Mentre le elezioni americane si avvicinano vengo colto da un dubbio amletico: è meglio che rivinca un sedicente progressista, garante ma con tatto, degli equilibri consolidati che premiano la speculazione finanziaria internazionale e massacrano precari, giovani, disoccupati e lavoratori su scala globale (leggasi Obama, ma lo stesso discorso valeva in Francia per Hollande); oppure, rebus sic stantibus, tanto vale augurarsi che vinca il “duo della morte” repubblicano Romney-Ryan, destinato a perpetuare lo stesso modello neoschiavista, ma con spietata nettezza e senza fronzoli o depistanti ipocrisie? Ne converrete, è un bel dubbio. Ma siccome non intendo “veltronizzarmi”, dichiarando di tifare per Obama “ma anche” per Romney, sciolgo subito la riserva ed esprimo una preferenza secca e, di seguito, motivata: meglio Romney. Il primo mandato di Obama è stato un totale fallimento. L’unica preoccupazione del primo Presidente nero della storia degli Stati Uniti è stata quella di salvare il sistema bancario del suo Paese responsabile della tragica crisi dei “mutui subprime”. Obama ha utilizzato palate di soldi pubblici per garantire interessi speculativi privati, mentre la disoccupazione nel suo Paese aumenta e l’Europa annega nell’indifferenza complice del gigante a stelle a strisce. Come ogni politicante da quattro soldi, pure Obama si ricorda “dei problemi veri” solo sotto elezioni, promettendo di fare domani quello che dolosamente non ha fatto ieri. C’è da credergli? No. E non perché in realtà Obama (“il Veltroni nero”) non possa in astratto fare tesoro dei suoi errori e migliorare, se rieletto, le sue patetiche prestazioni. In astratto tale ipotesi sarebbe possibile e auspicabile. In concreto però il nostro fumoso Presidente , specialista in chiacchiere e metafore, non sembra affatto in grado di affrontare una dolorosa rivisitazione critica del suo operato che faccia ben sperare per il prossimo futuro. Anzi. L’idea, ad esempio, di legare ulteriormente il suo nome a quello dell’ex presidente democratico (si fa per dire) Bill Clinton fa letteralmenteinorridire (clicca per leggere). Bill Clinton, rimasto impresso nella memoria collettiva più per le decisioni prese sotto il tavolo presidenziale, ha condotto negli anni della sua presidenza una scellerata politica economica degna dei peggiori falchi utraliberisti europei alla Draghi, Monti e Schaeuble. Clinton, impregnato del peggior dogmatismo turbocapitalista, si impegnò per raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio. Una assurdità economica pensata ad ogni latitudine per distruggere lo Stato sociale e per impoverire famiglie e imprese, come spiega efficacemente Stephanie Kelton riattualizzando le intuizioni del grande economista Abba Lerner (clicca per leggere). Probabilmente non esistono scorciatoie. La crisi sociale e politica dell’Occidente è destinata ad aggravarsi, ripetendo lo stesso identico schema che sul finire degli anni ’20 del secolo scorso generò la grande depressione prima e il conflitto mondiale poi. Se questo è il percorso obbligato che ci aspetta, tanto vale esserne consapevoli e non rincorrere inutili palliativi (Hollande, Obama, Bersani e compagnia cantante). Romney, al quale la storia potrebbe affidare il macabro compito che fu del presidente Hoover, accelererà il corso dei necessitati eventi, evitando così il protrarsi di questo inutile e infruttuoso strazio (lo spread oramai è come il caffè Lavazza:  più va giù e più ti tira su). Rivedremo la luce solo dopo aver percorso il tunnel per intero.

    Francesco Maria Toscano

    03/09/2012

    Categorie: Esteri

    4 Commenti

    1. alessandro scrive:

      aggiungerei che Clinton, il fratello maggiore di Obama, ha dato una spallata decisiva alla deregolamentazione dei mercati dei capitali, mediante l’abolizione praticamente definitiva della nota Glass-Steagall act, adottata all’indomani della crisi della grande depressione americana nel ’33, per contrastare la speculazione finanziaria dei mercati e la turbo-finanza. Sostanzialmente completando quel processo di deregolamentazione iniziato negli anni ’80 con il governo più conservatore della storia americana, di reganiana memoria. Ecco che non mi stupiscono affatto le proteste dell’altro ieri di Occupy Wall Street contro Obama, in quanto il movimento americano auspica da tempo l’istituzione di una nuova Glass-Steagall act, aggiornata ai nostri tempi, che l’attuale Presidente non ha inteso fare, preoccupato dal fatto che i fondi per la campagna elettorale dei mostri della finanza si dirottassero verso Romney. Il finanziamento alle banche rientrava in un piano di salvataggio deciso praticamente di concerto con J.W.Bush, quindi niente di progressista, mentre le risorse messe da Obama per contrastare la crisi (700Mld) furono impiegate per gran parte per sussidi di disoccupazione ed assistenza al reddito dei meno abbienti, risorse del tutto insufficienti per il rilancio della domanda e dell’occupazione. Anche Obama ha inghiottito la pillola blu di Matrix, “il debito pubblico e l’inflazione devono essere ridotti”

    2. Cecilia scrive:

      Apprezzo molto, come sempre, la sua analisi, ma mi chiedo se non sia eccessivamente influenzata da una forma di determinismo storico… Mi chiedo se augurarsi la crisi definitiva del sistema non sia, oltre che un tantino cinica, una posizione un po’ troppo astratta. Per quanto determinanti siano i cosiddetti poteri forti anche negli USA, è un fatto che Obama sia stato sostenuto da una rete di popolo estesa e consapevole. Gli interventi nell’ambito del welfare (sostenuti da una first lady tutt’altro che umbratile) mi sembra che siano una realtà. E mi sembra di aver capito che questi interventi non riguardino solo il sistema sanitario, ma anche la pubblica istruzione, che a Michelle Obama sta molto a cuore. Tutte queste cose, certo, non giustificano le inadempienze nei confronti delle banche e della grande finanza e la mancanza di energici interventi in campo economico, come lei spiega molto bene. Ma fornire a un’intera popolazione la possibilità di vivere meglio la vita quotidiana, e di accedere più facilmente all’istruzione, non solo serve ad allontanare lo scontro sociale (che a mio parere non è mai auspicabile, come la morte e il sangue che porta con sé) ma aiuta anche a riparare le basi – oggi così compromesse – della democrazia. Questa strada, sebbene lunga e a tratti esasperante, mi sembra l’unica possibile anche perché si giunga all’affermazione di una classe dirigente illuminata, che potrebbe attuare gli interventi che lei auspica in maniera probabilmente più solida di un illuminato ed eroico mago della macroeconomia… D’altra parte, la strada che passa per la palude popolata dai coccodrilli clericofascisti alla Mitt Romney non mi sembra molto più corta, e rischia di portare alla desertificazione morale e culturale del popolo, che, se vogliamo continuare a ragionare in termini di democrazia, è e deve continuare ad essere il depositario del potere.
      NB: queste considerazioni non valgono per il PD italiano e i suoi vari rappresentanti. Non dovremmo mai perdere di vista il fatto che l’Italia è ancora una democrazia incompleta.

      • il Moralista scrive:

        Carissima Cecilia,
        grazie per il tuo intervento che arricchisce la discussione e mi consente di approfondire il mio pensiero. Il mio desiderio di vedere trionfare Romney contiene chiaramente elementi che potremmo definire “provocatori”, finalizzati anche ad esorcizzare il possibile materializzarsi di fantasmi del passato che pensavamo ingenuamente sepolti per sempre. In troppi stanno scherzando con il fuoco ed è utile sensibilizzare al massimo le avanguardie culturali, italiane, europee e americane al fine di evitare possibili “bruschi risvegli”. La situazione è drammatica e la drammaticità del momento richiede scelte chiare, coraggiose e risolute. Obama deve perciò scegliere tra Hoover e Roosevelt. Comodi compromessi non sono più possibili. In ogni caso, colgo gli spunti costruttivi del tuo ragionamento e ti invito, nel caso dovessi ritenerlo opportuno, a sviluppare analisi differenti. Il Moralista è uno spazio libero, aperto al confronto, che rifugge il dogmatismo e vive di dialettica. Sarei molto felice perciò di proporre anche il tuo pensiero ai tanti lettori de “Il Moralista”. Grazie,

        Francesco

    3. [...] sadiche e antisociali con il mellifluo savoir faire tipico della  sinistra ostriche e champagne (clicca per leggere). Obama ha infatti deciso di tagliare in maniera selvaggia la spesa pubblica per provare ad [...]

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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