tra i quali spicca l’introduzione dell’euro, moneta concepita come non sovrana. Barnard spiega come il debito pubblico sia un falso problema, esasperato dal fatto che i 17 Paesi dell’eurozona non hanno autonomia nelle scelte di politica monetaria. Non potendo disporre di una moneta sovrana, continua Barnard, gli Stati sono costretti a finanziarsi attraverso i canali del capitalismo finanziario privato che poi finisce per strozzarli. Il Giappone, invece, ha un debito pubblico doppio rispetto a quello dell’Italia ma non gliene frega niente a nessuno perché il paese del Sol Levante, con lo Yen moneta sovrana, può tranquillamente fare fronte a qualsiasi debito. L’idea malsana e fuorviante, dovuta all’economista liberista Ricardo, secondi cui gli Stati devono comportarsi come una famiglia per non fallire è non solo sbagliata, ma pure alla base di questa criminosa impostazione di politica economica. In questa ottica, continua Barnard, “il risanamento del debito pubblico è un mantra ossessivamente ripetuto dai media che deriva da un piano ordito a tavolino per distruggere gli Stati e i cittadini a vantaggio delle èlite del capitale internazionale”. I trattati di Maastricht e di Lisbona impediscono quindi dolosamente alla Bce di monetizzare la spesa degli Stati della eurozona, lasciandoli così alla mercé della speculazione internazionale. Teorie rafforzate anche dalle analisi di prestigiose figure del mondo della cultura come il premio nobel Paul Samuelson che, circa tali questioni e riprendendo uno studio di Randall Wray sulla possibilità di raggiungere il risultato della piena occupazione, ebbe modo di dichiarare:” Il terrore del deficit è una superstizione buona per spaventare la gente con dei miti, affinché si comportino in modo accettabile dal sistema civile”. Forse il Babau che non ci faceva dormire da bambini, a pensarci bene, non ci ha mai abbandonato.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Economia, Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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