Il 2013 sarà un anno decisivo per le sorti del nostro Paese. La scadenza del settennato di Napolitano aiuterà certamente l’Italia a riflettere meglio sulla sua storia recente e passata, libera da inopportune invasioni di campo e ricostruzioni di comodo. A parole tutti vogliono la verità sugli anni delle stragi, ma quando dalla retorica si passa alle ipotesi concrete, le resistenze contro la ricerca della verità diventano pervasive, soffocanti, opprimenti, e inopportune. Qualunque uomo per bene, rispettoso di fronte al sangue eroicamente versato da Falcone, Borsellino, gli uomini della scorta e i tanti innocenti civili dilaniati dalle bombe mafiose, proverebbe sgomento nell’ascoltare le conversazioni intercorse tra il consigliere giuridico del Quirinale Loris D’Ambrosio e l’ex ministro dell’Interno Mancino. Dialoghi che palesano uno spaccato surreale, al limite della farsa. Gli equilibri politici della seconda Repubblica si forgiano negli anni del terrorismo mafioso, per cui è ovvia l’apprensione del sistema di potere che oggi domina in Italia nei confronti di alcune iniziative giudiziarie che, evidentemente, non inseguono verità di comodo precostituite e indolori ma servono unicamente le ragioni della giustizia, senza farsi condizionare da un malinteso concetto di ragion di Stato. Napolitano, intercettato al telefono con Nicola Mancino, ha investito della questione persino la Consulta. Il timore, spiegano oggi alcuni corazzieri travestiti da quirinalisti alla Marzio Breda, è che la pubblica opinione possa mai venire a conoscenza del contenuto dei dialoghi tra Mancino e Napolitano. A parte le questioni prettamente giuridiche già abbondantemente chiarite dalla stessa procura di Palermo, che ha nuovamente ribadito di avere agito nel pieno rispetto della normativa vigente, è doveroso affrontare un nodo politico che pesa oramai come un macigno sulle nostre istituzioni. Perché Napolitano si sente in dovere di intervenire in maniera così diretta e irruenta nel tentativo di rassicurare Nicola Mancino rispetto alla rapida evoluzione dell’inchiesta Stato-mafia? Senza una risposta convincente a questo interrogativo, le nubi che si addensano nere sui cieli d’Italia non verranno mai diradate. Per inciso segnalo poi la stravagante situazione riguardante alcuni giudici costituzionali investiti della questione in argomento. Alcuni di loro, nominati dal Presidente Napolitano, si troveranno presto nella condizione di dover discutere una questione che sta molto a cuore alla persona che li ha indicati. Una situazione assolutamente paradossale. Anziché frenare la procura di Palermo che insegue il livello politico ipoteticamente corresponsabile delle stragi, la stampa libera e per bene dovrebbe approfondire altri importantissimi aspetti di quella drammatica stagione improvvisamente finiti sotto silenzio. Perché i processi sull’eccidio di via D’Amelio sono stati costruiti intorno alle dichiarazioni di una figura improbabile come Vincenzo Scarantino? A che punto sono le indagini su quegli uomini delle istituzioni che, pare, avrebbero imboccato il falso pentito Scarantino per costruire alcune verità di comodo? Come è stato possibile che un processo siffatto superasse tutti i gradi di giudizio fino a ricevere il sigillo finale della Suprema Corte? Il processo di revisione sulla strage di Via D’Amelio non deve limitarsi a liberare gli innocenti ingiustamente condannati, ma deve anche contestualmente punire i veri colpevoli responsabili di quella mattanza, qualunque ruolo oggi malauguratamente ricoprano. Ho sentito ieri il procuratore capo di Caltanissetta Sergio Lari, intervistato su Corriere Tv dai giornalisti Sciacca e Bianconi, ipotizzare la commissione di alcuni errori investigativi generati da una eccessiva “ansia da prestazione”. Una ipotesi che va approfondita ma che non collima con le spiegazioni fornite in passato dello stesso Scarantino (clicca per leggere). Per capirne di più forse sarebbe utile provare a ricostruire le carriere, da allora in avanti, di tutti gli uomini delle istituzioni che, in un modo o nell’altro, ebbero un ruolo nella preparazione, l’evoluzione e la conclusione dei processi farsa costruiti intorno al “boss per caso” Vincenzo Scarantino. Il Paese è chiamato oggi ad un eccezionale sforzo in grado di servire unicamente le ragioni della giustizia. Se l’Italia sceglierà invece, per l’ennesima volta, la strada del grigio compromesso, impaurita dalla ricerca di verità inconfessabili, inspiegabili e ingiustificabili, allora anche la terza Repubblica nascerà, come la seconda, sotto il segno dello spregevole ricatto.
Francesco Maria Toscano
17/07/2012
(AGENPARL) – Roma, 16 lug – Dalla Serbia, dove si trova in missione con una delegazione della Commissione Antimafia Europea, l’on. Sonia Alfano interviene sul presunto “conflitto di attribuzione” che il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, intende sollevare di fronte alla Corte Costituzionale. “Non esiste alcuna motivazione giuridica che giustifichi un atto del genere – spiega l’on. Sonia Alfano. Il Presidente Napolitano sta commettendo l’ennesimo scempio, rendendosi di fatto complice dell’isolamento dei magistrati palermitani che stanno indagando sulla trattativa Stato-mafia. Una manovra tanto più squallida, perché compiuta alla vigilia del ventennale della strage di via D’Amelio, che fa da sfondo a quella nefasta negoziazione. Colpisce il silenzio dei tanti politici che vanno sbandierando la propria voglia di verità sulle stragi e che in questi giorni saranno a Palermo, salvo poi fare una levata di scudi quando si osa criticare il Colle. E’ ormai evidente che bisogna difendere la democrazia e la Repubblica dalle gesta sconsiderate di Napolitano che, come colpito dalla stessa sindrome che caratterizzò gli ultimi mesi del settennato di Cossiga, sta scadendo nel golpismo e nell’attentato alla Costituzione: solo questo sarebbe il presunto conflitto di attribuzioni che il Quirinale preannuncia, in contrasto con la Carta Costituzionale, le leggi e il buon senso. Spero – conclude – che le forze democratiche valutino se non ricorrano gli estremi per la messa in stato d’accusa del Presidente Napolitano”.
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