Rivoluzione. Il termine più usato nella due giorni del Lingotto, agli Stati generali della Lega Nord. C’è quella di Zaia, quella di Maroni, quella di Passera, quella di Squinzi, ecc.  Più rivoluzione per tutti, verrebbe da dire. Cerchiamo di capire allora di che si tratta, di quale rivoluzione  hanno parlato i protagonisti del nuovo corso del Carroccio, incoraggiati, si fa per dire, dal gotha dell’industria e della finanza di casa nostra. Il governatore del Veneto, per esempio, ha dichiarato che il regionalismo è fortemente in crisi e che il Veneto è pronto alla rivoluzione, che nel caso di specie significherebbe secessione. D’altronde mentre Maroni si ostina a gridare “Prima il nord!”, Zaia preferisce urlare con tutta la voce che ha in gola “Prima il Veneto!”. Ne è così convinto Luca Zaia che recentemente ha anche chiesto all’avvocatura regionale se mai fosse possibile un referendum consultivo per far esprimere il popolo sull’opzione secessionista. Com’è noto l’avvocatura ha risposto picche, com’era prevedibile e doveroso, ma Zaia avrà pensato di aver fatto comunque bella figura con la sua gente. “Prima giornata degli Stati generali del Nord, comincia la nostra rivoluzione”, ha affermato invece il neo segretario, con un twitt prima dell’inizio dei lavori della convention. Studiando cosa è accaduto a Torino si ha però l’impressione che il film scritto da Maroni, insieme agli ospiti del Lingotto, sia molto diverso, al di là degli slogan, delle dichiarazioni ad effetto, della richiesta di improbabili pareri legali. Osserviamo prima la scena, poi andiamo al contenuto del cosiddetto “Manifesto per il Nord”. È il momento di Passera, superministro del governo Monti, co-alfiere delle politiche rigoriste tanto vituperate dalla delegazione “romana” del Carroccio. Fa una concessione galante sul federalismo “di cui c’è bisogno” per onorare la platea e gli organizzatori: applausi. Poi dice che le amministrazioni non virtuose andrebbero commissariate ( Dal governo centrale, ovviamente): di nuovo applausi. Conclude  che bisogna  ”supportare le imprese, senza distinguere Nord e Sud Italia”, anche perché ”Sarebbe pericoloso  un allargamento della performance tra le varie parti del Paese”: esame superato. A pieni voti. Tant’è che il nuovo segretario della Lega può finalmente dire: “Siamo in grado di distinguere chi all’interno dell’esecutivo sa assumere impegni per lo sviluppo e chi ha altre preoccupazioni”. Amen. E la rivoluzione? Boh, forse se ne parla nel “Manifesto”, il cui titolo è proprio “La rivoluzione parte dal nord”. Andiamo a vedere. L’aspetto più rilevante, di peso, di questo “Manifesto”, che emerge coordinando più punti, dovrebbe essere quello della costituzione di un’Euroregione del nord, con propri contratti di lavoro, un proprio welfare, un proprio sistema pensionistico. Non la chiamano più Padania, ma siamo fermi lì, anche perché  della “mitica” Padania la nuova creatura ha gli stessi difetti: la sua evanescenza e, di conseguenza, la sua irrealizzabilità. Quale sarebbe il perimetro di questa Euroregione? Quali territori ne farebbero parte? Chi ne deciderebbe i confini? E in base a quali criteri? E poi: attraverso quale meccanismo andrebbe a costituirsi? Fuffa, evidentemente. Ma Maroni è stato chiaro: “Se Roma non concede la dobbiamo costringere”. Vabbé, in quanto a minacce Bossi era stato decisamente più audace ai sui tempi! La verità è che della inconsistenza di siffatta proposta è sicuramente convinto anche Maroni, e per questo l’ha fatta. E meno male che dopo il termine rivoluzione quello più utilizzato per questa kermesse è stato “concretezza”. Se il profilo pragmatico della nuova Lega dovesse essere desunto dalla caratura di proposte come quella che stiamo esaminando, si farebbe davvero fatica ha stabilire d’ora in avanti il confine tra l’aleatorio ed il concreto, in politica come nella vita in generale. A meno che la “concretezza” cui ha alluso Maroni si riferisca ad altro, a qualcosa di meno percettibile in prima battuta, che si vorrebbe nascondere dietro il paravento ideologico dell’ennesima sortita filo- padana. Mi riferisco, come già ho avuto modo di sostenere in un precedente articolo, al tentativo del neosegretario del Carroccio di accreditare il suo partito presso i salotti buoni della finanza e dell’industria del nord. Cosa in sé legittima, ci mancherebbe altro, purché la si rivendichi, senza ammantarla di finalità diverse. D’altronde è stato Maroni a tradirsi su questo versante, quando ha detto che al Lingotto la Lega non sarebbe arrivata con un programma preconfezionato, ma avrebbe “ascoltato” gli ospiti allo scopo di dare ai loro suggerimenti ed alle loro istanze la giusta proiezione politica nel prossimo futuro. Dimenticavo: vi siete accorti che nei dodici punti del “Manifesto” non c’è nemmeno un accenno al tema dell’immigrazione, uno dei cavalli di battaglia più proficui della propaganda leghista degli ultimi 10-15 anni? La spiegazione, a mio avviso, non sta solo nel fatto di voler correggere alcune spigolature xenofobe che hanno caratterizzato il profilo identitario del Carroccio negli ultimi anni, per imbellire il prodotto, insomma. No, c’è una ragione più “concreta”: al nord ci sono più di 5 milioni di immigrati regolari. Cosa fanno? Forse rubano, stuprano, ci fregano le case popolari? Macché, stanno nei cantieri, negli opifici, nelle stalle, mandando avanti quella che i leghisti amano definire la “locomotiva del nord”. Servono insomma all’industria ed all’economia del nord. Come tanti loro fratelli irregolari, spesso lavoratori in nero, sottopagati proprio per la loro condizione. E ci siamo capiti. Rivoluzione. Tanti anni fa questo termine veniva usato con pudore anche negli ambienti più radicali della sinistra e della destra. Oggi tutti ce l’hanno sulla bocca.  Forse che Maroni,  Zaia e i leghisti erano diversi da tutti gli altri?

    Luigi Pandolfi

    30.09.2012

     

     

     

     

     

    Categorie: Politica

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