L’economicidio dell’austerità, il debito italiano e i PIIGS. All’Unità d’Italia, nel 1861, dopo la Spedizione dei Mille e le due prime Guerre d’Indipendenza, il 10 luglio 1861 fu promulgato il provvedimento che istituiva il Gran Libro del debito pubblico del Regno d’Italia,  dove confluirono i debiti degli Stati che avevano costituito il nuovo Stato italiano; mentre l’unificazione dei loro debiti fu stabilita con una legge successiva del 4 agosto. Nonostante la difficoltà nel reperire dati relativamente ai primi anni, il rapporto debito/PIL si situava – a seconda delle fonti – attorno al 40%-45% (in questo grafico, fonte Banca d’Italia, è attorno al 40%).

    I successivi anni con la terza Guerra d’Indipendenza, la breccia di Porta Pia e la presa di Roma nel 1870, vedono il debito passare al 96% in rapporto al PIL; mentre per la prima volta nel 1881 si sfora quota 100%. Fino all’inizio del XX secolo il rapporto debito PIL si mantiene quasi sempre costantemente al di sopra del 100%. Agli inizi del 1900 (rapporto debito/PIL circa 100%) e fino al 1914, la vigilia della Grande Guerra, la “ratio” scende al 74%. Dal 1914 al 1920 il rapporto debito/PIL raggiunge il suo massimo storico (135% nel 1919, 160% nel 1920); dopodichè ricomincia ancora a diminuire fino al 50% del 1926. Da qui all’armistizio di Cassibile del 1943 il debito aumenta fino a quasi al 108%; per precipitare molto velocementa al 40% (1946) nel giro di tre anni. Di poi il debito resta tra una “forbice”  del 35%-45% fino al 1972, dove va al 47% (nel 1963 è al 32%). Tra il 1972 ed il 1992 si passa dal 47% al 105% – ma, in questo arco ventennale, le variazioni più significative avvengono nel decennio successivo al 1981, infatti, tra il 1972 e il 1981, il debito passa dal 47% al 58%, ma dal 1981 al 1992 passa dal 58% al 105%. Negli anni immediatamente successivi il debito sale fino al 121% (1994/95) per tornare al 103% del 2004 e arrivare al 127% attuale.

    Ora, perché tutti questi numeri sulla variazione del rapporto debito/PIL che sembrano solo ed esclusivamente di natura “statistica”?! Perché in relazione all’andamento della spesa pubblica ci serviranno per dimostrare che l’austerità, fatta di tagli, non è di peso determinante per una incisiva  diminuzione del rapporto debito/PIL; e che il debito non si paga con l’austerità. Pertanto riportiamo l’andamento della spesa pubblica italiana dal 1870 (linea verde) – nel grafico (fonte Banca d’Italia) con la media dei paesi europei (linea viola) e la media dei paesi extraeuropei (linea blu).

    L’economicidio dell’austerità, il debito italiano e i PIIGS.

    “Quello che impariamo da questo “esperimento” è che le economie richiedono una espansione della domanda aggregata (spesa) per crescere. I rapporti finanziari dai quali il FMI è ossessionato (debito pubblico sul PIL e deficit di bilancio sul PIL) sono molto sensibili alla crescita economica. E’ molto difficile ridurre un deficit di bilancio attraverso un discrezionale cut-backs (austerità fiscale) perché i danni alla crescita salteranno fuori come componente ciclica del disavanzo. (…)” – Bill Mitchell, “Il 100% di errore nelle previsioni è accettabile per il FMI”.

    Come si può vedere nel grafico appena sopra la spesa pubblica in percentuale del PIL parte da un 13,7% del 1870 per arrivare alla fine della Grande Guerra al 30%, e rimanere quasi costante fino agli anni ’60 (con un picco al 31,1% nel 1937), per poi riprendere a salire fino agli anni ’90. Il continuo aumentare della spesa pubblica esclude “ipso facto” l’austerità – infatti questa è fatta di tagli e diminuzioni della spesa, cosa che non si nota nel grafico (salvo che per una diminuzione minima dopo il 1937, su un lungo periodo), che, come già detto, parla di una spesa in continuo aumento in percentuale del PIL dal 1870.

    Alla luce di questo, la prima ipotesi che possiamo fare è che, essendo la spesa aumentata, tutte le diminuzioni del debito che si sono avute tra il 1870 ed il 1990 non dipendono dall’utilizzo di misure di austerità, proprio perché comunque la spesa aumenta in punti percentuali rispetto al PIL; e questo esclude i tagli “sostanziali” propri di quelle misure. Pertanto, le diminuzioni del rapporto debito PIL devono essere “legate” a qualche altro fattore. Ed è qui che ci vengono buoni i “barbosi” dati sopra esposti relativamente alla “ratio” del debito.

    Infatti, se prendiamo come riferimento il periodo in cui la spesa sale consecutivamente per anni – come nel grafico tra il 1870 ed il 1918 – abbiamo che la variazione del rapporto debito/PIL è minima; e va dal 96% del 1870 al 99% del 1918. Quindi ad un continuo aumento della spesa, che passa da 13,1% al 30% del PIL, corrisponde un aumento del debito/PIL di circa il 3%.  Questo è dovuto al fatto che il PIL (nominale) passa da 4,91 milioni di euro a 36,53 milioni di euro; pertanto è la crescita che “contiene” il potenziale indebitamento dovuto al continuo aumento della spesa pubblica – e la crescita è fatta di manovre espansive, perché il deficit pubblico è il surplus privato. Ma di questo parleremo un’altra volta.

    Continuando, possiamo prendere in esame due anni all’interno di questo periodo in cui la spesa è in continua crescita e provare a capire cosa, con uno Stato che aumenta le sue spese, diminuisce il debito/PIL. Prendiamo per es. il 1886 ed il 1887. Il rapporto debito/PIL passa dal 95% al 104%, eppure il debito nominale aumenta solo di 0,12 milioni di euro – ma diminuendo il PIL, che passa da 6,77 milioni di euro a 6,33 milioni, un piccolo aumento del debito incide fortemente sul rapporto debito/PIL. Proviamo a vedere se questa logica funziona anche nel caso inverso in cui  nella comparazione tra due anni il rapporto debito/PIL diminuisce – al contrario che nel caso precedente. Nel 1902 il debito/PIL è al 100% nel 1903 al 91% – il debito nominale ha un aumento minimo, mentre il PIL nominale aumenta maggiormente; questa crescita determina una consistente diminuzione del debito, senza nessun taglio “d’austerità”. Questi non sono gli unici casi, ve ne sono molti altri.

    In conclusione possiamo dire che tra il 1870 e il 1918 i provvedimenti di austerità non hanno avuto ruolo alcuno nella riduzione del debito; e anzi, è la crescita che ha contenuto l’indebitamento che avrebbe potuto derivare da un continuo aumento della spesa.

    Il 1920 e il 1921 il rapporto debito/PIL raggiunge il massimo storico: arriva prima al 160% per scendere nel 1921 al 153%. Cinque anni dopo, nel 1926 con un debito pur in diminuzione (da 91 a 84 milioni di euro – sempre nominali) il rapporto debito/PIL passa al 50%; il PIL è quasi triplicato. Quindi, pur con una riduzione del debito, l’impatto principale sulla diminuzione del rapporto debito/PIL è ancora una volta associabile al grande incremento della crescita del PIL. Nel grafico sotto riportato si trova l’andamento del debito (linea gialla), quello del PIL (linea arancio) e il rapporto debito/PIL (nelle colonne blu sopra l’asse orizzontale) con le indicazioni degli anni – come per i dati esposti.

    L’economicidio dell’austerità, il debito italiano e i PIIGS.

    Ancora, nel 1926 il debito/PIL era al 50% mentre il debito di 84,86 milioni di euro. Nel 1934 il debito scende a 59,36 milioni di euro, ma il rapporto debito/PIL sale a 88 punti percentuali – ad una diminuzione del debito in questo caso non corrisponde una diminuzione, bensì un aumento, del rapporto debito/PIL. Questo perché tra il 1926 ed il 1934 il PIL nominale cala di 100 milioni di euro. Ancora una volta è la crescita – in questo caso negativa – che incide in modo preminente sull’incremento del rapporto debito/PIL.

    Dal 1934 al 1943 il debito/PIL arriva al 107%. Dal 1943 al 1963 il debito aumenta in maniera molto significativa e passa da 257,32 milioni di euro, ai 4.989,91 milioni di euro. Nel 1963 il rapporto debito/PIL, con una spesa in aumento e con un continuo e significativo aumento del debito, è al 32% – se qualcuno avesse ancora dei dubbi, è sufficiente verificare l’incremento del PIL (la crescita); nel 1943 è di 238,39 milioni di euro, nel 1963 è 15.339,45 milioni. E’ ancora la crescita che incide principalmente sul rapporto debito/PIL.

    Da qui fino al 1971 il rapporto debito/PIL resta su livelli molto bassi e ricomincia la sua corsa nel 1972 dopo l’abolizione dello standard aureo (gold-exchange standard per l’Europa, direttamente collegato alla fine del gold-standard americano) e l’inizio del serpente monetario. Nel 1981, con il “divorzio” del Ministero del Tesoro (ministro Andreatta) e la Banca d’Italia (governatore Ciampi) – con tutto ciò che ne consegue –  il debito subisce una ulteriore impennata (dal 58% del 1981 al 98% del 1991 – quaranta punti percentuali, e scusate se è poco) per arrivare nel 1993 (il trattato di Maastricht è entrato in vigore il 1° novembre 1993) al 115% – in questo caso la crescita non è in grado di contenere l’aumento del debito, mentre la spesa pubblica passa dal 50% al 53% del PIL.

    Nel 1994 il debito/PIL è al 121% e da lì scende fino al 103% del 2004. Anche qui si vede che i provvedimenti presi nel 1992 – tra cui un prelievo diretto dalle tasche degli italiani – con l’uscita dallo SME, se pur nel breve periodo hanno portato un aumento della “ratio” del debito, sul medio periodo avevano già prodotto – tramite la crescita – una diminuzione del rapporto (nel 1996 avevamo uno storico +9,5% come saldo delle partite correnti).

    Ai giorni nostri dopo i provvedimenti di austerità presi dal governo Monti il rapporto debito/PIL è al 127%. Il saldo primario del 2011 e del 2012, che al lordo degli interessi diventano indebitamento, non ci hanno permesso di avere una diminuzione nel rapporto debito/PIL perché il nostro prodotto interno lordo è diminuito – perché nessuno dice che con l’austerità del governo Monti il debito è salito, in poco più di un anno, del 7% ed il PIL diminuito del 2,6%?!

    Possiamo pertanto concludere che mai l’austerità ha giocato un ruolo determinate nel contenere il rapporto debito/PIL; con l’attuale livello di debito le politiche di austerità possono essere definite un economicidio imposto – perché dietro ai numeri di questa crisi economica ci sono anche i numeri di una crisi sociale che si materializza nella disoccupazione, e nei casi peggiori arriva al suicidio; che il debito/PIL è stato anche molto più alto e che – ancora – l’austerità non ha mai storicamente contribuito alla diminuzione della sua “ratio”.

    Ed ultima, la breve “summa”, ad uso e consumo dei nostri detrattori. Il nostro debito/PIL è stato sotto il 100% tra il 1861 e il 1880 (19 anni); sopra il 100% dal 1881 al 1902 (19 anni anche qui perché per tre è stato sotto il 100%: 1885, 1886, 1901); dal 1903 al 1918 il rapporto è ancora minore del 100% (e sono ancora 16 anni); il secondo periodo in cui il debito è sopra il 100% è tra il 1919 ed il 1925 (7 anni). Dal 1926 al 1991 superiamo il 100% nel rapporto debito/PIL solo nel 1942 e nel 1943 (piena seconda guerra mondiale), per 64 anni su 66 siamo sotto il 100% nella “ratio” debito/PIL, e (udite, udite) per ben 36 anni di questi 64, sotto il 60%. Il terzo periodo in cui il debito/PIL passa il 100% è dal 1992 ai giorni nostri – dopo la separazione del Tesoro e della Banca d’Italia del 1981 (i cui effetti sono stati,

    nonostante un PIL in crescita, un aumento della “ratio” di 40 punti percentuali in dieci anni), l’adesione a Maastricht, l’euro e la più grande crisi dal 1929 – ma essendo in saldo primario attivo quasi costantemente dal 1991 (salvo 2009-2010) ed avendo avuto una diminuzione del PIL solo nel 2009 e nel 2012, possiamo dire che i 29 punti percentuali (sommateli al 40% in dieci anni dalla separazione e vedete quanto fa) tra il 1991 ed i giorni nostri ci sono stati principalmente “regalati” dal pagamento degli interessi, dalle politiche monetarie e dalla perdita di PIL del 2012 dovuta alle politiche di austerità – non vedo nulla, in questi numeri, di particolarmente liberale, che possa essere imputato alla “prodigalità” degli italiani: prima che nel 1981 cominciassero i “colpi di genio” eravamo al 58%. Tutto il resto è un gentile regalo di scelte di politiche monetarie, fiscali ed economiche, quantomeno discutibili al riscontro dei dati – fatte da una classe dirigente che di dirigente ha solo lo stipendio!

    A questi dati – e se ci guardate bene bene, non sono così male, anche se vorrebbero farci credere il contrario – vorrei aggiungere che nel 2012 l’Italia ha avuto il miglior saldo primario della zona Euro;  che siamo i primi contribuenti netti (per reddito pro capite) della UE; che il patrimonio privato è il 600% del PIL. E allora: PIIGS, ma a chi?!?!

    Luca Pezzotta

    20/03/2013

    Categorie: Economia

    5 Commenti

    1. Ugo scrive:

      D’accordo sull’esigenza di ricacciare in gola a chi l’ha inventata quell’odiosa (e, quella sì, razzista) etichetta – PIGS -, però starei attento alle conclusioni.

      La soluzione che l’articolo, neppure troppo implicitamente, indica per il problema è la crescita, però è noto che nessun organismo può crescere all’infinito senza incorrere in gravi patologie.

      L’Italia ha già avuto la sua crescita — tumultuosa, travolgente, financo (bestemmia!) eccessiva — invocare ulteriore crescita è follia, perché il mondo fisico non può seguirla, non può alimentarla.

      Dunque, a mio umile avviso d’uomo qualunque occorrerebbe trovare formule per rifuggire dalla crescita assoluta e indirizzarsi verso una qualche forma di crescita relativa. Una crescita pro capite che derivi dalla riduzione del numero di teste da contare.

      La “torta” si va inesorabilmente riducendo, se vogliamo riservare ad ogni commensale una porzione accettabile dobbiamo pensare a ridurre il numero dei commensali, non ad aumentarlo. Tanto per cominciare riducendo il numero degli invitati e pensando a sfamare la famiglia. Parliamo, dunque, di migrazioni? E, visto che siamo in argomento, magari anche di quella bella trovata che i soliti cervelloni finiranno per rifilarci, lo ius soli? Ovviamente senza prima chiedere al Popolo Sovrano cosa ne pensa, e anche questo è uno dei modi in cui si esprime la “dittatura tecnocratica neonazista”.

    2. ampul scrive:

      Quindi la conclusione è: tornate a scuola vecchi infami e assassini idolatrati! O andateci per la prima volta!!!…

      È chiaro che è l’aumento di domanda aggregata di beni e servizi che determina un saldo positivo (inteso come sistema economico); così com’è altrettanto chiaro che un aumento dell’austerità determina un’inversione economica negativa (le famiglie non consumano, le imprese non investono, lo stato non offre i servizi necessari).
      Quello che abbiamo davanti agli occhi è esattamente questo.

      Bravo Luca!

      Ps: per Ugo, ottima la teoria di Latouche, concordo. Difficile da applicarsi in tempi come questi. Ma è chiaro, sono d’accordissimo!, che la svolta è li!!

    3. Ugo scrive:

      Ho riletto la parte finale del mio precedente intervento e ho riscontrato che può dar luogo ad ambiguità. Siccome non mi piace essere ambiguo, ci tengo a specificare che il mio riferimento era contro l’immigrazione, da frenare, fermare e invertire, e contro il principio dello ius soli.

    4. Luca scrive:

      Io ci terrei a sottolineare che la crescita non dovrebbe essere sempre associata alla insostenibilità. Dipende dai tipi di crescita – la crescita esponenziale nell’uso di idrocarburi è insostenibile, questo è riconosciuto da tutti. La crescita di green jobs (lavori verdi, lavori connessi al risparmio energetico, al riciclaggio, all’assistenza degli anziani, ecc.ecc.) al contrario potrebbe avere una base sostenibile – sia economicamente che culturalmente.

      • Ugo scrive:

        Ma certo, il tipo d’attività da svolgere può essere il più vario e si può stare a discuterne con ampia possibilità di compromesso. Quello che invece va a sbattere contro le leggi alquanto inflessibili della contingenza materiale è la presenza in ogni ristrettissima unità territoriale d’una ben definita quantità di persone. Quando si supera quella quantità (e nella maggior parte dell’Italia, oltre che mediamente nell’Italia tutta, è già accaduto da tempo) ogni tentativo di rimedio che non intervenga sulla radice del male è destinato a cadere nel vuoto o a peggiorare la situazione. Consideriamo ora il fatto che invece di tentare un rimedio si continua a caldeggiare interventi evidentemente destinati a peggiorare il fenomeno nocivo…

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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