Il Comune di Reggio Calabria è stato sciolto per contiguità mafiose. La decisione era nell’aria  e non sorprende nessuno, tranne quelli che si sorprendono per professione. Una premessa: la ‘ndrangheta, in Calabria e altrove, è forte,  pervasiva, ramificata, violenta e, negli anni, ha imparato a trasformarsi per rimanere uguale  a se stessa. A differenza della mafia siciliana, duramente colpita e ridimensionata dall’opera repressiva dello Stato susseguente agli eccidi di Falcone e Borsellino, la ‘ndrangheta ha conservato intatto il suo potere. Al più lo ha accresciuto. Mentre Cosa Nostra siciliana costituisce una associazione piramidale  con a capo una “Commisione centrale” in grado di imporre il proprio volere indiscriminatamente, la ‘ndrangheta si articola secondo un modello diverso e, per certi aspetti, impenetrabile. Ogni porzione di territorio calabrese è governato da singole ‘ndrine, vere dinastie familiari che trasmettono il potere da padre in figlio. Proprio perché la struttura delle ‘ndrine è prevalentemente familiare, i pentiti di ‘ndrangheta sono merce rara. L’aspirante pentito calabrese, per guadagnarsi lo status di collaboratore di giustizia, dovrebbe quindi puntare il dito contro fratelli, padri, zii e cugini. Dovrebbe, cioè, tradire il suo stesso sangue, mettere nel conto di venire completamente emarginato dal contesto nel quale è nato e cresciuto, e vivere infine  il resto dei suoi giorni sapendo di essere nel mirino. Molti ‘ndranghetisti preferiscono perciò affrontare silenziosi montagne di ergastoli, nonché i rigori del regime carcerario duro (41 bis), anziché saltare la barricata. Dicevo prima che negli anni la ‘ndrangheta ha cambiato pelle per restare al passo con i tempi. Nel passato, le ‘ndrine affermavano generalmente  il proprio potere sui singoli diversi territori calabresi attraverso la dura selezione imposta dalle famigerate “faide” (termine di derivazione germanica che indica uno stato di inimicizia privata). La faida, da concludersi normalmente con il completo sterminio in danno del nucleo mafioso soccombente, poteva protrarsi per anni, di generazione in generazione, seminando morti con cadenza periodica. La seconda guerra di mafia, tra il cartello dei De Stefano contro quello dei Condello, che vide teatro di guerra Reggio di Calabria tra il 1985 e il 1991, produsse qualcosa come 700 morti ammazzati, molti dei quali caduti per vendette trasversali o per errore. Numeri da Intifada mediorientale. Al netto di una situazione sociale oggettivamente insostenibile, però, lo Stato centrale sonnecchiava. Sceglieva cioè una tecnica simile a quella utilizzata dai tecno-liberisti di oggi in campo economico: laissez faire. Le mafie erano (e sono) legate a doppio mandato rispetto al potere politico. I leader dei principali partiti della Prima Repubblica, poi, hanno per molto tempo scelto razionalmente di riservare al fenomeno mafioso la cosiddetta “politica del contenimento vigile”. Una forma cioè esasperata e malsana di realpolitik che induceva la politica a non affrontare di petto il fenomeno mafioso (nella erronea convinzione che la mafia fosse un sottoprodotto ineludibile dell’arretratezza culturale di alcune regioni meridionali, così, ad esempio, la pensava Francesco Cossiga), preferendo la via del dialogo morbido, ipocrita e politicamente interessato. Non erano pochi i politici della prima Repubblica che, ragionando secondo folli schemi macropolitici, ritenevano che tutto sommato perfino la mafia potesse risultare utile per perseguire l’obiettivo primario di arrestare in Italia l’avanzata del comunismo. Tutto cambia, infatti, subito dopo la caduta del Muro di Berlino. I vecchi equilibri saltano e se ne creano di nuovi, forgiati dal sangue delle stragi siciliane del 1992 e da quelle in Continente del 1993. L’inchiesta palermitana sulla cosiddetta “trattativa” dimostra una cosa molto semplice quanto inaccettabile. Dimostra cioè che gli attuali equilibri di potere italiani, quelli che sorreggono trasversalmente la classe dirigente della seconda Repubblica, sono il diretto risultato di quella strategia stragista finalizzata ad imporre una nuova e duratura “pax mafiosa”. Per questo l’inchiesta di Palermo deve essere fermata o depotenziata a tutti i costi. Non si può fare luce su quegli anni. Ora, in una nazione come l’Italia di oggi, dove gli equilibri di potere sono il diretto risultato di indicibili accordi politico-mafiosi intercorsi a cavallo tra la prima e la seconda Repubblica, c’è ancora chi fa finta di stupirsi della presenza ingombrante delle mafie all’interno delle istituzioni. Ma dite sul serio? Ma non vi rendete conto che la mafia “non si annida solo all’interno di singole amministrazioni” ma è, al contrario, elemento costitutivo della nostra (morente) seconda Repubblica? La mafia di oggi non è quella di trenta o quaranta anni fa. La ‘ndrine più violente e primordiali sono state lentamente surclassate da cosche capaci di esprimere anche eccellenze nel mondo della finanza, dell’economia, della politica, delle professioni e della burocrazia. La ‘ndrangheta spara di meno (anche se all’occorrenza non si è scordata come si fa) ma penetra di più nel tessuto di potere cosiddetto legittimo e riconosciuto. E’ una realtà evidente che è inutile negare. Spesso, anzi, all’interno delle singole ‘ndrine, si ha la sensazione che emergano in posizione di vertice le figure “più dialoganti” del cartello criminoso. Quelle cioè più propense “a trattare”, sulla scia del paradigma risultato vincente ai tempi della  Grande Trattativa Stato-mafia, oggetto delle investigazioni di Ingoria e Di Matteo. Tutto questo per dire che, per risolvere definitivamente il perverso intreccio Stato-mafia non basta di tanto in tanto sciogliere qualche comune ad alta densità criminale. Bisognerebbe trovare il coraggio di affrontare il problema alla radice. Chi ha depistato e perché, ad esempio, i processi sulla strage di via D’Amelio costruiti intorno alla figura improbabile di Scarantino? Per conto di chi alcuni funzionari dello Stato hanno trattato con la mafia per fare cessare le stragi? E in cambio di quali promesse? Senza sciogliere questi nodi, la lotta alla mafia si riduce a pura retorica.  Tornando, in conclusione, al caso specifico di Reggio Calabria, aspetto di leggere con attenzione la relazione ministeriale per esprimermi con cognizione di causa. Di primo acchito mi sembra inverosimile la lettura del ministro Cancellieri, specie nella misura in cui getta la croce soltanto sul sindaco Arena, figura poco ingombrante, e perciò facilmente sacrificabile sull’altare di un malinteso concetto di opportunità politica. Ma, è inutile negarlo, al netto dei sofismi dialogici, lo scioglimento del Comune di Reggio Calabria compromette, forse definitivamente, le future ambizioni politiche del governatore Giuseppe Scopelliti. Ex enfant prodige di provenienza aennina, incapace di creare intorno a sé una classe dirigente degna di questo nome. Il tempo degli uomini soli al comando è finito. Così come è finita l’epoca della facile retorica sul modello berlusconiano. E’ in atto, dalla Lombardia alla Calabria, una violenta offensiva contro “la casta” politica. Spacciata come opera di pulizia (e magari, incidentalmente, lo è per davvero), mira in realtà ad aprire al strada al futuro dominio di una casta oligarchica e tecnocratica di non eletti. I partiti che sostengono il governo Monti, non sanno di affilare la ghigliottina che li decapiterà. Molti di loro non hanno compreso che, con l’arrivo di Monti, lo schema di gioco è cambiato. E ciò che prima era conosciuto ma tollerato (o pensate che la mafia a Reggio o le ruberie nelle diverse Regioni italiane siano state scoperte ieri?), oggi è utilizzato per perseguire un lucido obiettivo politico di marca neo-aristocratica. Se anziché puntare su nani e ballerini, alcuni politici oggi nel mirino si fossero dotati per tempo di strumenti ermeneutici e culturali (tipo la Modern Money Theory) utili a decifrare la modernità, oggi forse non verrebbero facilmente trattati come somari da bastonare per la gloria del sobrio imperatore bocconiano. Per quello che riguarda Reggio infine, mi auguro che, oltre a mandare i commissari, gli organi preposti facciano piena luce sui troppi “misteri” ancora sospesi. Dalla bomba inesplosa ritrovata nel 2004 nei bagni del Comune di Reggio Calabria, fino alla natura degli attentati dinamitardi del 2010, sono ancora troppe le vicende avvolte nell’ombra.

    Francesco Maria Toscano

    10/10/2012

    Categorie: Attualità, Editoriale

    5 Commenti

    1. Giovanni scrive:

      Caro Francesco, mi piacerebbe leggere una tua opinione sui rapporti tra massoneria e n’drangheta.
      Il Maestro Venerabile Magaldi cosa dice al riguardo?
      Ciao.

      • il Moralista scrive:

        Caro Giovanni, ti confesso di non conoscere bene la materia. Prima di conoscere Magaldi avevo un’idea molto approssimativa pure della massoneria in quanto tale. Ti invito a girare la questione direttamente al maestro Magaldi.

        Ciao,

        Francesco

    2. Giampaolo scrive:

      Se da un lato ho anche io pensato ad un qualche collegamento tra il commissariamento del comune di Reggio ed il convegno sulla MMT, sempre a Reggio, debbo pero’ dire che di ragioni per commissariare ce ne sono tante evidentemente. E dire che non c’e’ nulla di diverso rispetto alle precedenti amministrazioni, non cambia la sostanza delle cose.
      Che poi il messaggio sia “voi che siete bravi a rimestare nel fango, non insinuatevi in fatti che non devono riguardarvi”, mi sembra evidente.

    3. totò scrive:

      L’MMT non aiuta ad evitare che la tua testa cada nel cesto se hai scheletri nell’armadio.
      E la classe politica italiana ne è piena, di armadi pieni, tant’è che lustrano la lama della
      ghigliottina oltre che affilarla, consapevoli, che un buon servizio renderà loro riconoscenza.
      Al cospetto della mole, di chi veramente rappresentano i nuovi insediati, si son perse
      le tracce di nani e ballerine, in un batter di ali e sappiamo com’è finita con chi credeva
      d’avercelo duro.
      Saluti,totò.

    4. Mauro scrive:

      Ottimo!

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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