L’ossessione sui tagli alla spesa è l’unica piattaforma politica proposta agli italiani. E’ curioso sottolineare come tutti i profeti che diffondono il verbo del rigore e dell’austerità vivano una personalissima condizione di ricchezza sfrenata. Da giovane matricola di Giurisprudenza, studente in quella Università di Bologna ora al centro di sacrosante polemiche, rimasi molto colpito dall’art.810 del nostro codice civile che, aprendo il libro terzo dedicato “alla proprietà”, spiega :” Sono beni le cose che possono formare oggetto di diritti”. Di primo acchito, ad una lettura superficiale, tale norma potrebbe risultare trascurabile. A ben guardare invece contiene una definizione indispensabile. Perché mai il codice definisce beni le cose che possono formare oggetto di diritti? Perché i beni sono finiti. E perciò, a differenza dell’aria che respiriamo e dell’acqua del mare, è indispensabile stabilire un insieme di norme che ne regolino l’uso, la proprietà e il possesso. Se i beni sono finiti, e lo sono certamente, chi ne pretende per sé una porzione di molto eccedente il massimo soddisfacimento esponenziale di qualsiasi bisogno necessario o voluttuario è in re ipsa un avversario del diritto naturale e un nemico dell’uomo. Gli speculatori miliardari in genere bollano queste considerazioni come rigurgiti populistici. Niente di più falso. Si tratta di una semplice considerazione matematica. Con questo non intendo affatto demonizzare la ricchezza, ci mancherebbe altro, né penso che all’origine di ogni fortuna debba esserci necessariamente un crimine (anche se la percentuale probabilistica in merito non deve essere poi così irrilevante). Ma una cosa è il benessere, un’altra l’avidità. Un sistema pensato esclusivamente per permettere a chi ha di avere sempre molto di più, togliendo contestualmente ai poveri anche il poco rimasto è molto più di un reato: è un crimine contro l’umanità. Il processo politico che stiamo vivendo è tutto rinchiuso intorno a questo malsana suggestione. I ricchi e i potenti hanno dichiarato guerra ai poveri e la stanno vincendo. Il concetto di merito in tutto questo non c’entra nulla. Le casate nobiliari che prosperano sulle pelle dei cittadini inermi non sono in genere migliori di nessuno. Si limitano, al più, ad usare con navigata sapienza le infinite armi che il denaro mette loro a disposizione fomentando guerre tra gli ultimi o predisponendo bersagli di comodo in caso di malessere dilagante. Demonizzare tutto ciò che è pubblico, adorare le virtù salvifiche di un mercato senza regole, non riconoscere allo Stato il suo sacrosanto dovere di intervenire per ovviare alle naturali storture che un sistema senza mano pubblica giocoforza produce, significa semplicemente schierarsi a viso aperto dalla parte dei moderni negrieri. E’ facilissimo riconoscere chi vuole ridurre il popolo in ceppi. Basta ascoltarli. Predicano sacrifici, rigore e austerità per gli altri, rivendicano per sé agi, lussi e onori immeritati, sempre pronti ad impartire lezioni non richieste direttamente dall’abisso delle loro sporche coscienze. Imparare a riconoscerli è già un buon punto di partenza.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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