Per capire fino in fondo il processo neoschiavista guidato da una agguerrita élite internazionale di miliardari senza scrupoli bisogna soffermarsi sul rapporto incestuoso tra potere e informazione. Ogni regime che si rispetti vieta la libertà di stampa, e la mancanza di voci libere ne certifica il grado di criminalità. Il diverso tipo di regime che si è oramai impunemente impadronito anche dell’Italia, altrimenti detto “fascismo finanziario” per usare un’immagine recente di Tremonti (vedi libro “Uscita di sicurezza), ha affinato una tecnica innovativa, efficace e pressoché immune da pericolosi effetti collaterali. Ai nostri giorni le libere espressioni del pensiero, pur formalmente tollerate, vengono sistematicamente depotenziate attraverso un uso fondamentalmente monolitico dei principali network informativi. Il trattamento che la stampa, senza distinzioni rilevanti, riserva al premier Monti, qualunque cosa faccia, è emblematico del livello di scientificità raggiunto dal sistema. Sarebbe infantile credere che alla base di tale situazione si intraveda una specie di complotto permanente. Più semplicemente ogni aspetto del tutto tende inerzialmente a muoversi cercando di salvaguardare quell’equilibrio complessivo dal quale è riconosciuto e legittimato. Magari però c’è pure dell’altro. Erano tantissimi, ad esempio, i giornalisti e più in generale gli operatori nel settore della comunicazione iscritti alla loggia P2 di Licio Gelli. Nelle democrazie occidentali, le oligarchie al potere sanno che per puntellare un comando sostanzialmente irresponsabile non serve impedire la stampa, ma più modestamente occuparla. Non ho mai capito perché nell’immaginario pubblico la P2 in quanto tale viene sempre dipinta come la sublimazione del male, mentre tutti i piduisti in carne e ossa continuano tranquillamente le loro brillantissime carriere nei campi più disparati. il Gran maestro del Grande Oriente d’Italia Gustavo Raffi è solito affermare che la “P2 sta al Grande Oriente d’Italia come le Br al Pci”. Non sta a me certamente discutere sulla bontà di tale paragone (rilevando pur tuttavia come tale accostamento risulti dettagliatamente contestato dai massoni che si riconoscono nel Grande Oriente Democratico). Mi limito però ad osservare che mentre i brigatisti sono ancora oggi inseguiti dai fantasmi del passato, i (già) piduisti non solo non li cerca nessuno, ma continuano ad occupare incarichi di vertici nella vita pubblica del Paese. Se non fosse per l’opera meritoria di uomini come Gioele Magaldi, animatore anche del movimento di avanguardia politica Democrazia Radical Popolare, su tantissimi temi di estrema importanza calerebbe un pericolosissimo oblio. E invece è fondamentale contribuire alla diffusione capillare di una nuova e diffusa consapevolezza per comprendere e prevenire le storture di un potere sempre più oligarchico, classista e reazionario. A tal fine credo risulterà molto utile leggere il libro di imminente uscita dello stesso Magaldi, “Massoni”, edito da Chiarelettere. Ieri, per chiudere, criticavo la tesi violentemente monetarista contenuta nell’editoriale di Lino Morgante su Gazzetta del Sud. Oggi non ho fatto in tempo a leggere il fondo di prima pagina del quotidiano messinese perché la mia attenzione si è immediatamente concentrata sul nome dell’editorialista incaricato, Alberto Sensini. Un nome che mi ricordava qualcosa, ma non riuscivo a capire cosa. Dopo avere scartato il mitico Nestor Sensini, ottimo difensore argentino in forza a Parma e Udinese sul finire degli anni ’90, finalmente mi è tornata la memoria. Avevo letto il nome di Sensini in un articolo di Maurizio Chierici per il Fatto Quotidiano che ricostruiva l’assalto della P2 al quotidiano oggi guidato da Ferruccio De Bertoli. Scriveva Chierici a tal proposito: “…Sei mesi prima dell’addio di Piero Ottone succede qualcosa anche in redazione. Franco Di Bella, grande cronista e vice direttore, lascia per firmare il Resto del Carlino. E tre giorni dopo Alberto Sensini, capo della sede romana, va a Firenze a dirigere La Nazione. Franco Di Bella tessera numero 655, Alberto Sensini senza tessera: la sua domanda arriva tardi, come la domanda dell’ex ministro Antonio Martino, e finisce nelle mani dei carabinieri…”. Non ho poi approfondito il pezzo di Sensini, perché credo di potere comunque facilmente intuire il tipo di lettura politica che lo stesso intende proporre ai lettori.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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