La faccia di Salvini di fronte alle telecamere, dopo il vertice della Lega Lombarda per discutere del terremoto che sta scuotendo il Pirellone era tutto un programma. Faccia dura, come le sue parole: “Noi con la ‘ndrangheta non c’entriamo un cazzo e quindi non vogliamo avere niente a che fare con gente che prende voti da quelle parti. La Regione Lombardia non arriverà purtroppo a fine mandato”. In fondo Salvini è fatto così, sempre molto diretto, efficace, pervasivo, nelle sue dichiarazioni. Ma quelle parole contenevano un inganno, perché non facevano da premessa ad una dichiarazione esplicita, attesa, di disimpegno della Lega dalla maggioranza che sostiene Formigoni, una strada obbligata dopo l’arresto dell’assessore Zambetti. Dietro la durezza di quelle parole, insomma, si nascondeva una strategia a dir poco dorotea, tutta finalizzata alla salvaguardia delle cadreghe, per usare un termine lombardo che sta per sedia. “Ci aspettiamo quanto meno l’azzeramento dell’intera giunta e il dimezzamento degli eventuali nuovi assessori con un altro presidente della Regione”, ha continuato infatti il neo segretario della Lega Lombarda quella sera, sbalordendo più di un commentatore per il suo realismo politico. Ma come, dopo tutto quello che sta accadendo, compreso l’arresto di Zambetti, alla Lega starebbe bene anche un semplice rimpasto in giunta per non staccare la spina a Formigoni? Si, proprio così. E sarà qualche ora dopo lo stesso Maroni a confermarlo: “Abbiano ottenuto l’azzeramento e quindi abbiamo il dovere di andare avanti”. L’azzeramento? Andare avanti? Il dovere? Ma possibile che Maroni non si sia reso conto della gravità delle cose che stanno accadendo in Lombardia? Nel Lazio la Polverini si è dimessa per uno scandalo che ha investito il consiglio regionale, non lei e la sua giunta. Vogliamo mettere a confronto ciò che è successo a “Roma” con quello che sta succedendo a “Milano”? Suvvia, su questa vicenda si è davvero infranta la promessa di una Lega rinnovata, sensibile ai temi della pulizia e della trasparenza, disinteressata alle poltrone ed alle prebende, lontana dal politicantismo. Tra la rottura esemplare con un sistema di potere ormai logoro ed il calcolo politico per le collocazioni attuali e future del partito, Maroni ha optato per quest’ultimo. Con buona pace dei “barbari sognanti” e di tutti gli altri militanti che invece si aspettavano un deciso cambiamento di rotta.Sono state molto più convincenti le parole di Formigoni – “Se cado io giù anche Veneto e Piemonte” – e, probabilmente, la promessa di un nuovo accordo vantaggioso per le prossime elezioni, che le richieste della base e la stessa voce del buonsenso. Ma dalle parti della Lega sanno come trasformare le sconfitte in vittorie, le contraddizioni più plateali in esempi di virtuosità. Ecco allora Maroni che dichiara: “Il coltello torna nelle nostre mani. Possiamo staccare la spina quando vogliamo, con una scusa qualsiasi, senza temere il disastro”. A cosa si riferiva? Al fatto che tra i punti del nuovo accordo con Formigoni c’è anche la modifica della legge elettorale, che, se approvata, consentirebbe alla Lega di ottenere una lauta rappresentanza in consiglio anche se si presentasse da sola alle prossime elezione regionali.Mai come in questo caso si potrebbe dire “Parigi val bene una messa”.

    Luigi Pandolfi

    12/10/2012

    Categorie: Politica

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