Ormai tutti si improvvisano scrittori. Negli scaffali delle librerie e nelle classifiche dei libri più venduti dominano i volumi di: pseudo giornalisti alla Bruno Vespa, cuoche improbabili come Antonella Clerici, barzellettieri, comici, cantanti e saltimbanchi d’ogni genere. Basta la notorietà, presso il grande pubblico, per acquisire la patente di scrittore. Al contrario, gli scrittori di professione si possono contare sulle dita di una mano e tra questi solo pochi riescono nell’intento di raccontare la nostra società. Dunque, non resta che volgere lo sguardo al passato, ai classici della letteratura. Per esempio ho recentemente finito di leggere “Povera gente”, opera prima del grande romanziere russo Fëdor Dostoevskij. Il romanzo è di una straordinaria attualità, ma questo è solo motivo d’ulteriore angoscia giacché è stato scritto nel lontano 1845. Nel libro si narra, sotto forma di racconto epistolare, la storia di un uomo e una donna e del loro amore impossibile. A dividerli sarà la povertà, quella stessa piaga che impedisce oggi a molti giovani di costruire un tranquillo avvenire insieme. La protagonista femminile del romanzo, Varvara Dobrosjelova, per aiutare l’amico in difficoltà economiche, sposerà alfine un uomo ricco e anziano. (Qualche malizioso ricorderà il vecchio consiglio del Cavaliere ad una studentessa, durante un programma tv: “Sposate mio figlio o un milionario”).Dostoevskij descrive con eccezionale realismo le condizioni delle classi disagiate. Non nasconde niente, perché la povertà può abbruttire i caratteri, rendere cinici. Tocca il tema dell’usura. E come non riconoscere nel ruolo degli strozzini di allora le moderne banche, avide di denaro e poco inclini a concedere prestiti a chi non offre valide garanzie. La povertà nell’Ottocento faceva ammalare, soprattutto donne e bambini. Ma qual è la differenza con gli oltre 400.000 bambini greci di oggi, denutriti e costretti a vivere in condizioni malsane (dal rapporto redatto dal Comitato greco dell’Unicef e dall’Università di Atene) a causa della crisi economica e delle politiche di austerità imposte dalla BCE, dall’Unione Europea e dai loro governi fantoccio. E cosa distingue la povera gente di quel tempo dalle attuali schiere di persone malate di stress, vittime di paranoie e frustrazioni, alcolizzate, imbottite di farmaci, sempre sull’orlo di una crisi di nervi che segretamente affollano i lettini degli analisti? Oggi come ieri i ricchi detestano i poveri. “Alla gente ricca – fa dire l’autore al personaggio Makar Djevuskin – non piace che i poveri si lamentino ad alta voce della magra sorte: molestano, sono importuni. Sì la povera gente è sempre importuna: i gemiti degli affamati, certo, disturbano il sonno del ricco”. La servitù della gleba è stata abolita ma siamo ancora schiavi: delle logiche del mercato e del profitto, dei governi liberticidi e della nostra ignavia ed incapacità a ribellarci a tutto questo. L’epoca vissuta e raccontata da Dostoevskij sotto certi aspetti si potrebbe definire addirittura migliore della nostra, perché almeno era vivo il sentimento della solidarietà. Le persone umili si riconoscevano tra di loro e non di rado si incaricavano, in maniera del tutto disinteressata, di portare la “croce” del fratello afflitto. Il protagonista del libro, pur versando in abnormi difficoltà finanziarie, aiuta un padre di famiglia implicato in un processo ingiusto. Così scrive alla sua amica diletta: “Prendo un cordiale interesse per Gorskov, cara, ho compassione di lui: è un uomo senza lavoro, e non si dà da fare in nessun modo a causa della salute malferma; fin quando c’è stata riserva hanno mangiato; la faccenda è complicata, e intanto bisognava vivere; nel frattempo, di punto in bianco, è nato un bambino assolutamente inatteso, e, di qui, spese. Il figlio si è ammalato, altre spese; è morto, spese ancora; la moglie è ammalata; lui non è sano per una certa malattia della vecchiaia; insomma, ha sofferto, ha sofferto in modo assoluto. Del resto dice che aspetta da un giorno all’altro una buona soluzione della faccenda, e che al riguardo ormai non restano dubbi. Lo compiango, mi spiace, mi spiace molto per lui, diletta. L’ho trattato con riguardo: è un uomo turbato, intimidito; cerca protezione; cosicché l’ho trattato con riguardo”. Nella nostra epoca il povero invece disprezza il più povero forse perché, come di fronte ad uno specchio, gli rammenta una condizione non voluta e mai accettata, da cui bisogna rifuggire. Un rancore ingiustificato ha soppiantato i valori dell’uguaglianza e della fraternità. La politica ed uno Stato sempre più assente hanno responsabilità gravissime di questo degrado morale e sociale. Cito a supporto della mia tesi l’autocritica di Roberto Maroni, che durante l’incontro del 12 marzo scorso con gli studenti del corso di giornalismo dell’Università dell’Insubria ha ammesso che la Lega Nord, con il suo populismo territoriale contro i meridionali e gli extracomunitari, “ci ha marciato”, perché i temi – della xenofobia e del razzismo – garantiscono facili consensi. Non solo la politica, anche la televisione ha le sue colpe. Povertà e diversità sono bandite da tutti i palinsesti tv per lasciare spazio all’intrattenimento spensierato ed al gossip più becero. La povertà non interessa, non porta voti e non fa audience. A proposito dello smarrimento del “noi” e dei tentativi di rivalsa verso “il basso”, contro chi “sta sotto”, consiglio di leggere il libro “Poveri, noi” (Einaudi 2010) di Marco Revelli. Ecco un passaggio: “In mezzo, tra le punte della forbice via via più ampia tra reale e virtuale – tra fragilità esperita e ricchezza narrata -, si stende la terra di nessuno in cui maturano, o comunque trovano terreno fertile, le frustrazioni e i veleni, i risentimenti e i rancori, le rese morali e i fallimenti materiali, le solitudini e le crisi d’identità che hanno sfregiato l’antropologia sociale italiana in questo inizio di secolo. L’indurimento del carattere. L’incipiente intolleranza per le debolezze dei deboli e il simmetrico eccesso di tolleranza per i vizi dei potenti. Il diffondersi dell’invidia come sentimento collettivo. Il fastidio per gli esterni ‘inferiori’ e l’emulazione dei nuovi ‘signori’. Il repertorio d’ingredienti che hanno nutrito le fiammate populiste degli ultimi anni, con le loro spregiudicate ‘retoriche del disumano’ e la messa a valore del ‘tribalismo territoriale’ come forma di risarcimento per uno status e un’identità perduti”. Persino i cosiddetti “padroni” a quanto pare sono peggiorati. In “Povera gente” Sua Eccellenza viene descritto come una persona magnanima. Resosi conto dell’indigenza dell’impiegato gli dona 100 rubli. Makar Djevuskin scrive entusiasta a Varvara Dobrosjelova: “sicuro che, per quanto abbia sofferto pene profonde nei giorni crudeli delle nostre disgrazie, guardandovi e guardando le vostre miserie, e guardando me, il mio avvilimento e la mia incapacità, nonostante tutto, vi giuro che non mi sono tanto cari i cento rubli quanto il fatto che Sua Eccellenza si è degnato di stringere a me, strame, ubriacone, questa mano indegna: in questo modo mi ha risuscitato l’anima, mi ha resa la vita più dolce per sempre…”. A questo punto verrebbe da dire, provocatoriamente: ridateci almeno il paternalismo e la filantropia. Emerge, leggendo il suddetto testo, un altro concetto fondamentale, ovvero quello della dignità. Il protagonista esulta più per la stretta di mano che per la generosa elargizione di denaro. I soldi non sono tutto nella vita. “Non di solo pane vive l’uomo (Matteo 4, 4 e Luca 4, 4) è la risposta di Gesù all’invito del diavolo di trasformare in pane le pietre del deserto, per saziare la fame sopravvenutagli dopo quaranta giorni e quaranta notti di digiuno”. Le soddisfazioni non sono solo quelle materiali. Così quando Gorskov viene assolto e risarcito, alle persone convenute per felicitarsi con lui, ripete: “ ‘Il mio onore …l’onore …il buon nome …i miei figli’ e come lo diceva; piangeva persino […] Ratazjajev, evidentemente per metterlo a suo agio, gli ha detto: ‘Che è mai l’onore, babbino, quando non c’è nulla? I soldi sono la cosa principale; ecco, per questo ringraziate Dio,’ e così dicendo gli batteva la spalla. Mi è sembrato che Gorskov si offendesse, cioè non che manifestasse direttamente il malcontento, ma ha guardato Ratazjajev in modo strano e si è tolto dalla spalla la mano di lui; e questo prima non sarebbe mai accaduto”. La dignità, questo sentimento sconosciuto ai nostri governanti. Penso alla ministra Elsa Fornero che parla di una “paccata di miliardi” in cambio dello smantellamento dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, e non si capacita che le persone preferiscano il lavoro ai soldi di buonuscita. Come nel libro di Dostoevskij anche in questo articolo non c’è il lieto fine. Oggi come ieri non c’è scelta. Nascere poveri o diventarlo resta una colpa, da espiare in questa valle di lacrime.

    Emanuele Bellato

    Vicemoralista e direttore de Ilpopoloveneto.it

    Categorie: Cultura

    Un commento

    1. ampul scrive:

      Bravo bravo bravo!

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