Fanno tenerezza le anime candide che improvvisamente cominciano a capire la vera natura di Mario Monti e del suo governo tecnico. I più ingenui, come al solito, sono le migliori penne dei giornali cosiddetti riformisti, tipo Repubblica, che dopo avere salutato con estremo entusiasmo l’arrivo del nuovo Messia varesotto, cominciano ora faticosamente e non senza dolore ad essere assaliti da dubbi sempre più atroci. “Ma non sarà Monti”, si chiedono sbigottiti, un Berlusconi asessuato, e solo un tantino più presentabile?”. Lasciando perdere il Corriere delle banche, che ha tutto l’interesse a lodare ad oltranza un governo di questo tipo, gli altri quotidiani di un certo peso escono timidamente dall’iniziale torpore. Sarà la furia nel tagliare le pensioni, l’insensibilità nel trattare  il dramma degli “esodati”, il piglio pedagogico e professorale, l’accanimento cieco contro l’art.18, ma finalmente, quella malsana cortina di meccanico e unanime consenso acritico intorno ai tecnici, comincia a diradarsi. I furbacchioni adoranti che oggi si stupiscono di alcune spigolature montiane non hanno semplicemente capito nulla prima e capiscono poco adesso. Monti può permettersi il lusso  di umiliare i partiti in libertà, di soffocare i sindacati e di minacciare di andarsene nel caso venisse infastidito, proprio perché la vera legittimazione del suo governo e del suo potere risiede da tutt’altra parte. Chi è abituato a valutare l’operato dei governi in carica con le lenti della sana e normale dialettica democratico-parlamentare, non può cogliere fino in fondo l’essenza e il fine dell’esperienza Monti. Quelle che per i beoti columnist nostrani sono, nella migliore delle ipotesi, cadute di stile, tipo le frecciate ai partiti o la minaccia di dimissioni, sono molto più semplicemente espressioni lucide che chiariscono il tipo di investitura che il Premier riconosce. Nulla, più del concetto di potere delegato dal basso, è lontano dal perimetro filosofico dell’ex rettore della Bocconi. Monti sa che deve garantire una missione precisa e neppure segreta, finalizzata ad accelerare rapidamente nella direzione della cinesizzazione dell’Italia, mettendo in pratica con maniacale precisione le politiche cristallizzate nella famosa lettera della Bce inviata tempo fa all’Italia. Chi lo ha fatto premier, e non sono stati né i partiti né i lavoratori-elettori, vuole questo. Punto. Molto più indicativi delle proteste di quella che l’amico di Monti Jacques Attali chiamerebbe plebaglia italica, sono per il Premier gli attestati di stima da parte della oligarchia planetaria per le “impressionanti” riforme messe in cantiere. Mentre aumentano le voci dissonanti interne, si diffondono proporzionalmente le lodi esterne. Dal segretario generale dell’Ocse Angel Gurria al premier cinese Hu Jintao fino ai più oscuri rappresentanti politici dell’Unione Europea, si alza in contemporanea  un coro celeste e unanime che decanta l’importanza strategica della riforma sul lavoro pensata dal governo italiano. E’ tutto abbastanza chiaro. Così chiaro che, forse, cominceranno ad accorgersene pure dalle parti di Largo Fochetti.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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