“Senza i partiti non c’è democrazia. Ma è proprio così?”. Muove da questo interrogativo la denuncia di Willer Bordon contro il sistema dei partiti, espressa nel suo ultimo saggio: “Manifesto per l’abolizione dei partiti politici” (Ponte alle Grazie, 2012). E di partiti Bordon se ne intende parecchio avendo alle spalle una storica militanza nel Partito Comunista e più recentemente sotto varie sigle: Alleanza Democratica, Italia dei Valori, Democratici, Margherita, Unione democratica dei consumatori. Già ministro dei lavori pubblici, dell’ambiente e sottosegretario ai Beni culturali, è noto soprattutto per l’iniziativa per evitare l’inquinamento prodotto dalle antenne di “Radio Vaticana”. Però Bordon è anche l’unico politico che nel 2008 decise clamorosamente di uscire dalla “casta” come atto di protesta contro  il declino e la corruzione della classe dirigente. Al presidente del Sento Marini presentò la lettera di dimissioni con la seguente motivazione: “Il mio non è un atto di rassegnazione, né tantomeno un gesto aventiniano, ma un atto forte di testimonianza di chi sente il dovere di difendere le istituzioni dalla deriva di sfiducia che investe la politica”. All’epoca qualcuno insinuò che tale decisione fosse dettata da altri motivi, meno nobili. C’è infatti un’intercettazione tra Giancarlo Innocenzi, ex-membro dell’Agcom ed Agostino Saccà, ex-direttore generale della Rai, in cui emergono possibili vantaggi lavorativi per la moglie di Bordon, di professione attrice, nell’ambito di qualcosa di grosso…, forse la “compravendita” del voto del Senatore per far cadere il Governo Prodi. Bordon e signora (che ad onor del vero non ha ricoperto nessun ruolo nella fiction indicata nella conversazione telefonica intercettata) hanno sempre smentito ogni addebito e continuano a minacciare querele; l’ex politico, ancora oggi, non ci sta a passare per un trasformista intrallazzatore e ricorda ancora con orgoglio quando durante una campagna elettorale a Roma, nella sede del suo comitato, appese un cartello con la scritta: “Willer Bordon non raccomanda nessuno”. Per la suddetta faccenda, mai del tutto chiarita, (e per la mancata rinuncia al vitalizio) molti fans di Grillo non hanno gradito vedere il settimanale “Passaparola” curato proprio da Bordon. Ma Grillo ha ben altri problemi per la testa per preoccuparsi delle contestazioni. Poi se ad attaccarlo sono personaggi del calibro di Pier Ferdinando Casini, conquistato all’ultima ora dalle grandi potenzialità offerte dalla rete, non può che dormire sonni tranquilli. Bordon con il suo ultimo pamphlet dal titolo: “Manifesto per l’abolizione dei partiti politici”, eco dello scritto del 1943 di Simone Weil, donna simbolo dell’epopea antifascista europea,  “Manifesto per la soppressione dei partiti politici” ripubblicato da Castelvecchi, pone delle questioni importanti. Se Simone Weil scrisse il manifesto in chiave antistalinista, contro la deriva totalitaria del comunismo, attualmente la critica di Bordon è rivolta all’eccessivo peso assunto dai partiti e al loro distacco con la società. Ci può essere democrazia senza i partiti? La risposta dell’autore naturalmente è sì, perché la democrazia è nata prima dei partiti, in particolare la democrazia anglo-sassone. I partiti sono venuti dopo la rivoluzione francese e grazie alle rivendicazioni di classe. Proseguendo nella lettura del libro si scopre che la tesi di Bordon è meno radicale ed ambiziosa del titolo del libro. In realtà si propone l’abolizione degli attuali partiti politici presenti nel Parlamento, divenuti ricettacolo di interessi particolari, luoghi per far carriera. In ogni caso sarebbe già un bel passo avanti. Per ottenere il risultato della fine degli attuali partiti Bordon propone alcune regole, una sorta di decalogo. La prima: Parlamento monocamerale (ed eventualmente la seconda Camera formata da coloro che sono eletti nelle Regioni). La seconda: Elezioni in collegi uninominali, a doppio turno con rappresentanza di genere. La terza: Abolizione di ogni forma di finanziamento pubblico ai partiti. La quarta: Regolamentazione puntuale delle campagne elettorali a partire dall’introduzione per legge delle primarie. La quinta: Abolizione delle Province. La sesta: Divieto per due legislature della candidatura di chi ha avuto responsabilità istituzionali, parlamentari o governative negli ultimi venti anni. La settima: Limite di età di 70 anni per qualsiasi incarico di governo, comprese le authority; stesso limite di età per i governatori e i sindaci delle Città metropolitane. L’ottava: Divieto di candidatura per chiunque abbia avuto sentenze passate in giudicato per condanne gravi o particolarmente infamanti. La nona: Sospensione dall’incarico dopo la condanna di primo grado con reintegro in caso di assoluzione piena al termine dei tre gradi di giudizio. Ed infine la decima: Applicazione piena dell’art.49 della Costituzione, per mettere fine al pasticcio di una funzione costituzionale gestita dai partiti in modo totalmente privatistico. Seguendo queste regole, secondo Bordon, scomparirebbe il 90% dei partiti, e resterebbero solo le persone animate dalla passione, dalla volontà, dal civismo e soprattutto le istituzioni tornerebbero a fare servizio pubblico.

    Emanuele Bellato

    Il vicemoralista

    Categorie: Politica

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