Vivere in Calabria, viverla, da sempre e comunque. Con l’amaro in bocca di un’amicizia perduta, di una promessa mancata, di una speranza svanita. Viverla, intensamente, con la rabbia che corrode, con la noia che ti assale, con la mente altrove assetata di riscatto, con l’animo desideroso, di espiare, destinato a pagare colpe altrui, ma con la voglia di cambiare, con l’orgoglio che pervade. Esserlo calabrese, nel cuore per amare, nella testa per inventare, nello spirito per soffrire. Avere quell’ energia vitale, che ti fa andare avanti, contro tutti e tutto, quella forza dentro, quella vivacità, quel vigore, quella durezza che ti marchia, che ti fa apparire un tutt’uno con questa terra, così bella e aspra, così colorita e selvaggia, triste e pittoresca, povera e generosa. Osservare con meraviglia ciò che ti circonda da quando lei ti ha partorito, ogni giorno e tutti i giorni, senza stancarsi di benedire l’Eterno per quello che ti ha dato, per averti collocato in casa di madre natura. Innamorarsi, di lei, dei suoi capelli dorati e i raggi di sole, dei suoi occhi blu, cielo immenso, delle sue guance rosse e del fuoco della terra, delle sue labbra carnose, frutti da mangiare, dei suoi seni morbidi, dolci colline, e del suo amore, sterminato mare, che ti invade, ti conquista e ti devasta, ti prende delicato per scagliarti con forza contro i suoi scogli, guardiani senza tempo, rocce immortali. Amarla, fortemente volerla, consumarsi d’amore e consumarla, per poi tradirla. Con il sangue della terra, con gli sforzi persi di tanti anni, con tutte le tue guerre, le battaglie, i problemi, una storia di ombre e luci. E le senti quelle grida, le conosci, sono la tua croce. E le tue mani, mentre fuggi, sono serrate dentro i pugni, e i tuoi pianti sono la tua voce. Calabria, Magna Grecia di miti e leggende, di Dori ed Achei, Sybaris e Croton, Locri e il tempio di Persefone, figlia di Zeus e Demetra, moglie di Ades regina degli inferi, strappava ai morenti il fatale capello che li legava alla vita, Locri e i suoi Pinakes, scene di nozze divine, vivaci policromie offerte ex voto. Rhegium, Medma e Metauros e Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, matricida, perseguitato dalle Erinni. Tideo e Anfiarao, l’uno feroce eroe figlio di Ares, protetto di Atena, l’altro profeta guerriero, perì sotto Tebe, tradito dalla più avara donna, tutti e due i magnifici bronzi, dormienti per secoli nei fondali al largo di Riace. E Pentedattilo, cinque dita verso il cielo, che tanto commossero Edward Lear, viaggiatore. Calabria, con la malaria che tormenta e infierisce, Romani severi contro chi fu dalla parte di Annibale, con invasioni di Goti, Bizantini, Longobardi. Scorrerie di Saraceni e il litorale subisce. E poi prosperità con i Normanni, e poi ancora rovina e gli Angioini, Aragonesi, Spagnoli e di nuovo malaria che senza pietà colpisce. Calabria, difficile da piegare, spezzata irreparabilmente da devastanti terremoti, terra ingoiata dalla sua stessa terra, e terra ingoia terra, Calabria che cede, Calabria che cade, ma che si risolleva, in silenzio, senza un lamento. Caparbia. Testarda. Testardo! Mi ripetevo sei un testardo, ostinato e cocciuto calabrese, mentre le spine affondavano profondamente nel mio corpo e il sangue colava copioso e ferite si aggiungevano ad altre ferite. Pensavo e ripensavo alle parole scritte di getto ad un amico per un articolo sulla mia bella Calabria, mi erano rimaste dentro, scolpite, incise col fuoco, semplicemente perché le sentivo nell’animo, perché ce le avevo nel cuore, e le ripetevo, intervalli fra una preghiera e un implorazione, fra suppliche e orazioni, per non sentire dolore, le fitte e gli spasmi. E più la processione andava avanti, più la calca mi pressava, permeata di una magnifica esaltazione mistica, e più io stringevo i denti e l’immagine di San Rocco al petto. Le mie braccia incrociate, l’immagine ancora al petto, fino alla fine, dall’inizio, quando prima del corteo religioso, entrato in chiesa per ricevere la benedizione avevo strofinato la santa figura sulla testa, per tre volte, come da rito…la mia testa, in quel momento quella di Giuseppe, mio figlio, che Iddio lo aiuti. Sono uno spinato, per devozione, venerazione, intensa religiosità, per implorazione, supplica, per una grazia da ricevere…per il mio cuore. Siamo gli spinati, insieme, per un voto da sciogliere, per culto, affinché non muoia la speranza, affinché non si spegni l’ultimo barlume. Tre ore sono lunghe, quanta sofferenza e quanta fede…flagellanti, scalzi, seminudi, danziamo e le spine si conficcano nella carne, danziamo sotto le nostre campane di ginestra selvatica, è una danza tragica, sofferenza voluta, mentre il sangue sgorga il rito si compie. Profonda pietà e non superstizione. La chiesa risuona di canti tramandati nel tempo, parti del corpo sanate dal santo, raffigurate in cera si moltiplicano e si mischiano fra di loro in un groviglio simile ad un carnaio umano. Così piedi, mani ,cuori, reni, cervelli, bambini, occhi. Anche case, libri, tesi di laurea. Noi intanto danziamo…davanti alla statua, nell’aria un fresco profumo d’estate, di mare, fervore, passione, intensità…sacro, profano. Luci, venditori ambulanti che interrompono il loro vociare al passare del Santo, bancarelle allineate all’ingresso della chiesa con dolciumi raffiguranti animali domestici o intere famiglie a base di miele e latte. Donne e ragazzini recano in testa corone di spine e grossi ceri accesi in mano, danza, musica e ancora danza, palloncini che si perdono nel blu degli occhi teneri di un bambino. Musica, ancora, tamburi, rullano: sono i Giganti, Mata e Grifone, enormi fantocci di cartapesta, levati in alto sulle spalle dai portatori, corrono, s’inchinano, danzano anche loro, in modo grottesco, rappresentando i primi esseri umani o il moro che rapisce la bella principessa. Balla anche il cavallino, il “ciuccio”, persona che indossa una testa d’equino. E’ un’irresistibile danzare e il mio corpo è trafitto, la mia mente invoca:

    “A la testa di Santu Rroccu

    ‘na bella curuna nci sta

    Santu Rroccu di la Francia

    Facitimmilla la carità”

    E’ una nenia che non mi abbandona mai, cantilena, carità. E continuo a roteare, giro nell’aria carica di forti emozioni, la mia campana mi ferisce, la mia “Spalas” mi trafigge il cuore…ma è fiducioso, pieno di speme, gioisce soffrendo, sa che riceverà se puro e sincero. Incessante è il mio volteggiare. San Rocco nasce a Montpellier nel 1295, e appena venuto alla luce suscita meraviglia per un segno a forma di croce apparsogli sul corpo in prossimità del cuore. Figlio unico dei nobili Giovanni De La Croix e Libera Roque, trascorse parte della sua giovane vita in spensieratezza e lussi finchè perse la madre alla quale era molto attaccato. Giungevano nel contempo dall’Italia delle notizie terribili riguardo un’epidemia di peste che causava enormi perdite di vite umane. Decise , pensando a tanti infelici, di abbandonare il lusso per intraprendere una nuova esistenza fondata sulla carità e sull’amore verso il prossimo. Dopo aver lasciato i suoi beni ad uno zio, partì alla volta di Roma in completa povertà. Attraversò a piedi parte della Francia e valicate le Alpi giunse in Italia. Trovandosi in Toscana e avendo appreso che la città di Acquapendente era appestata accorse in aiuto degli ammalati senza curarsi del pericolo del contagio. Proprio qui si accorse che dopo aver fatto il segno della croce ai moribondi questi guarivano miracolosamente dal terribile male. Consapevole di possedere nelle sue mani prodigi divini passò ad operare miracoli a Cesena ed a Roma. Continuò a guarire per le strade, nelle case e negli ospedali finchè, arrivando a Piacenza, contrasse la peste. Deriso e scacciato dai Piacentini come falso guaritore, si rifugiò in un bosco vicino alla città, scampando alla morte per fame, grazie ad un cane Gottardo che gli portava il pane sottraendolo al suo padrone. Il Santo, bagnando la piaga in un ruscello, guarì miracolosamente dalla malattia e fatto ritorno a Piacenza fu accolto da alcuni miracolati, che attirati dal suo esempio si ritirarono a condurre una vita solitaria, in preghiera e meditazione. Dopo un segno premonitore decise di ritornare al suo paese natio dove giunse affaticato, stanco e lacero per il lungo viaggio tanto da non essere riconosciuto nemmeno dallo zio. Lo stesso, credendolo una spia al soldo del nemico col quale la sua provincia era in lotta, lo fece imprigionare. Rinchiuso per cinque anni in una angusta, buia ed umida cella morì nell’anno 1327 riuscendo a ricevere i sacramenti dopo che un Angelo gli aveva preannunciato la sua morte terrena.Nel 1414 la Chiesa riconobbe in Lui il Santo Protettore degli appestati. Il culto di San Rocco si diffuse soprattutto nell’Italia meridionale nel XV e XVI secolo perché in quegli anni le epidemie erano più frequenti. Ben presto sorsero ovunque chiese e statue per onorare il Santo e Venezia, ottenute alcune sacre Reliquie, gli innalzò un tempio che è ancora oggi il più visitato d’Italia, sia per le bellezze artistiche che vi sono custodite, ma soprattutto, per la presenza delle sue sacre ossa. I calabresi, pur non avendo avuto nella terra di Calabria la presenza fisica di San rocco, hanno riversato però, nel Santo Guaritore, un culto che non si riscontra per intensità devozionale in nessun’altra regione d’Italia. La festa di San Rocco si svolge nella città di Palmi (RC) il 16 Agosto di ogni anno e, pur se il patrono di Palmi è San Nicola, il culto per San Rocco è così grande che nel contempo fu elevato a compatrono. Col terremoto del 1783 venne distrutta la chiesa madre intitolata a San Nicola e gli arredi sacri, le statue e le funzioni liturgiche furono ospitate per molti anni nella chiesa di San Rocco miracolosamente rimasta in piedi. Le mura della chiesa pur avendo resistito al “Flagello” del 1783 ed al successivo sisma del 1894 non ressero però, al terremoto del 1908 e crollarono in un groviglio di macerie. Riparata in maniera approssimativa fu nuovamente distrutta nel 1924 da un violento incendio. In attesa di essere riedificata ancora una volta le funzioni religiose vennero svolte in una baracca di lamiera che ancora sopravvive. Il ricorrere all’intervento miracoloso di San Rocco è insito nell’animo del palmese che si rivolge al Santo per riacquistare la salute da una malattia, di avere assegnata una casa popolare o di portare a compimento un ‘aspettativa attesa da tempo e, anche se non dovesse verificarsi, il devoto continua ugualmente a pregarlo con l’intensità e l’ardore di sempre. Lo storico palmese Domenico Guardata, riporta nelle sue “Memorie Storiche”, un episodio a dimostrazione di quanta fede ha avuto sempre il popolo di Palmi nei confronti del Santo Protettore. Scrive, infatti, che nel Settembre del 1837 si era propagato in città il morbo Asiatico o febbre colerica e che in soli 18 giorni aveva portato alla morte ben 325 persone su una popolazione di 8.700 anime. “…Il popolo atterrito correva sugli altari a chiedere perdono, e ricevere forse per l’ultima volta i Sacramenti. Era già il terzo giorno della malattia,e qualche miglioria si osservava,forse per l’uso del carbone vegetale il quale aveva giovato a moltissimi; ma il popolo entusiasmato credendo essere ciò avvenuto per miracolo di San Rocco, udendo le voci di qualche devoto ipocrita che diceva essergli apparso il Santo a manifestargli che fosse la sua statua girata pel paese…eseguì di notte una lunga processione. Ma il sudore versato per la grande calca di genti,fra cui anche degli ammalati e l’umidità dell’ora furono cagione che il morbo di nuovo si avanzasse e maggiormente s’infierisse…”. Attorno al Santo miracoloso si diffusero delle leggende che ancora oggi si ricordano, nate a causa di antichi rancori ed odi di classe prodotti dal distacco di Palmi dalla vicina Seminara nel 1635. Una di queste racconta che alcuni cittadini Seminaresi avendo nottetempo tentato di avvelenare l’acqua potabile del condotto idrico che passando dalle campagne di Seminara alimentava Palmi, furono dissuasi dal cattivo disegno per l’intervento miracoloso di San Rocco che li disperse a colpi di bastone. I miracoli di San Rocco non vengono quasi mai raccontati ma sono evidenti nella fede, nelle preghiere e nei voti che i fedeli gli tributano quotidianamente e durante la festività che si celebra in suo onore. E’ notte, si sente in lontananza il fragore dei fuochi d’artificio, è una notte d’agosto, l’aria è calda, la gente si accalca per trovare un posto in prima fila per il sorprendente spettacolo. Il vecchio monte si illumina di colori, mostrandosi in tutta la sua maestosa bellezza. Si accende, borbotta, si spegne, si riaccende. Si tuffa possente nell’acqua incantata di un mare magico, una luce percorre lo stretto, un navigante solitario starà pensando alla sua amata, fra il fumo di una sigaretta e la compagnia delle stelle, si gusta la meravigliosa scena di luci e toni. Sono stremato ma sereno, mia moglie pulisce ancora le mie ferite…il mio corpo si torce fra tagli e lacerazioni, mio figlio legge piano la vita del Santo, lo guardo, i miei occhi luccicano…non è niente…ti voglio bene.

    Domenico Latino

    L’antimoralista

     

    Categorie: Cultura

    Un commento

    1. ampul scrive:

      Non credo che solo un calabrese riesca ad applaudirti dopo queste bellissime parole..

      Bravo.

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