Con l’allungarsi della crisi economico finanziaria iniziata nel 2008, nonché con il suo acuirsi, ci siamo sentiti spesso ripetere che il nostro alto debito, e le condizioni di austerità annesse al suo ridimensionamento, sarebbero determinate dal fatto che in passato abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, facendo gli “spendaccioni” – saremmo potuti essere formichine, ma abbiamo preferito essere cicale.
    Oltre la laconicità di tale asserzione, si determina pure una qual lacunosità della stessa, derivata dalla mancanza di determinatezza di quegli anni nei quali saremmo stati cicale – come se fossimo poveri oggi perché ieri i Romani hanno costruito il Colosseo – che la portano ad essere vacua. Di poi però, sarebbe utile verificare la fondatezza di tale affermazione tramite il riscontro empirico dei freddi numeri.
    Continuando, associata all’idea di questa prodigalità degli italiani nel loro essere cicale, ve ne è una seconda, di ambito europeo, ai termini della quale, sempre gli stessi italiani, sarebbero riconosciuti come PIIGS a causa della loro incapacità di contenere la spesa pubblica “improduttiva”. Anche qui sarebbe meglio valutare prima i numeri.
    Allora, il pareggio di bilancio può essere semplicemente descritto come T=G; un saldo primario attivo come T>G; mentre un deficit di bilancio è T<G. Ora, se una nazione è abitata da un popolo di cicale, è probabile che il Governo debba mantenere questi prodigali spendaccioni con una quantità di risorse (G), immesse nell’economia, superiore alla quantità, che delle stesse, drena dall’economia (T). Pertanto si suppone che il rapporto che descrive lo stato di una nazione di cicale sia T<G. Quindi vi sarebbe la necessità di cambiare le abitudini “liberali” di codeste cicale imponendo loro un pareggio o un surplus di bilancio, cioè T≥G.
    Vediamo ora un grafico in cui vengono riportati gli andamenti dal 1996 al 2011 dei pagamenti per gli interessi sul debito come percentuale del PIL (linea blu); del tasso di interesse medio (linea rossa); del saldo primario in percentuale del PIL (linea viola); del debito pubblico come percentuale del PIL (linea verde).

    Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Un falso mito che deve essere sfatato.

    Quello che si può facilmente notare è un saldo primario attivo (linea viola) dal 1996 al 2008, per finire in saldo primario negativo nel 2009 a -0,6% e nel 2010 ad uno -0,1%, e tornare ad un saldo attivo nel 2011. Non è tutto, l’Italia non era in attivo dal solo 1996, bensì dal 1992 – precisamente dal 1991, anno in cui abbiamo avuto un saldo primario in pareggio, il saldo è stato: 1992, +1,8%; 1993, +2,6%; 1994, +2,3%; 1995, +4,2% (fonte ISTAT). Ergo: possiamo dire che per diciassette anni gli italiani hanno pagato più tasse di quanto lo Stato “Italia” abbia speso per loro. Questo determina una condizione ai termini della quale, per diciassette anni: T>G. Pertanto, se un popolo di cicale è quello che spende di più rispetto a quanto lo Stato tassa, T<G: come possono dei cittadini che determinano una condizione contraria (e che sono tassati oltre la misura della spesa dello Stato), cioè T>G, essere considerati alla stessa stregua?! E’ un controsenso, sarebbe come dire che T>G = T<G. Impossibile!

    Inoltre, se il pareggio di bilancio vuol dire che T=G, possiamo semplicemente constatare che gli italiani hanno fatto meglio fin dal 1992, in quanto hanno soddisfatto una condizione migliore, T>G: non hanno “preso” dallo Stato tanto quanto questo ha tassato, bensì di meno – e non per un breve periodo, me per diciassette anni; se non è un saldo primario attivo strutturale, è quanto meno “consolidato”. Allora perché introdurre nella fonte primaria del diritto italiano una condizione, T=G, che è “inferiore” a quella “consolidata”?! Non è tanto il pareggio di bilancio in sé (che ripeto abbiamo ampiamente raggiunto dal 1992 al 2008, e che è tornato attivo dal 2011), quanto il momento in cui è stato introdotto; un momento in cui dopo una crisi ci sarebbe stata la necessità, o quanto meno l’opportunità, di un intervento dello Stato di stimolo alla domanda aggregata – e dopo diciassette anni in cui erano i cittadini a essere in deficit nei confronti dello Stato non sarebbe stato nemmeno così scandaloso (ricordo ancora che dal 1991 ad oggi, gli unici due anni in cui non abbiamo raggiunto il pareggio o il surplus di bilancio sono stati il 2009, -0,6%, e il 2010, con un irrisorio -0,1%). Sembra che ci si sia voluti negare la possibilità di pagare il debito con la crescita!

    Di poi questa alea di spendaccioni dalle mani bucate, o insetti scialacquatori avrebbe, in ambito comunitario, assunto la forma di un simpaticissimo animale come il maiale – i PIIGS – se comparata al virtuosismo dell’aurea di altri paesi. Per esempio della capofila della virtù: la Germania.

    Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Un falso mito che deve essere sfatato.

    Ancora una volta, invece, i fatti sembrano dire altro. Dal grafico si evince che il saldo primario dell’Italia è più virtuoso di quello della virtuosa Germania – e lo è stato per molto! Cioè: gli italiani hanno “garantito” in tasse, rispetto alla spesa del proprio Stato ed in proporzione, più di quanto abbiano fatto i tedeschi per le spese del loro. Se vi torna più semplice: gli italiani sono stati più virtuosi dei tedeschi nel pagare le tasse!

    Possiamo pertanto momentaneamente concludere che non vi è traccia alcuna di una colpa specifica degli italiani, di per sé, nei problemi che affliggono il driver economico “debito pubblico”; il cui aumento degli ultimi anni non può essere imputato ad una spesa governativa superiore alla tassazione (T<G) per il mantenimento delle “cicale” (o di PIIGS – se preferite i mammiferi agli insetti). E allora?! Allora il problema non potrà che trovarsi nell’altro, principale, driver economico: il debito privato.

    Abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità. Un falso mito che deve essere sfatato.

    Anche questa volta però la figura riportata appena sopra, relativa al debito aggregato dell’Eurozona (debito pubblico, più debito delle famiglie, più debito delle imprese) , non sembra avallare o provare che gli italiani siano più liberali e prodigi degli altri nell’utilizzo del debito privato. Infatti al 2009 le famiglie italiane incidevano per il 79,9% e le imprese al 39,9%, su un debito aggregato del 233,8%; molto meno della media della famiglia (111,5%) e dell’impresa (76,4%) “europea” sul debito aggregato medio in Europa (258,2%).  Si noti, peraltro, la posizione della Grecia, ma anche quella della “Grande Bretagna”. Quello che possiamo perciò dire è che, anche relativamente al driver debito privato, non si può imputare agli italiani di essere stati “troppo” più “spendaccioni” di altri, vista la media dei paesi europei.

    Per capire cosa ha determinato l’aumento del debito, più che al saldo primario, è forse meglio riferirsi proprio al parametro “indebitamento netto”, nel quale al saldo primario vengono sommati gli interessi sul debito – ma nonostante sia un grossissimo problema non ne parleremo ora. Oggetto del presente rimane sempre il falso mito in ragione del quale “abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità”.

    Abbiamo visto che l’Italia è stata, negli ultimi anni, in saldo primario attivo quasi costantemente (salvo la parentesi 2009/10); che gli italiani hanno garantito in tasse all’Italia più di quanto abbiano fatto i tedeschi della virtuosa Germania; che il debito privato degli italiani è inferiore a quello della media dei paesi europei. Oltre a questo il 31 gennaio 2013 la Merkel, in un incontro a Berlino con Monti ha dichiarato che l’Italia è il primo contribuente netto della UE (siamo quelli che hanno sborsato pro-capita di più per l’Europa – ce lo chiede l’Europa). E nonostante questo, a causa di un continuo aumento del debito pubblico, determinato quasi unicamente dal pagamento degli interessi sul debito, siamo considerati cicale o PIIGS.

    Ora un dubbio sorge spontaneo. Non è che in Europa confondono la classe politica italiana (tecnocratica e auto referenziata), che ci ha portato dove siamo, con la generalità della popolazione italiana?! Esperienza insegna: “E in Italia non manca materia da introdurvi ogni forma: qui è virtù grande nelle membra, quanto la non mancasse ne’ capi. Specchiatevi ne’ congressi e ne’ duelli de’ pochi, quanto gli Italiani sieno superiori con le forze, con la destrezza, con lo ingegno; ma come e’ si viene alli eserciti, non compariscono. E tutto procede da la debolezza de’ capi: perché quegli che sanno non sono ubbiditi e a ciascuno pare di sapere, (…)” – da “Il principe” di Niccolò Macchiavelli.

    Luca Pezzotta

    10/3/2013

    Categorie: Economia

    13 Commenti

    1. Marco Baldi scrive:

      -al di là della follia di scagliarsi contro il debito difendendo il capitalismo che è fondato , per sua natura, sul debito- basterebbe scendere sulle loro ridicole basi ragionieristiche per capire quanto l’ affermazione inserita nel titolo di questo articolo sia falsa:

      debito pubblico: 2000 miliardi
      debito privato: (circa) 1000 miliardi
      —————————————
      risparmio+patrimonio privato: 8600 miliardi
      patrimonio pubblico (stimato circa) 1000 miliardi

      La domanda sorge spontanea:
      Senza i “maledetti” 2000 miliardi di debito pubblico, oggi gli italiani avrebbero un patrimonio/risparmio di 8600 miliardi?

      (secondo me , no!)

    2. [...] dal fatto che in passato abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità, facendo gli …read more Source: il [...]

    3. Ugo scrive:

      L’analisi è molto acuta. A mio avviso però è fallace l’idea di concentrarsi sui soldi pensando che possano dare l’idea della realtà. In effetti sono convinto che la crisi finanziaria in atto sia solo uno strumento impiegato dalle dirigenze per mascherare un mostro che, se disvelato, genererebbe ben più di qualche “movimento stellato” e usarlo a proprio vantaggio contro le masse intese come concorrenti/antagonisti da tenere a bada. Mi riferisco, in particolare, al fenomeno della impossibilità per il pianeta di tenere il passo (con le risorse realisticamente disponibili senza “sfasciare tutto”) con una popolazione da tempo fuori controllo ed eccessiva in relazione ai territori. Uso il plurale per fare intendere che l’enorme problema è sì globale, ma con una declinazione da intendere come sommatoria delle realtà locali. E le soluzioni sono anch’esse a livello locale, a partire dalla definizione ridottissima area per ridottissima area di un rapporto massimo invalicabile tra popolazione e territorio. Guarda caso, l’Europa esprime dictat all’Italia anche in questo senso, rendendo impossibili i necessari interventi restrittivi sull’unico motore che ancora alimenta il mantenersi e anzi il peggiorare dell’eccesso di popolazione: i moti migratori in ingresso. Su questo punto è urgente rinunciare all’ideologia e cominciare a fare i conti con i fatti.

    4. domenico scrive:

      Tutto sacrosanto e da sottoscrivere integralmente. Se qualcuno ha vissuto sopra le proprie possibilità quello di sicuro è la casta. Quindi, bene l’idea di aumentare gli investimenti pubblici, ma bisogna essere intransigente con gli sprechi della politica. Per rispondere ad Ugo qui sopra: ai problemi inerenti alla limitatezza delle risorse si può sempre trovare una risposta, ma per i problemi della sfera esistenziale lo stato deve necessariamente trovare una risposta. In altri termini si può rinunciare a tanti beni apparentemente irrinunciabili ma di sicuro non si può rinunciare, per es, a farsi una famiglia o a rapportarsi dignitosamente con il mondo del lavoro o con gli altri.

      • Ugo scrive:

        Sicuro che si possa “sempre”? I fenomeni del mondo fisico sono portati ad essere indifferenti ai destini umani, e assai spesso sono pure piuttosto… ehm… inflessibili.

        • Marco Baldi scrive:

          lei confonde crescita economica e crescita dello sfruttamento delle risorse naturali.
          Sono due cose diverse, personalmente ritengo, in un paese avanzato, addirittura antitetiche.

          Gli esempi sono innumerevoli.

          • Ugo scrive:

            Non parlo di crescita economica. Parlo più terra terra della crescita del numero delle teste. Crescita che è già avvenuta oltre i limit consentiti dal territorio a nostra disposizione e che ci sta già presentando a più riprese un conto salatissimo. Considerando che quella crescita continua a causa dei movimenti migratori (conseguenza di scelte scellerate), il conto si farà ancor più salato col passare del tempo. E, pur non volendo diventare pedante con una sequenza interminabile di esempi, mi sento di specificare che non sto necessariamente parlando di un conto da farsi in moneta.

    5. marco Baldi scrive:

      Malthus diceva esattamente queste cose secoli fa, quando il mondo popolato da poche decine di milioni di persone.
      Ebbene, SI sbagliava!

      • Ugo scrive:

        Infatti anche allora se la spassavano. E comunque il mondo d’oggi presenta alcune differenze rispetto a quello d’allora, e quelle differenze non migliorano certo il quadro…

        P.S. Le “poche decine di milioni” di persone si stima che fossero circa un miliardo… hai sparato a caso o ti sei informato prima di fare quell’affermazione? Perché basando le proprie opinioni su dati tanto inesatti si finisce per arrivare a conclusioni altrettanto inesatte.

    6. marco Baldi scrive:

      1 miliardo di abitanti tra la fine del diocettisimo e l’ inizio del diciannovesimo secolo?
      Forse io dovevo scrivere poche centinaia di milioni in luogo di poche decine di milini, ma anche lei mi sa che e’ stato un po’ larghino…

      • Ugo scrive:

        No, no. Le stime sono proprio quelle. Ovvio che sono giusto stime, perché i mezzi per censire “numeri” simili in quegli anni erano assai lontani nel futuro. In ogni caso, cinquanta milioni in più o in meno non cambiano la sostanza del discorso.

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