Il governo Monti continua nella sua brillante opera di annichilimento delle classi medie e proletarie, mascherando saggiamente i suoi colpi mortali in danno degli ultimi con abili cortine fumogene volte a distogliere l’attenzione dalla sostanza delle cose. Gli show estemporanei contro i frequentatori di Cortina lasciano il tempo che trovano se contemporaneamente, in Finanziaria, non vengono approvate misure volte a colpire realmente i patrimoni scudati o a scoraggiare l’evasione fiscale con sanzioni più severe e pregnanti. Berlusconi ha evidentemente fatto scuola: la realtà è soltanto rappresentazione. Nel frattempo il ministro dal cognome evocativo, Passera, promette un decreto al mese in tema di liberalizzazioni. Uno al mese, come l’abbonamento al tram. Ora, in genere, per liberalizzare bisogna prima privatizzare. E siccome le italiche privatizzazioni le abbiamo già viste nel 1993, all’indomani della rovinosa caduta della prima Repubblica, nell’attesa della seconda manche promessa dall’ex promotore della cordata di patrioti che rilevò Alitalia, c’è poco da stare allegri. Chissà per quale motivo, non appena entrano i tecnici nei palazzi del potere, dopo mezz’ora cominciano a svendere i gioielli di Stato in favore dei soliti noti. Che poi, aldilà della retorica a tutela di un sempre più evanescente cittadino-consumatore (che deve consumare senza un soldo in tasca?), le dismissioni di beni pubblici non provocano quasi mai vantaggi effettivi in capo alla cittadinanza. Ad un monopolio pubblico si sostituisce in genere un monopolio privato. Fine della storia. Le liberalizzazioni, ci spiegano gli informati, servono per la crescita. Ora la crescita in Italia è come il sesso, tutti quelli che ne parlano molto ne fanno pochino. La crescita in realtà è un falso problema che serve a spostare l’attenzione dal vero problema che riguarda piuttosto, non tanto la creazione di nuova ricchezza, quanto la redistribuzione equa di quella già esistente. Se il 10% della popolazione complessiva possiede il 60% della ricchezza totale significa che qualcosa non funziona. E difficilmente la soluzione all’ingiustizia sociale potrà essere rappresentata dalla riapertura dei supermercati alle tre del mattino o dalla possibilità di prendere un taxi al volo e con due lire come nei miglior film della commedia americana. Nonostante sia passato pochissimo tempo dalla plebiscitaria vittoria dei “sì” circa i quesiti referendari volti anche a difendere il controllo pubblico di beni essenziali come l’acqua, i moderni vampiri alla continua ricerca di h2o non si arrendono. I politici alla Ronchi si distinguono sempre per la sottile e ben nascosta intelligenza. L’ex ministro, infatti, autore di una iniziativa governativa sulla proprietà dell’acqua, sconfessata abbondantemente dal risultato referendario, anziché coprirsi il capo di cenere rilancia, e dalle pagine del Corriere di ieri spiega sinteticamente così la bontà del suo ragionamento: “Siccome se comanda la politica”, illumina Ronchi, “utilizza le società miste solo per sistemare trombati e perdigiorno, allora meglio privatizzare”. Il fine statista non viene colto minimamente dal dubbio che, magari, se alcuni uomini che ricoprono posti di pubblica responsabilità utilizzano male il loro potere è giusto che vengano sostituiti. No, per Ronchi, dato per assodato che i politici fanno schifo e continueranno a farlo, meglio regalare tutto ai privati che, darebbe per scontato il ministro per caso, farebbero schifo certamente un po’ di meno. Lunare come al solito in tutto questo la figura del Pd e dei suoi camaleontici rappresentanti. Sia D’Alema che Bersani, con soli 20 anni di ritardo, cominciano a manifestare a mezzo stampa i primi dubbi sulla bontà delle politiche di rigore e austerità che stanno affamando l’Europa. Dato per scontato che è difficile credere nella buona fede dei coccodrilli in questione, il timido e per ora solo verbale cambio di impostazione politica dei due noti, per quanto lungamente dissimulati, avversari di lavoratori, pensionati, giovani e salariati si spiega in un modo solo: cominciano, giustamente, ad avere paura. E mentre criticano le politiche da loro stessi nel tempo difese e avallate che hanno gettato nel panico intere generazioni, ricordano vagamente il Robespierre che poco prima prima di essere ghigliottinato esprimeva riserve sulla bontà dei risultati ottenuti con il “Terrore” di cui fu assoluto protagonista.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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