Nel pezzo di ieri, sulla grande mistificazione che ruota intorno al concetto di debito pubblico, ho riportato un’analisi della prestigiosa economista Stephanie Kelton che partiva da un concetto di fondamentale importanza, quello di moneta sovrana, sul quale vale la pena di tornare brevemente. L’euro, a differenza delle vecchie valute nazionali come la lira o il marco tedesco, non è una moneta sovrana. Cioè non è proprietà di nessuno dei 17 singoli Stati che fanno parte dell’unione monetaria, i quali non hanno perciò alcuna possibilità di autodeterminarsi rispetto alle fondamentali scelte di politica monetaria. Il ruolo delle banche centrali è per definizione quello di garantire qualsiasi debito. Per usare una felice espressione di Wynne Godley lo spettro del default dei governi dipende dal fatto che nessun Paese dell’area euro può più onorare qualsiasi deficit semplicemente «facendosi staccare un assegno dalla propria banca centrale». La Bce non è, a differenza della Fed statunitense o della banca centrale inlgese o giapponese, prestatrice di ultima istanza, occupandosi perlopiù ossessivamente soltanto del controllo dell’inflazione. Questa palese incongrueza è alla base della fortissima speculazione finanziaria che colpisce Paesi nel mirino, oggi la Grecia domani il Portogallo e l’Italia. Senza più l’ombrello di un prestatore di ultima istanza gli Stati dell’area euro, per finanziarsi, devono ricorrere al mercato privato, sottostando perciò ai ricatti imposti da usurai che hanno il potere di strozzare nazioni intere al fine grantirsi interessi sempre più alti. Il Giappone ha un debito pubblico quasi doppio rispetto alla Grecia, ma nessuna catastrofe sta scuotendo il Paese del sol levante perché lo Yen è una moneta sovrana. Siccome è difficile credere che chi ha lavorato per la realizzazione di questa costruzione europea si sia lasciato sfuggire questo probema grande come un macigno, non pare peregrina l’ipotesi che individua in tale dimenticanza una prova del chiaro intento da parte dei manovratori di mandare in crisi gli Stati democratici esponendoli al continuo ricatto della speculazione finanziaria privata. Ma su questi aspetti, credo che il compito di trasformare i sospetti in prove verrà brillantemente assolto dal libro di imminente uscita “Massoni”, edito da Chiarelettere e opera di Gioele Magaldi. Secondo l’economista Michael Hudson, tra i protagonisti dlel’incontro sulla MMT svoltosi a Rimini, la socialdemocrazia europea porta colpe pesantissme rispetto ai disastri che stanno scuotendo nazioni mediterranee come la Grecia, ma anche Paesi nordici come l’Islanda o dell’est come la Lettonia. “Se nel dopoguerra aveste intuito tutte le scoperte tecnologiche future”, osserva il professor Hudson (nella foto), “avreste certamente immaginato un futuro roseo per l’umanità. Perché questo non è accaduto? Come mai ad un aumento esponenziale della produttivà non è corrisposto un miglioramento generale delle condizioni di vita della gente? Oggi lavorate di più e vivete peggio perché lavorate per pagare il debito, cioè i banchieri. Questo è il cuore della trasformazione del capitalismo produttivo in capitalismo finanziario. La produttività per questo motivo non ha permesso migliori condizioni di vita, mentre il sistema incoraggia contestualmente l’aumento di una disoccupazione pensata per schiacciare e impaurire i lavoratori, costringendoli così ad accettare via via condizioni lavorative sempre peggiori. Questo risultato indegno è stato ottenuto anche con le imposte che colpiscono principalmente il lavoro. I lavoratori con le loro tasse finanziano senza saperlo una guerra di classe contro loro stessi. Nessun partito si definisce antilavoratori, ma lo sono tutti nei fatti. Prendiamo il caso della Lettonia, emblematico della ferocia di quelle dottrine neoliberiste amate da Sarkozy e Merkel. In questo Paese baltico gli immobili sono tassati all’1% mentre il lavoro al 59% e i banchieri rappresentano una nuova aristocrazia neofeudale. Un terzo della popolazione Lettone è emigrata, la speranza di vita si è abbassata e sono crollati pure i matrimoni. Bel risultato, non c’è che dire. In Islanda è successo qualcosa di simile. L’Islanda è un vero inferno per i lavoratori e quello è il modello pronto per voi. La socialdemocrazia islandese, schiava delle banche, ha permesso che venisse vessato il suo popolo. Molte socialdemocrazie europee si sono vendute al capitalismo finanziario e per questo anche loro oggi chiedono austerità , rigore e precarietà. Una fiscalità pensata per attuare un’idea di giustiza sociale non tassa il lavoro ma semmai gli immobili”.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Economia, Editoriale

    2 Commenti

    1. Alessandro scrive:

      Vedo con piacere che si va dritti al cuore del problema: la sovranità monetaria. Aldilà della validità scientifica e applicabilità concreta della MMT (necessita approfondire le criticità in ordine ai rischi d’inflazione) il dibattito su questa nuova teoria mette in evidenza una verità scientifica: il paradosso monetario dell’euro. Come lei puntualmente descritto, gli stati dell’eurozona hanno perso la loro sovranità monetaria. Gli stati che conservano questa sovranità (es: USA, Cina, Giappone, UK, ecc) possono emettere moneta per finanziare il proprio deficit, ossia usare la leva della spesa pubblica per creare più occupazione e crescita. Keynes sosteneva che, in periodi di recessione e forte contrazione dell’occupazione, aumentare la spesa pubblica (ovviamente per investimenti come opere pubbliche, non per gli sprechi all’italiana), ossia immettere moneta nel mercato, giovava alla crescita. Invece, grazie al paradosso monetario dell’euro gli Stati dell’eurozona, per emettere moneta, devono farsela prestare dal mercato dei capitali. Ossia per poter spendere gli euro lo Stato deve chiedere alle banche come fa un normale cittadino. Una banca farebbe fatica a concedere un prestito ad un cittadino qualora avesse troppi debiti e uno stipendio modesto. Magari, il cittadino non è in grado di prestare garanzie o farsele fornire da soggetti prestatori di ultima istanza che possano pagare il debito al posto suo (es: un parente che avvalla la sua busta paga) e quindi la banca, per tutelarsi dal rischio d’insolvenza, sarebbe costretta a chiedere interessi più alti (spread) allo stesso cittadino. Sostituiamo il cittadino con gli stati dell’eurozona e avremo il paradosso monetario dell’euro: gli stati, per spendere euro per comprare beni e servizi per i cittadini, ricorrono ai mercati dei capitali, ossia alle banche (sostanzialmente emettendo titoli di stato e ricevendo moneta che girano ai fornitori) ; gli stati sono pertanto soggetti alle condizioni che pone il mercato della finanza speculativa al pari di un soggetto privato. E senza una banca centrale prestatrice di ultima istanza (che nel paragone col cittadino potrebbe, esemplificando, essere il parente che avvalla la busta paga), che emette moneta su richiesta del tesoro, la finanza (che notoriamente fa i suoi interessi e senza nessuna regola) potrebbe chiedere interessi più alti. Infatti quando la fiducia in un paese è bassa (rating), magari a causa dell’elevato debito, o perché il suo sistema economico è poco credibile e poco strutturato (es: i paesi PIIGS), le banche richiedono maggiori interessi (spread). Pertanto gli stati vittima dell’introduzione dell’euro sono soggetti alle condizioni delle banche ed esposti in modo folle e suicida al mercato della finanza, che è oltretutto non regolamentato. Questo accade solo nell’eurozona e in nessun altro paese al mondo!! Ecco perché il sopra esposto paradosso monetario è una verità scientifica che sfido chiunque a contraddire! se anche solo il 20% della popolazione europea conoscesse questo paradosso succederebbe un “casino internazionale”. Se un domani anche i social democratici abbracciassero questi temi avrebbero anche un grande seguito elettorale… dovrebbero avere più coraggio e più onestà intellettuale

      • Luca scrive:

        Ottimo Alessandro! riguardo alla deregolamentazione dei mercati finanziari permettimi di consigliarti una lettura.
        Un libro di Luciano Gallino, sociologo dal titolo “Finanzcapitalismo”. L’autore cerca di descrivere i fatti in maniera asettica e ci riesce pure, ma alla fine di ogni capitolo si vede che l’ira che prova di fronte a certe ingiustizie vorrebbe uscire fuori…ma semplicemente gli è sufficiente descrive con una semplicità disarmante le evidenze che i fatti portano con se.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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