Le urne hanno parlato un linguaggio chiaro. Chiarissimo, oserei dire. Venti milioni di italiani hanno votato contro l’agenda del rigore e le folli misure recessive imposte dall’Europa. L’hanno fatto scegliendo Berlusconi e Grillo, quelli che più abilmente, più proficuamente, ancorché da un versante populista, hanno saputo cogliere la portata del risentimento di larga parte della popolazione italiana nei confronti delle politiche di austerità che, nell’ultimo anno e mezzo, hanno messo in ginocchio il paese.

    Il paradosso di questa competizione elettorale è stato questo: il tema della lotta all’austerità, all’Europa delle banche, è stato sequestrato dalla destra e dal neopopulismo; è stato declinato attraverso il loro linguaggio demagogico, ipocrita, immaginifico.

    D’altronde non c’erano sul mercato elettorale altre alternative. O meglio: non c’erano altre alternative avvertite come tali. Si, c’era Rivoluzione Civile, che anch’io ho votato e provato a sostenere, ma, ora che i giochi sono fatti, possiamo dirlo francamente: gli elettori hanno percepito questa lista per ciò che effettivamente era: una sommatoria non amalgamata di fallimenti politici, con un leader certamente rispettabile sul piano umano, ma assolutamente inadeguato al compito cui era stato rocambolescamente chiamato.

    E poi le mille contraddizioni che ne hanno segnato il profilo, fin dalla nascita. Vale la pena ricordare che i promotori primigeni di un polo alternativo al partito unico del rigore e del “ce lo chiede l’Europa”, coloro che avevano lanciato l’appello di “Cambiare si può”, gli intellettuali di Alba, tante esperienze di movimento, sono stati ad un certo punto emarginati, mentre quelli che avevano perorato fino ad un minuto prima le ragioni di un accordo col Pd, partecipando perfino alle primarie della coalizione di centrosinistra (Diliberto e Di Pietro), ne sono diventati i più influenti protagonisti.

    Vogliamo parlare del modo in cui si sono fatte le liste? Sono state mortificate le legittime aspettative dei territori, storie personali ed esperienze di lotta, esasperando il sistema delle candidature multiple a vantaggio dei parlamentari uscenti e dei burocrati di partito, peraltro acquattati penosamente dietro personalità, seppure meritevoli di rispetto, della società civile. Sarebbe stato senz’altro meglio scegliere i candidati della prima fascia seguendo il criterio della qualità e della rappresentatività, sia politica che territoriale, senza contrapposizioni inutili, ancorché ipocrite, tra società civile e società politica, attraverso percorsi il più possibile democratici, partecipativi. C’era il tempo per farlo. E  invece no: si è interpretato lo spirito del porcellum alla lettera: 4-5 uomini d’oro, a tavolino, hanno preteso di decidere  chi doveva andare in parlamento. Col risultato di ritrovarti l’avvocato di Cosenza in Lombardia e il comunista di Ferrara in Calabria, solo per fare due esempi calzanti.

    Diciamola tutta: i piccoli leader delle formazioni politiche residuali che hanno dato vita a Rivoluzione Civile, fidando nel valore aggiunto che avrebbe portato Antonio Ingroia, hanno concepito la lista come un tram per ritornare in parlamento, ma mai come la via per rifondare nel paese una sinistra nuova ed all’altezza dei tempi.

    Rimane il rammarico, perché se si fosse partiti con qualche mese d’anticipo, investendo con convinzione tutte le risorse a disposizione in un progetto di chiara alternativa sia alla destra che ai tecnocrati eterodiretti dalla Bce ed al Pd, oggi forse ci troveremmo ad un altro punto, avremmo certamente sfondato il muro del 4% e riportato in parlamento una rappresentanza adeguata della sinistra alternativa.

    Insieme al tonfo di Rivoluzione Civile va registrato il naufragio di Sinistra Ecologia e Libertà. Altra forza che, da sinistra, pensava di condizionare un futuro governo a guida Pd. I numeri parlano chiaro: il 3% su scala nazionale e la vittoria di Berlusconi in Puglia hanno certificato il fallimento della strategia di Vendola, che, ad ogni buon conto, non può essere compensato dalla conquista di una misera postazione parlamentare.

    Vendola poteva essere l’Alexis Tsipras italiano, il leader di un raggruppamento di sinistra antiliberista, che, in questa tornata elettorale, avrebbe potuto catalizzare una parte significativa del voto popolare intercettato da Grillo e lo stesso Berlusconi. Anche lui, come altri esponenti di Rivoluzione Civile ( Diliberto, Di Pietro, De Magistris), ha pensato, tuttavia, che sarebbe stato meglio garantirsi dei seggi sicuri alla Camera ed al Senato, che cimentarsi in un’operazione più rischiosa, ma certamente più importante sul piano politico. Almeno a lui questa operazione è riuscita, gli altri, con la sola eccezione di Paolo Ferrero che ha sempre perorato la causa di una Syriza italiana, hanno dovuto obtorto collo ripiegare su una soluzione nella quale non hanno mai seriamente creduto, inficiandone peraltro il risultato.

    La situazione di ingovernabilità venutasi a creare potrebbe aprire le porte ad un governissimo di cui andrebbero a far parte, nuovamente, coloro che hanno dato vita e sostenuto il governo Monti. Una riedizione della maggioranza ABC. Forse. O forse si potrebbe tornare prestissimo alle urne. Nell’una e nell’altra ipotesi sarebbe opportuno che a sinistra si aprisse una costituente per la formazione di un nuovo soggetto politico, di chiara impronta antiliberista, fortemente critico verso l’attuale modello di costruzione europea. Un soggetto, insomma, che possa colmare il vuoto venutosi a determinare con queste elezioni, sottraendo alle forze populiste e di destra la rappresentanza delle istanze di cambiamento che promanano dalla società. A questo obiettivo dovrebbe concorrere, ovviamente, anche Vendola, prendendo atto dell’impossibilità di far vivere certe idee di cambiamento dentro una coalizione del tutto appiattita sulle logiche di compatibilità euro-finanziarie, dal fiscal compact in giù.

    Non ci sono alternative. A meno che non ci si voglia arrendere all’idea che nel paese che ha conosciuto il partito comunista più grande e vivace dell’Occidente, una sinistra critica tra le più attrezzate d’Europa sul piano culturale, grandi movimenti per l’emancipazione del lavoro, delle donne, non abbia più diritto di cittadinanza una soggettività politica che si ponga concretamente il tema della trasformazione dell’attuale modello di società.

    Luigi Pandolfi

    26/02/2013

     

     

     

    Categorie: Politica

    2 Commenti

    1. alessandro scrive:

      Non credo sia andata così, Pandolfi, non credo che gli italiani “hanno votato contro l’agenda del rigore e le folli misure recessive imposte dall’Europa… e l’hanno fatto scegliendo Berlusconi e Grillo…” e che “Il paradosso di questa competizione elettorale è stato questo: il tema della lotta all’austerità, all’Europa delle banche, è stato sequestrato dalla destra e dal neopopulismo”
      Facciamola più semplice la maggior parte degli italiani non sa niente di Europa e di fiscal compact e pensa che i tagli alla spesa sono necessari perché abbiamo il debito pubblico alto. Anzi secondo l’opinione diffusa l’austerità imposta da Monti ci ha aiutato a non fare la fine della Grecia, Monti ha avuto il pregio di salvare l’Italia dal default e, per il popolo di sinistra, di liberarci da Berlusconi. Monti non ha comunque avuto successo perché anche se ci ha salvato dal fallimento (così dicono tutti… tutti i rimbecilliti da troppo ascolto di Ballarò e porta a porta) ha aumentato le tasse, mentre Berlusconi ha avuto successo perché ha promesso di abbassarle e ha rassicurato e strizzato l’occhio agli evasori fiscali… perché gli italiani si lamentano quando rubano… gli altri, soprattutto se sono politici corrotti, ma pagare le tasse? No? La gente è molto più semplice e molto elementare, anzi gli italiani sono anime semplici e basta prenderli di pancia per convincerli a votarti, far breccia nel cuore degli italiani con la politica vera è un esercizio inutile. Una marea di gente si è incazzata per la riforma delle pensioni appoggiata dal PD e in parte ciò spiega i delusi di sinistra. Secondo Voi la gente che sarebbe dovuta andare in pensione in questi anni (2012/2013) che sentimenti può avere per la coppiata Monti-Fornero e per i collaborazionisti di PD? I giovani più accorti, specialmente quelli di sinistra, sono incazzati per la riforma del mercato del lavoro, ma soprattutto perché non c’è lavoro! E questo è forse l’unica critica decente che ho sentito fra la gente, ma diciamo la verità gli italiani sono anime semplici, male informate, populiste e qualunquiste e pensano che il nostro paese va a rotoli perché questi politici corrotti si hanno magnato tutto. Il taglio ai costi della politica e il rinnovamento della classe politica è il tema centrale di questa competizione elettorale. Parlando con la gente comune e dagli umori raccolti nel web e in TV non senti altro che le solite cose e le solite insofferenze verso i politici che sono li da secoli che non rinunciano mai alla poltrona e che mangiano a quattro ganasce, che hanno il vitalizio, i rimborsi elettorali, stipendi alti, ecc. e Noi comuni mortali dobbiamo pagare per loro! Grillo ha cavalcato questo tema ed ha stravinto, altri che hanno cavalcato lo stesso tema non sono neanche entrati in parlamento come Dipietro, perché troppo tempo attaccato alla poltrona e ha subito quel noto scandalo su report, che l’ha reso uguale a tutti gli altri. L’Italiano medio-cre pensa che questa italietta non può andare avanti con questi politici bolliti che si mangiano tutto. Io mi chiedo ma questa gente quanto pensa di ricavare dai tagli ai costi della politica? 3, 4, azzardiamo 5, ma anche fantasticando 10 miliardi all’anno, ma che cazzo ci fai con 10 miliardi quando solo il fiscal compact ti costa 50 miliardi nel 2015, 55Mld nel 2016, 60Mld nel 2017… e così via per vent’anni
      Italietta!

    2. Arianna scrive:

      Io invece mi riconosco in pieno nell’analisi di Luigi e la sottoscrivo parola per parola.

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    "nella mia vita ho conosciuto farabutti che non erano moralisti ma raramente dei moralisti che non erano farabutti." (Indro Montanelli)


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