
“L’Europa è sull’orlo del precipizio”, ma stavolta a dirlo non è Umberto Bossi, come i più frettolosi avranno pensato, ma il premier polacco Donald Tusk. “I governi”, continua lucidamente Tusk, “sono sottomessi rispetto agli interessi dei mercati. In questo modo non si va avanti: o si riprende il metodo comunitario o si torna agli egoismi nazionali”. Chiarissimo. Si moltiplicano le voci in Europa e nel mondo di chi, anche se con colpevole ritardo, sta prendendo consapevolezza circa l’assoluta stravaganza di una Unione europea costruita sul modello del Mito greco di Crono, notorio divoratore dei propri figli. Possiede un non so che di strabiliante l’improvvisa crisi dell’euro. Fino a pochi sismi mesi fa, chiunque osasse pubblicamente avanzare rilievi sulla magnificenza della moneta unica veniva sistematicamente bollato come populista, qualunquista e demagogo. In una delle trasmissioni più oculatamente mistificanti esistenti nel panorama informativo italico, mi rifersico al saporifero Ballarò di Floris, non mancavano mai economisti da strapazzo alla Bruno Tabacci sempre pronti con il ditino alzato a ripetere a pappardella due o tre concetti appiccicati a memoria e più o meno di questo tenore. “Senza l’euro l’Italia farebbe la fine dell’Argentina; l’euro cammina più con le gambe del vecchio Marco che non della Lira e bisogna incentivare la crescita”. Ora l’euro è sull’orlo del fallimento, mentre ancora in lontanaza si sente l’eco degli sventurati adulatori. Destra e sinistra sono, anche in questo caso, categorie vuote. La politichetta da cortile dei nostri rappresentanti è in genere incapace di incidere sulle vere dinamiche macroeconomiche che, a cascata, producono effetti sulla vita di tutti noi. Le linee guida vengono in genere studiate, preparate e veicolate da centri di potere non rappresentativi e sovranazionali che poi utilizzano la bassa politica locale alla stregua di un semplice esecutore materiale. Per questo, aldilà delle scenette buone per incantare gli ingenui, Pd e Pdl riescono benissimo a sostenere lo stesso governo. Non per quell’ipocrita “senso di responsabilità” che non hanno mai avuto e mai avranno, ma perché rispndono nei fatti agli stessi padroni. Non potendo incidere sulle scelte strategiche che sono appannaggio di ben altri contesti, i nostri politicanti danno un senso alla loro grigia esistenza facendo finta di battersi per questioni di contorno, al fine di strizzare ipocritamente l’occhio ai rispettivi elettorati di riferimento. E così Bersani chiede un’elemosina in più per i pensionati e Alfano un titinnio in più per i possessori di casa. Ma nessuno mette in dubbio per davvero l’impianto di fondo di una manovra di ispirazione iperliberista, che si articola intorno alle menzogne dei nuovi miti “dell’austerità e del rigore” ad ogni costo. A chi ha voglia di interiorizzare un’alternativa sistemica rispetto a questa grande mistificazione storica in atto, non resta altro da fare se non studiare e approfondire alcune teorie economiche, nate negli Stati Uniti, che indicano una possibile via alternativa. Mi rifersico alle intuizioni di, tra gli altri, Randall Wray che con la sua “Modern Money Theory” ha ribaltato tutto l’impinato neoliberistico sul quale poggiano e camminano gran parte delle odierne sventure.
Francesco Maria Toscano
































