Si è avverata la profezia con la quale l’ex governatore della Calabria Giuseppe Chiaravalloti preannunciava gli eventi al telefono con la sua segretaria. In pieno scandalo “Why Not” Chiaravalloti, citando Archimede e dando perciò prova di possedere cultura erudita, leggeva il futuro dicendosi certo del fatto che i protagonisti di quelle indagini calabresi che facevano tremare i palazzi del potere nazionale avrebbero passato la loro vita a difendersi nelle aule dei tribunali. Oggi de Magistris e Genchi sono guarda caso imputati presso il tribunale di Roma con l’accusa di avere illecitamente acquisito i tabulati di alcuni parlamentari. Per Genchi non si tratta neppure del primo procedimento che lo riguarda, visto che è stato già indagato e prosciolto dall’accusa di “accesso abusivo a dati informatici”, sulla scia di una indagine avviata tra gli altri dall’ex magistrato Achille Toro, finito a sua volta impigliato nella inchiesta Grandi Eventi riguardante Anemone e la cricca, e capace di patteggiare una pena ad otto mesi di reclusione per rivelazione di segreto d’ufficio. Paradossalmente il processo romano che viaggia spedito verso la fase dibattimentale, poteva servire per riattualizzare alcuni aspetti di quelle indagini strappate all’epoca al pm procedente Luigi de Magistris. Sull’atteggiamento del neosindaco di Napoli, mi preme poi aprire una rapida parentesi. Ancora pm, de Magistris denunciava con forza la nuova P2 che emergeva dalle sue inchieste e che, a sentirlo, inquinava la vita democratica del Paese. Alcune inchieste sistemiche successive alle sue, hanno effettivamente dimostrato l’esistenza di nuclei di pressione più o meno occulti, di volta in volta ribattezzati senza fantasia P3 e P4, operanti nella carne viva delle istituzioni italiane. Ma il de Magistris politico, a differenza di quello in toga, tiene oggi su questi temi un profilo stranamente molto basso, dando forza ai sospetti di chi pensa che le battaglie del magistrato de Magistris, fossero perlopiù intimamente e forse inconsapevolmente vissute come apripista per una brillante carriera politica. Un atteggiamento  cioè,  in grado di realizzare quel  vecchio giochino che consiglia di  gridare contro un sistema che farebbe schifo, coltivando però intimamente e nel contempo la non confessata speranza di entrare finalmente a farne parte. Chiusa la parentesi, torniamo al processo romano che avrebbe potuto fornire elementi utili e importanti per decifrare le eventuali cointeressenze del potere italiano. Nella lista testi depositata da uno dei difensori di fiducia di Gioacchino Genchi, Avv. Ivano Iai, veniva chiesta infatti al Tribunale l’autorizzazione ad ascoltare molti personaggi eccellenti  in qualità di  testimoni, con relativo obbligo per gli stessi di rispondere quindi in maniera esauriente e secondo verità. Nomi importanti, tra i quali  quelli dell’ex ministro dell’Interno Giuseppe Pisanu, dell’ex premier Romano Prodi, del consulente Angelo Rovati, del sen. Franco Bonferroni, dell’ex ministro della giustizia Clemente Mastella,  del pentito Francesco Campanella, dell’ex presidente della regione Sicilia Salvatore Cuffaro, del sen. Antonio Gentile, dell’avvocato Giancarlo Pittelli, del direttore del Corriere della Calabria Paolo Pollichieni, dell’onorevole Domenico Minniti, dell’imprenditore Antonio Saladino, dell’on Francesco Rutelli, del sen. Luigi Lusi, del prof. Giancarlo Elia Valori, del dottor Luigi Bisignani, del magistrato della procura nazionale antimafia Alberto Cisterna, del presidente della Camera Gianfranco Fini e di quello del Senato Renato Schifani. Il Tribunale però non ha ammesso l’ascolto di molti testimoni chiesti dalla difesa di Genchi perché ritenuti irrilevanti. La difesa di Genchi, che ha ricusato anche per questa ragione il collegio giudicante, lamenta una violazione del diritto di difesa, specie in relazione alla possibilità di provare l’effettivo utilizzo delle utenze parlamentari oggetto del processo. Oltre che ritenute indispensabili alla difesa di Genchi per organizzare una adeguata difesa dalle accuse contenute nei diversi capi di imputazione, l’ascolto di autorità così importanti avrebbe forse incidentalmente costituito anche una occasione indispensabile ed irripetibile per approfondire alcune delle ipotesi avviate a Catanzaro. Avremmo forse finalmente potuto apprendere qualche elemento utile nella direzione della delimitazione dei contorni di  quella famigerata nuova P2 denunciata allora dall’attuale sindaco di Napoli. Un’accusa gravissima e rimasta paurosamente sospesa.  La pubblica opinione aspetta  ancora  ulteriori e nuovi elementi utili per comprendere se lo spettro del neopiduismo in Italia è davvero reale e operante, o se tale timore viva soltanto nei voli fantasiosi e pindarici di un ex  pm d’assalto.

    Francesco Maria Toscano

    Categorie: Giustizia, Italia

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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