E’ giunto il momento di ripensare in profondità alle categorie di garantismo e giustizialismo. Da venti anni appesi alle vertenze giudiziarie di Berlusconi, gli italiani sono stati indotti a dividersi tra innocentisti e colpevolisti, ingrassando così di volta in volta le fila ora degli uni ora degli altri. Questo derby permanente, che vede contrapporsi il caimano alle toghe rosse, serve nei fatti a  cristallizzare un equilibrio complessivo che esula dall’oggetto del contendere. Due forme di potere diverse, ma consociative, occupano perennemente la scena per intontire i cittadini intorno a questioni secondarie che non mettono in discussione i capisaldi di un sistema che nel suo insieme persegue finalità di genocidio. La furbizia del potere consiste spesso nel veicolare un’immagine di contrapposizione strumentale e fittizia per impedire che emerga con chiarezza l’indispensabilità di una alternativa chiara, complessiva e di sistema. In Italia, come sanno anche i muri, il potere politico va a braccetto con quello giudiziario che va a braccetto con quello mediatico. Non a caso, esistono molte figure poliedriche che nell’arco di pochissimo tempo coprono posti di responsabilità apicale ora nel mondo dell’informazione, ora in quello della politica, ora nelle aule di giustizia. Non si contano i magistrati che vengono premiati con un giro di giostra in Parlamento per poi tornare al loro vecchio mestiere. Così come sono tantissimi i giornalisti che, per diversificare, fanno quattro salti in Parlamento tra un editoriale e l’altro. Polito è stato eletto deputato grazie ai buoni uffici della Margherita di Rutelli e nonostante questo continua a scrivere come fosse un semplice osservatore avulso da interessi di parte. Lo stesso discorso vale per molti sindacalisti che, dopo avere servito con passione più gli interessi del partito di riferimento che non quelli dei lavoratori iscritti, vengono catapultati d’ufficio  nelle aule dorate del pubblico potere italiota grazie ai buoni servigi resi (ultimo Epifani, si prepari Camusso).Nei fatti esiste un 1% di classe dirigente che opera con fare fintamente autonomo, avendo cura di conservare un equilibrio complessivo che vive sullo schiacciamento e sulla umiliazione del restante 99% di cittadini  inebetiti da polemiche utilizzate come cortine fumogene. Lo scontro politico-magistratura serve a questo: gettare fumo negli occhi al popolo oppresso e distratto da vicende che nascono, si articolano e muoiono sempre e comunque all’interno di uno schema che vede protagonisti poteri elitari che trovano comunque una sintesi necessitata da fare pagare sulle spalle dei più poveri, deboli e indifesi. Questa affermazione non merita di essere rafforzata da alcun ragionamento a sostegno. Ripensate a ciò che è accaduto nell’ultimo anno di governo Monti e avrete una dimostrazione evidente di cosa significa sinergia ampia e complessiva fra  forze oligarchiche, tutte silenziosamente miranti alla disarticolazione violenta delle fasce sociali meno tutelate. Il caso esodati vi dice niente? Si tratta di un mastodontico abuso che presenta profili di illegittimità politica, penale e morale; eppure né un magistrato, né una forza politica, né un giornalista e nemmeno un sindacato ha promosso una battaglia degna di questo nome. La distinzione tra garantisti e  giustizialisti non ha alcun senso, limitandosi oramai nei fatti a racchiudere la ben poco pregevole dicotomia berlusconiani-antiberlusconiani. Molto più interessante sarebbe semmai approfondire le dinamiche che contrappongono la categoria dei “giustiziati” a  quella dei “garantiti”. Precari, giovani, sottosalariati e pensionati entrano tutti a vario titolo nella categoria dei “giustiziati”. Umanità destinata a scivolare, utilizzando sul piano sociale le tecniche mediche della dolce morte, nel limbo della povertà, poi dell’esclusione sociale, poi della solitudine nera e infine della disperazione e dell’istigazione all’autolesionismo e al suicidio. I “giustiziati” sono tanti ma non sono coordinati, non difendono insieme interessi di classe perché non sono una classe, non combattono insieme una battaglia politica perché non sono (ancora) cementati da ideologie comuni capaci di massimizzarne la capacità di resistenza e di azione. Sono canne al vento, paralizzate dalle manovre sapienti di quel 1% di classe dirigente  che le blandisce per controllarne le mosse e limitarne la  consapevolezza. Le élite usano il terrore per controllare le masse: che sia lo spread, l’Europa, la Grecia o la bancarotta non importa. Il vincolo esterno giustifica nel breve qualsiasi porcheria interna. E anche nel caso in cui il popolo dovesse mai accorgersi di essere stato raggirato, nessuno pagherà il prezzo delle sue condotte turpi, mistificatorie e vergognose. Ci hanno raccontato che l’austerità era necessaria, improvvisamente ora non ne parla più nessuno. Se era così salvifica come è stato possibile allontanarla dal dibattito politico con tanta rapidità e risolutezza? Bugie, menzogne e imbrogli, frutto della mente diabolica di impostori senza scrupoli sempre alla ricerca di uomini in buonafede  drammaticamente illusi dal luccicante “prestigio” delle nostre rispettabilissime alte cariche.

    Francesco Maria Toscano

    15/03/2013

    Categorie: Editoriale

    2 Commenti

    1. ampul scrive:

      Bravo bravo bravo bravo bravo!

      Se fossimo in un paese “normale” analisi del genere le troveremmo su ogni editoriale di giornali cosiddetti “liberi”, di informazione… giornali, telegiornali…

      Invece, pietosamente, assistiamo alla mostra giornaliera di balle, quisquilie e pinzillacchere… Come direbbe un noto attore…!

    2. [...] ingrassando così di volta in volta le fila ora degli uni ora degli altri. Questo derby …read more Source: il [...]

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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