Un oceano scrosciante al “Mundialista”: tamburi battenti, suoni, colori, bandiere agitate al vento. Canta la gente, applaude, la calca s’infiamma, saltella. Maradona non gioca, sorride e si scalda. Cuba, Argentina, Venezuela, vuvuzela a Mar de la Plata. Non è una partita, o se lo è, è una finale, di quelle che traballano le gambe, che ti chiudono lo stomaco e, stavolta, sono migliaia a giocarla. L’ambito trofeo è la giustizia sociale, la brezza è argentina e lo scenario della “feliz” è perfetto per la rivoluzione. Qui cambiò anche il tango, “El gato” lo ingravidò di jazz al suono elettrico di una chitarra ed è una lunga marcia, tagliando dall’alba la città in due, il prologo che solleva i giganteschi cartelloni di libertà. Roba d’altri tempi. Avrei voluto esserci, senz’ombra di dubbio. Tra Silvio Rodriguez, Perez Esquivel, Evo Morales, Blanca Chancoso ma anche Kusturika. Magari anch’io con una pala, tra cinquantamila colpi di vanga pronti a seppellire le ingiustizie. Ad ascoltare un grande oratore, El comandante Chavez, che si appella alla coscienza e all’azione dei popoli per la salvezza del pianeta. Avrei così infossato per una volta l’apatia del mio tempo, lento, senza tamburi né musica, di cui sono schiavo dormiente, assopito cyber navigatore, cluster danneggiato. Avrei assaporato, quindi, l’emozione di gridare, sfilare, battersi per un’ideologia e non per una nomination talent. Io, figlio orfano degli anni settanta. Ci sarei stato, interprete della mia parte tra la semplicità di un grande popolo, tra la meraviglia di un’utopia, la dignità di un sogno, tra l’unità della gente e non l’anonimo protagonista di un filmato condiviso, di un post copiato, di uno stato pubblicato. Sordo d’ovazioni, mistico di applausi, bagnato dalla pioggia e dalle idee più limpide. Hugo Chavez dice, Hugo Chavez incanta, Hugo Chavez incita. “Leggere, pensare, scrivere”. La veritiera sostanza, la via autentica, il repentino riscatto. Menziona José Martì: “solamente un pueblo culto puede ser veramente libre”, una grande verità. Cita Simon Bolivar: “un popolo ignorante è uno strumento cieco della propria distruzione”, sensato aforisma, valido, semper. In America del Sud come nello Stivale, dove il popolo (?), troppe volte, tante cose ignora. Ma chi è Chavez? È il presidente di una nazione povera, poverissima e del Venezuela vuole combattere le malattie, l’analfabetismo, la malnutrizione e gli altri mali sociali. È l’anti-imperialista avverso alla politica estera statunitense, partigiano dello sviluppo alternativo, il capo di stato che invoca la cooperazione dei paesi terzi, soprattutto del mondo sudamericano. Rivoluzionario socialista o autoritario populista? Comunicatore eccezionale, di sicuro, scomodo nazionalista di sinistra. Molto attento ai diritti umani, socialista, patriottico, fautore del concetto di superiorità dell’uomo rispetto le macchine nei confronti di tutto e tutti. “El loco” che cambia petrolio con medici, che reinveste i proventi d’oro nero nelle case popolari, nella ricerca scientifica e nell’istruzione gratuita, incrementando la sanità pubblica con seicento centri di diagnostica, istituendo borse di studio e aumentando del 40% lo stipendio degli insegnanti. Con lui, il Venezuela esce dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale. Riconosce lo Stato di Palestina. Poi, però, c’è anche la corruzione intorno. Amici, parenti, i miliardi. Ma anche l’esproprio e il cambio controllato. E la tv chiusa, default di libera informazione. Certo, non è dittatoriale l’esperienza di chi è stato più volte eletto in modo democratico e plebiscitario. Certo, non è un guerrafondaio e “questa sedia puzza di zolfo” al diavolo lo disse solo Chavez e gli diede anche dell’asino. Con Chavez, il Venezuela diventa uno dei primi paesi in via di sviluppo a impegnarsi a rispettare il protocollo di Kyoto. Per il clima, per l’ambiente. Per Chavez, cattolico praticante, Giuda che vendette un uomo fu il primo capitalista, Gesù di Nazaret il primo socialista. Crede che bisogna essere tutti come grandi fratelli vivendo nel messaggio di Cristo. Figlio di una grande civilità: “quando non c’era ancora New York, c’erano i calendari Maya e Aztechi – dice – la colonizzazione ha ridotto le popolazioni del Sudamerica da 90 milioni a 4 milioni in 200 anni. Una cosa che ha provocato la tratta degli schiavi, così noi siamo figli dell’uno e dell’altro popolo”. Acceso critico della globalizzazione neoliberista, appassionato di sport, masticatore di coca. Ispirato dal pensiero di Antonio Gramsci e dall’azione storica del generale Giuseppe Garibaldi subisce il fascino del “Libertador” Simon Bolivar assorbendo il concetto della costruzione della Grande Colombia: Venezuela, Colombia, Ecuador, Perù e Bolivia. Incontra e riceve il sostegno di Fidel ancor prima di entrare in politica, da ex detenuto amnistiato per un colpo di stato fallito due anni prima. Piuttosto, vorrei tornare a Mar de la Plata grondante, con gli agricoltori, gli operai, gli studenti, i poeti, gli indigeni in un bagno di speranza per i popoli. Preceduto dalla musica dei cubani, del cileno Pancho Villa, accompagnato da Diego Maradona e da migliaia di argentini. Dal ciak di Emir Kusturica la scena si chiude a Caracas. Chavez è morto, il Venezuela piange il suo Comandante. L’eroe popolare. Chavez è morto, in alto i flute nord americani, i calici della destra e della sinistra “moderata”. Stroncato da un male incurabile. Il cancro che lo ha ucciso non distingue capitalisti e proletari, non teme medici cubani o professori americani, non conosce rispetto né per la vita di uno Yankee né per i sogni di un comunista rivoluzionario. “Chi desidera che io muoia gli auguro lunga vita, per vedere come la rivoluzione continua, passando di battaglia in battaglia e vittoria per la vittoria” – aveva detto – e a soli 58 anni ha combattuto e perso contro la malattia, inoculata, si, dagli untori statunitensi (tenerezza) ma che lo ha visto morire come tanti altri: la paura, la grande sofferenza, la solitudine. Nella preghiera. Il cuore che si ferma, gli occhi sbarrati, invocando il cielo stellato. Il feretro che fende un oceano in lacrime, sette ore per percorrere sei chilometri, i cori del popolo, i cinguettii di Twitter: “ Chavez al Pantheon!”. I singhiozzi di Caracas e i trending topics… Comandante, la rivoluzione continua da qualche parte in America Latina, senza però rivolte né campi di battaglia o azioni di guerriglia: formeremo un gruppo sui “social”, inviando ripetutamente e con forza post logoranti, ci nasconderemo dietro i nickname, il sangue scorrerà sul web attraverso i megabyte e, alla fine, urleremo orgogliosi “Hasta Siempre” ai microfoni di Skype. Oggi, saranno milioni ai funerali, Chevez sarà imbalsamato e seppellito accanto a Bolivar. Il Venezuela sarà un Paese, Il popolo latino avrà un altro eroe, una bandiera sventolerà nuovamente a Mar de la Plata con l’effige del caudillo che si scontrò con la globalizzazione negli anni in cui da tutti era osannata. L’uomo che dimostrò concretamente che senza diritti economici non esistono diritti politici. Avremo mai un fenomeno Chavez, in Italia? Siamo in tanti ad essere concentrati solo a consolidare il nostro benessere personale. L’indifferenza è ostentata e dilagante. Seguro, il disagio sociale cresce ma impossibile appare l’accostamento tra la nostra democrazia avanzata e le vicende venezuelane, tra il nostro standard di vita e le “troppe libertà” sudamericane. I diritti civili sono stati conquistati faticosamente grazie alla “virtù dei migliori” italiani. È vero: stiamo vivendo una crisi economico-finanziaria tra le più gravi ma, ancor di più, la nostra società sta attraversando una decadenza etico morale inarrestabile che ha annientato valori e ideali. È per questo che auspico un Mar de la Plata dei popoli europei. Sogno la vera unità delle nazioni: spagnoli e portoghesi, italiani e francesi, greci e tedeschi in difficoltà insieme contro la speculazione e il potere delle banche. Una lunga marcia contro il nuovo colonialismo finanziario che costringere i popoli all’austerità e soffoca l’economia, per una sovranità monetaria. Non ero al “Vertice dei popoli” ma è come se ci fossi stato: Chavez e il popolo latino americano non sono solo un video condiviso sul web. “Facciamo nostra la lotta per la distribuzione equa della ricchezza, con un lavoro dignitoso e una giustizia sociale, per sradicare la povertà, la disoccupazione e l’esclusione sociale. Decidiamo di promuovere la diversificazione della produzione, la protezione delle sementi originarie come patrimonio dell’umanità, la sovranità alimentare dei paesi, l’agricoltura sostenibile …”. Citando Evita: “ O la patria sarà libera o la sua bandiera sventolerà sulle sue rovine”.

    Domenico Latino

    8/03/2013

     

     

     

    Categorie: Cultura

    2 Commenti

    1. neu scrive:

      hasta siempre!

    2. francesco scrive:

      immenso dispiacere, dolore.

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