Non sono mai stato affascinato dal Celentano in versione predicatore. Da bambino invece ero attratto moltissimo dalla sua musica. Chiedevo a mio padre di comprare tutte le “cassette” del molleggiato che ascoltavo subito con trasporto. Ricordo un venditore ambulante, piccolo, rotondetto e con dei baffetti appena pronunciati che esponeva le sue cassette musicali nella via principale del Paese. Una cassetta costava tremila lire e chiedevo sempre a mio padre di comprare qualcosa anche perché quell’omino, solo in mezzo alla sua musica, mi metteva tanta malinconia. Ancora alle elementari, proponevo poi alla bambina più carina della mia classe, della quale ero naturalmente innamorato come solo i bambini sanno esserlo, di cantare insieme un pezzo di Celentano titolato “Siamo la coppia più bella del mondo”, una delle mie canzoni preferite insieme a “Susanna”. Passata l’infanzia, l’influenza esercitata dall’Adriano cantante diminuì fino a scomparire. E scomparve contestualmente anche quel piccolo omino, infagottato nel suo cappottino blu, che vendeva le sue cassette musicali per tremila lire nella piazza principale del Paese e che, chissà se era vero o soltanto la suggestione di un bambino, credevo sempre molto triste e profondamente malinconico. Ormai i Cd avevano soppiantato le vecchie tecnologie e a Celentano preferivo De Gregori, Guccini e De Andrè. Il Celentano guru, spesso ascoltato nelle trasmissioni di Santoro, invece non mi ha mai convinto. Alle volte lo trovavo confusionario, inutilmente ridondante e tutto sommato incapace di analisi utili per capire meglio l’attualità. Insomma, non pensavo di dover prendere gli spunti di Celentano troppo sul serio. Fino a ieri. Perché nonostante le critiche pressoché unanimi della stampa italiana alla performance sanremese di Celentano, ho trovato molto interessanti alcuni spunti di riflessione coraggiosamente offerti dallo showman oramai settantaquattrenne. Non ho visto la prima uscita di Celentano sul palco dell’Ariston, quella che ha provocato un’ondata di ipocrita indignazione, ma soltanto la rapida esibizione di ieri sera. Le critiche maggiori intorno al ragionamento del “re degli ignoranti” si sono concentrate sul presunto e “inaccettabile” invito a chiudere rivolto a giornali cattolici come “Avvenire” e “Famiglia Cristiana”, quotidiani che, secondo Celentano, sono totalmente concentrati in poco edificanti e terrene vicende di potere, e perciò poco propensi a permeare di infinito il loro taglio informativo. Cosa peraltro verissima. Ma ciò che scandalizza non è tanto la constatazione, ovvia e pacificamente accettata in una società cinica come la nostra, che anche la stampa nominalmente cattolica risulti tutto sommato indistinguibile dal resto. Ciò che veramente i farisei non possono perdonare a Celentano è quell’invito a prendere sul serio i termini che usano e le tradizioni alle quali si richiamano. Lo stesso discorso, oltre alla stampa cattolica, potrebbe farsi per i partiti che già dal nome si richiamano alla tradizione del cattolicesimo politico. Udc, ad esempio, sta per “Unione dei democratici cristiani”. Ma, a dispetto del nome, sfido chiunque ad identificare il partito di Casini e Cesa per il profondo messaggio di valori evangelici rappresentati in politica. Un partito che, come pochi, è al contrario sempre schierato a difesa dei vincitori, dei ricchi e dei potenti, nonché costruito intorno alla idolatria di un personaggio furbescamente fluttuante come Pierferdinando Casini. I lettori mi scuseranno un’altra divagazione personale. Negli anni universitari ho frequentato il partito di Via dei Due Macelli perché, convinto della bontà della dottrina sociale della chiesa, credevo di potere trovare in un partito che si richiamava chiaramente a quel filone culturale un approdo stimolante. Mai analisi fu più sbagliata. Trovai un deserto ideale, morale e culturale, popolato da personaggi improbabili e vendicativi che sostanziavano il loro agire pubblico nell’adulare il principe bolognese genero di Caltagirone.Di fronte ai continui scandali che palesavano una assoluta leggerezza dei vertici del partito nel puntare sempre su uomini spregiudicati, senza cultura ma fedeli, mi permisi di chiedere pubblicamente maggiore attenzione. Non lo avessi mai fatto. I democratici cristiani mi imbastirono un processo sommario volto a farmi abiurare, mentre il senatore Gino Trematerra, il portavoce del partito Antonio De Poli, il capogruppo al Senato Francesco D’Onofrio, il tesoriere del partito Pietro Cherchi spingevano per cacciarmi senza darmi neppure la possibilità di parlare, pare su input di Lorenzo Cesa. Una ferocia inspiegabile e spropositata considerate anche le diverse forze in campo. Mobilitarono un esercito per colpire il vento. L’episodio mi servì per comprendere finalmente dove ero ingenuamente finito. Forse, se avessi ascoltato Celentano allora mettere in dubbio la rispondenza tra alcuni valori solo enunciati ma per nulla praticati, probabilmente mi sarei risparmiato amarezze, energie e illusioni.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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