Il caso Monte Paschi di oggi ci riporta con la mente all’estate del 2005, quella dei “furbetti”. Anche allora l’abbraccio incestuoso tra politica e finanza venne alla luce con estrema chiarezza. Alcuni avventurieri pensavano di ridisegnare la mappa del potere economico finanziario contando sull’inerzia (quando non sulla complicità) delle principali istituzioni di garanzia, a partire dalla Banca d’Italia allora guidata da Antonio Fazio. Una perversa bicamerale degli affari teneva in scacco il Paese, prigioniero di una oligarchia multiforme dove risultava alla fine impossibile distinguere ruoli e responsabilità. Le scalate Unipol e Antonveneta erano palesemente intrecciate, sotto l’occhio attento e interessato di una classe politica accusata all’epoca dal Gup di Milano Clementina Forleo di essere “consapevole complice di un medesimo disegno criminale”. Sarebbe oggi interessante rileggere alcune pagine di un bel libro scritto allora da Gianni Barbacetto (Compagni che sbagliano, Il Saggiatore), per capire meglio il livello di commistione fra poteri che, in teoria, dovrebbero rimanere separati. Ma, in Italia, sotto il grande mantello del mastodontico conflitto di interesse in capo a Silvio Berlusconi, in troppi hanno trovato facile riparo. La sinistra, quella dei vari D’Alema, Fassino, Veltroni e Bersani, in tutti questi anni ha preferito, anziché risolvere il conflitto della destra, alimentarne qualcuno in proprio. Chi non ricorda l’infantile stupore con il quale Piero Fassino (“abbiamo una banca!”) gioiva al telefono con il braccio operativo di Unipol Consorte? Le cause della dilagante e crescente povertà che sta riducendo il popolo italiano al collasso sono rinvenibili proprio nella incestuosa commistione tra politica e finanza, con la prima spesso al traino della seconda. Ma quando la magistratura, anziché occuparsi di quanti panini con la porchetta si mangia a spese dei contribuenti il pingue consigliere laziale Fiorito,  prova a districare vicende realmente dirimenti, la musica cambia.  Ne sa qualcosa Clementina Forleo che, nell’estate del 2005, dopo avere tentato di approfondire il ruolo di politici alla D’Alema, finì col subire una campagna denigratoria degna delle purghe di staliniana memoria. L’indipendenza della magistratura, infatti, piace a tutti  solo nella misura in cui non disturba il gotha politico-affaristico che tiene realmente le leve di comando di questa sgangherata Italietta. Lo scandalo Monte Paschi, poi, aiuta forse anche a comprendere con maggiore nettezza perché un partito formalmente di sinistra come il Pd continui ad inseguire con fare subalterno un uomo di estrema destra come Mario Monti. Lo stesso Monti che, guarda caso, non è riuscito a trovare pochi spiccioli per risolvere la devastante condizione di miseria nella quale ha gettato migliaia di esodati ma, miracoli del prestigio internazionale, ha potuto però garantire una cifra pari a 4 miliardi di euro (l’equivalente di quanto incassato dallo Stato grazie all’introduzione dell’Imu) a beneficio di una Banca decotta. Sarà un caso? O l’amore dei “sinistri” per il vampiro Monti è anche il risultato di cotanta generosità che, evidentemente, fa a pugni con lo sbandierato rigore nei conti, concetto valido  solo per pensionati al minimo, sottooccupati e straccioni vari? Alcuni, giustamente, cominciano a chiedere conto anche a Mario Draghi di quanto accaduto. L’attuale Presidente della Bce, infatti, ha rivestito per molti anni il ruolo di governatore della Banca d’Italia e, di conseguenza, avrebbe avuto tutti gli strumenti per affrontare la questione a tempo debito. Perché non lo ha fatto? Ora, con ogni probabilità, scatterà la solita gara a colpire gli ultimi anelli della catena per tenere al riparo della tempesta gli alti papaveri che controllano questo sistema oramai marcio dalle fondamenta. Qualche figura secondaria pagherà per tutti, nessun Pm (memore del passato) si permetterà di guardare troppo in alto e la questione finirà ammansita da una coltre di ostentato silenzio. Ma potrà accadere anche di peggio. Quelli che hanno provocato questo disastro, potrebbero finire con l’essere perfino santificati dalla nostra grande stampa, spesso controllata dagli stessi mondi finanziari finiti sotto la lente di ingrandimento. Quis custodiet ipsos custodes?, si chiederebbe Giovenale. Bella domanda. Ma non fatela a Draghi.

    Francesco Maria Toscano

    24/01/2013

    Categorie: Economia

    2 Commenti

    1. Sonny scrive:

      Io direi “semplice” questione di soldi, tanti soldi, tanti più di ogni altra tangente di “tangentopoli”.
      La partita derivati è niente rispetto a quanto avvenuto per l’acquisto di Banca Antonveneta.
      Banca Antonveneta è stata comprata dal Monte dei Paschi forse per una cifra di 10 miliardi di Euro, scrivo forse perché il contratto non è mai stato reso pubblico. Banca Antonveneta era di proprietà di Santander,famiglia Botin (Opus Dei), che l’aveva pagata pochi mesi prima circa 6 miliardi, la rivende al Monte per 10 miliardi tenendosi Interbanca. Quindi, il Monte acquista a 10 quello che valeva 5, dove sono finiti i 5 miliardi di euro in più?
      Dovrebbero spiegarci queso. Tutti quanti sono coinvolti, da Banca d’Italia, Draghi, Tarantola oggi presidente Rai, PDL, il Pd, che nasceva proprio in quegli anni dai zavorrati di debiti DS. Debiti che come per incanto misteriosamente svanirono.
      Se qualcuno cercasse tutti quei soldi cadrebbero molte teste, tutto il resto è solo “mormorio”.

    2. Twin Astir scrive:

      E’ patetica la sceneggiata di Bersani che cade dal pero, sulla “allegra” gestione del Bankomat senese a disposizione del Padrinato politico locale e non solo. Si sa, Bersani deve fare il suo mestiere, per traghettare il PD a Palazzo Chigi, ma il suo esperto economico Fassina potrebbe avere, almeno, la decenza di non sparare balle, come quelle pronunciate stamattina su Radio24, durante la trasmissione “9 in punto”. Il grande economista Fassina ha ammesso che, secondo la legge, tutte le nomine ai vertici del MPS passavano attraverso il Comune, la Provincia di Siena e la Regione Toscana e, quindi, erano i cittadini “sovrani” a decidere, non i padrini da Roma. Altra balla raccontata a fine intervista è quella che era la Banca a condizionare la politica locale e non il contrario. Mentre pronunciava queste idiozie, sembrava avere un tono fermo e convincente su qualche italiota acoltatore. Mi limito a riportare una battuta sentita al bar stamattina, durante il rito del cappuccino: “Se questi non sono capaci di tenere in piedi una banca o una Alitalia, possono governare una Nazione?”.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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