Desta sconcerto, stupore e rabbia la decisione del Procuratore generale presso la Corte di Cassazione Vitaliano Esposito di chiedere di visionare gli atti dell’indagine sulla trattativa Stato-mafia condotta dalla procura di Caltanissetta. Dalle carte emerge chiaramente la responsabilità della politica dell’epoca protagonista, nel migliore dei casi, di comportamenti disinvolti che sarebbero costati la vita al giudice Paolo Borsellino, strenuo oppositore rispetto a qualsiasi soluzione arrendevole e pasticciata. Il procuratore Esposito pare abbia alzato il sopracciglio rispetto ad alcuni passaggi, sottolineati anche in un pezzo giornalistico scritto da Marco Travaglio per il Fatto Quotidiano, nei quali i giudici farebbero esplicito riferimento alla omertosa reticenza di personaggi alla Nicola Mancino. E’ evidente che gli equilibri di potere della seconda Repubblica sono il risultato di quelle stragi che entrarono a gamba tesa in un periodo di vuoto caratterizzato dall’improvviso crollo dei partiti tradizionali, spazzati via dalle inchieste milanesi. Nicola Mancino, ministro dell’Interno al tempo dell’uccisione di Paolo Borsellino, ha recentemente ricoperto il ruolo di vicepresidente del Csm. In quella veste si è caratterizzato per il comportamento violentemente repressivo verso tutte quelle inchieste che, anziché straccioni, puntavano al cuore marcio della collusione istituzionale. Le recenti inchieste catanzaresi condotte da de Magistris, che lambivano figure già emerse durante le indagini sulle stragi, furono osteggiate ed impedite proprio dai provvedimenti disciplinari adottati da quel Csm che esprimeva Mancino. Si ha l’impressione che la scelta di alcune figure per ricoprire ruoli chiave e di raccordo tra poteri diversi non sia casuale ma, al contrario, risponda in maniera chiara all’esigenza si garantire l’inviolabilità di alcuni santuari che nascondono misteri osceni di un passato inspiegabile. I giudici scrivono chiaramente che la causale della strage di via D’Amelio è da ravvisarsi nell’incestuoso rapporto tra pezzi di mafia e pezzi di Stato.  Pare inverosimile credere che una iniziativa così delicata e pericolosa potesse essere intrapresa in autonomia da due militari come Mori e De Donno, senza nessun tipo di coperture politiche o giudiziarie. Solo gli idioti o quelli in malafede possono abbracciare senza arrossire tale prospettiva. Così come pare francamente poco probabile intestare a semianalfabeti come Riina e soci la strategia terroristica messa in atto nel 1993 in danno del patrimonio artistico italiano. Non lo immagino Totò u curtu esperto di arte rinascimentale ma, per carità, tutto può essere. Così come, una volta assodata l’esistenza di una trattativa, è bene forse dare maggior peso all’ipotesi avanzata da Genchi circa l’occulto significato delle bombe  piazzate nel 1993 nelle chiese romane di San Giovanni e San Giorgio. Casualmente i nomi dei due presidenti delle camere dell’epoca, Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano. Fino al 2013, alla luce degli attuali rapporti di forza, credo sarà impossibile aspettarsi dalla magistratura tutte quelle verità che, in controluce, sono già visibilissime. Piuttosto che fare oggettive e sconvenienti  pressioni nei confronti dei giudici che stanno indagando su fatti così delicati, i vertici dello Stato dovrebbero pretendere semmai risposte più chiare e convincenti rispetto ad alcuni punti ancora oscuri. Chi indirizzò, ad esempio, i processi farsa intorno alle parole di un pentito da baraccone come Scarantino e perché? Questo è un macigno che non può essere aggirato. Così come i magistrati non hanno ancora dato un volto all’uomo, estraneo alla mafia, ricordato da Spatuzza come presente all’incontro organizzativo dell’eccidio. In un primo momento le indagini si concentrarono intorno alla figura dell’agente segreto Lorenzo Narracci ma, evidentemente, i giudici non hanno trovato riscontri apprezzabili. Genchi ha poi avanzato dubbi pure sull’attentato contro il giornalista Maurizio Costanzo, facendo notare come in via Fauro, luogo dello scoppio, abitasse proprio lo stesso Narracci. Per tacere infine sulla tragicomica circostanza della mancata perquisizione del covo di Riina. Senza una reazione delle coscienze e una mobilitazione incessante e impetuosa dei cittadini italiani, questo Stato non ci potrà mai dire la verità. Perché non può svelare il suo vero volto.

     Francesco Maria Toscano

     

    Categorie: Italia

    Un commento

    1. amico pulito scrive:

      Come già detto, non ci può essere reazione se non c’è coscienza! E conoscenza!
      Solo un’aggiunta, moralista, rispetto alla tua citazione di Sciascia nel post precendente relativo alle stragi: “lo Stato non può processare se stesso” semplicemente perché lo Stato, come ben sai, non esiste! Lo stato sono i cittadini, e solo i cittadini potrebbero processare gli impostori e i malfattori. Ma senza conoscenza…..

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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