Ho dato un’occhiata al programma degli Stati generali del Nord, la convention della Lega che si terrà il 28 ed il 29 settembre al Lingotto di Torino. La prima uscita di un certo rilievo, si potrebbe dire, della Lega in doppiopetto guidata dal “delfino” Roberto Maroni. Cosa colpisce di primo acchito? In primo luogo la stridente contraddizione tra alcune parole d’ordine dell’iniziativa, peraltro le stesse che il Carroccio ha fin dall’inizio riservato al governo Monti, ed il profilo degli ospiti che animeranno la discussioni nella due giorni. Da un lato, infatti, si continuano a profondere strali contro banche e banchieri, contro la burocrazia europea asservita al potere finanziario, dall’altro si scelgono come interlocutori proprio i rappresentati della casta finanziaria italiana e continentale, i ministri-banchieri del governo Monti, i rappresentati della tanto bistrattata burocrazia europea. Una chicca: sul sito dell’iniziativa, in alto a destra, c’è un bottone con su scritto : “Fai una domanda a Passera”, cliccando sul quale si apre una finestra per inoltrare domande al Ministro dello Sviluppo Economico. Per carità, niente di nuovo: una pillola di coerenza Maroni ce l’aveva offerta già qualche mese addietro, allorquando affermava che il principio rigorista contenuto nel fiscal compact, quello del pareggio di bilancio che per l’Italia rappresentava una cessione di sovranità alla burocrazia europea, doveva essere il pilastro su cui fondare la nuova Europa delle regioni (Doppiopesismo leghista). Epperò non si può non rilevare che, accanto ad una palese schizofrenia in perfetto stile leghista, qui si assiste ad una precisa scelta di campo: si scelgono i poteri forti in luogo dei ceti popolari, dei commercianti e degli artigiani, dei piccoli imprenditori. Di quei segmenti della società che per anni sono stati l’ossatura della base militante ed elettorale della Lega. D’altro canto anche la formula e gli argomenti scelti per i tavoli tematici è indicativa: Maroni nella conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa ha dichiarato che nell’occasione la Lega  non farà proposte ma “ascolterà” cosa avranno da dire gli ospiti, cercando di “interpretarne” le esigenze, di tradurne in proposta politica le domande, le istanze, gli interessi. Ma nelle sue parole non è mai echeggiata la parola “popolo”, né mai ha fatto riferimento ai lavoratori precari, agli operai delle aziende in crisi, ai piccoli artigiani e commercianti, ai ceti deboli della società, segno che i soggetti di cui la “sua” Lega vuole “interpretare” gli interessi sono altri ed appartengono ad altri rami della società. In passato, ai tempi del Bossi ruggente, sebbene i paradossi, le contraddizioni, abbiano sempre accompagnato il cammino della Lega, il tratto “popolano” di quest’ultima era esibito, valorizzato, inscenato a fini propagandistici, per affermare, anche visivamente,  una netta distanza del movimento dal mondo della grande impresa e della finanza. Ciò anche quando, crescendo, il partito in certi ambienti era finito per accreditarsi ed intrufolarsi. Oggi invece sembra, al netto di qualche sparata residuale contro banchieri e finanza, più di rito che di sostanza, che la strada imboccata da Maroni sia un’altra: quella di fare della Lega il nuovo punto di riferimento dei poteri forti del nord. Su questo terreno anche i temi della secessione, dell’indipendenza, della Padania (Termine sempre meno usato), avranno solo una funzione di corredo; saranno lo zuccherino ideologico da dare in pasto alla base più popolare, la valvola di sfogo da offrire alle inquietudini di una parte dell’elettorato del nord. Nulla di più. A parte i danni che certe campagne producono anche a prescindere dalle reali intenzioni dei promotori.

    Luigi Pandolfi

    27.09.2012

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Categorie: Lavoro

    Un commento

    1. ugo scrive:

      In passato ho votato la Lega. Ero giovane, credevo proprio in quelle sparate bossiane che generavano speranza in un cambiamento al meglio, entusiasmo per un futuro che sembrava offrire opportunità da cogliere. Poi ho visto, ho misurato, ho capito, e il futuro è scomparso, divorato dal farsi palese dell’ennesima menzogna. La stessa menzogna che è sulla bocca e nel cuore di ogni dirigente, a qualsiasi livello. Essere dirigenti è una questione di abilità e opportunità. Desiderare d’esserlo (presupposto irrinunciabile per diventarlo) è un fattore innato, probabilmente un carattere ereditario. Ed è un fattore tremendamente negativo che il “successo” non fa altro che enfatizzare, selezionando al peggio gli individui peggiori.
      Per come la vedo, l’unico dirigente socialmente tollerabile è quello che sta sotto qualche spanna di terra, sigillato in una cassa.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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