Il 23 febbraio scorso pubblicavo sul Moralista un pezzo (destinato ad attirare critiche qualificate) dal titolo eloquente: “Resistenza di popolo contro neonazismo tecnocratico, il nuovo bipolarismo italiano” (clicca per leggere). Sostenevo la tesi che registra con disappunto il superamento della classica dicotomia destra-sinistra, oramai nei fatti chiaramente assorbita da un ventennio di dittatura tecnocratica melliflua e incruenta. Pur riconoscendo cioè come valide e ancora attuali le precondizioni culturali e storiche che legittimano in tutto il mondo civile una articolazione del quadro politico orbitante intorno a due pilastri principali astrattamente distinguibili (polo progressista versus polo conservatore), mi trovavo mio malgrado costretto a riconoscere l’esistenza di una realtà fattuale dissonante, non facilmente riconducibile dentro gli spazi angusti suggeriti dal manuale classico del buon politologo. Le politiche che incidono sulla vita dei cittadini prigionieri di questa vergognosa Unione Europea non sono legittimate da alcuna forma di consenso democratico, non sono il risultato di alcun percorso di elaborazione critica e non si impongono all’interno di una arena virtuale che riconosce nell’elettore votante l’unico giudice in grado di validare la bontà di leggi, proposte e iniziative. Il neonazismo tecnocratico contemporaneo, come ogni dittatura che si rispetti, rifiuta il confronto dialettico, non si ravvede neppure di fronte agli errori più evidenti e venera i propri dogmi senza lasciarsi condizionare dalla contingenza. Le misure di austerità hanno dilaniato il popolo greco? Non importa. Il rigore ha depresso le economie dei paesi mediterranei? Pazienza. La disoccupazione galoppa e intere generazioni vivono nel limbo dell’esclusione sociale? Non è affar nostro. Una frase abusata, ripetuta spesso da protagonisti di ogni colore, attribuisce alla politica il compito di “risolvere i problemi della gente”. Giusto. Ma vi pare coerente e onesta la prospettiva di chi afferma di voler servire contemporaneamente il bisogno dell’uomo e il rispetto del dogma? Certamente no. Per ragioni storiche che proveremo ad approfondire nei prossimi giorni le forze che si riconoscono nelle grandi famiglie del popolarismo e del socialismo europeo hanno deciso di abdicare al proprio ruolo, di rinunciare a pensare politicamente, preferendo sopravvivere sulla scia del pensiero forte elaborato e imposto dal neonazismo tecnocratico dominante. Questo significa che destra e sinistra hanno definitivamente perso la loro ragion d’essere? Niente affatto. Significa semplicemente riconoscere come vera una realtà amara che non diventa meno truce nella misura in cui ci si impone, per carità di patria, di non vederla. Quando finirà l’emergenza democratica che stiamo inconsapevolmente vivendo, la normalità prenderà nuovamente il sopravvento. Anche le classi dirigenti fasciste e comuniste si illusero nel secolo scorso di avere per sempre assorbito le diverse istanze e dottrine che favorivano l’emergere di un sano pluralismo partitico, definitivamente sacrificate sull’altare di un valore più alto e degno (ora il proletariato, ora la patria ecc.), ma si sbagliavano. Ritengo quindi di potere affermare con giustificato ottimismo che, all’indomani del crollo del neonazismo tecnocratico, la competizione democratica fra le diverse forze che si rifanno a solide dottrine del pensiero politico moderno troverà nuova linfa, slancio e vigore. Fino ad allora dobbiamo però fare i conti con una realtà quotidiana che ci impone altre priorità. Primum vivere, deinde philosophari. A maggiore riprova della solidità del ragionamento appena proposto, vi invito a riflettere sui diversi paradigmi che lo studio dell’attualità ci propone. Sappiamo che il neonazismo tecnocratico impone dappertutto lo stesso tipo di prassi violenta: tagli, povertà indotta, distruzione del welfare e promozione del lavoro schiavile. In Grecia, di fronte alla protervia violenta dei neonazisti continentali, i partiti tradizionali di destra e di sinistra (Nuova Democrazia e Pasok) hanno assunto posizioni simmetriche di sostanziale accondiscendenza verso gli euro-torturatori. In Italia è accaduto qualcosa di simile: Pdl e Pd hanno consapevolmente favorito l’ascesa di Mario Monti assegnandoli dolosamente il compito di infliggere alle classi più deboli inutili frustate deliberate in altra sede. A Cipro, però, di fronte ad una manovra simile, è accaduto qualcosa di diverso. Il parlamento cipriota, in maniera uguale e contraria rispetto a ciò che è accaduto in Grecia e in Italia, ha ricacciato indietro i killer della Troika, rifiutandosi di sottoscrivere un accordo capestro che pretendeva di prosciugare nottetempo i correntisti dell’isola per la gloria del nuovo reich a guida Merkel. Quindi i parlamentari ciprioti hanno messo in pratica, in nome del popolo che sentono di rappresentare, una forma coraggiosa e dignitosa di Resistenza contro l’invadenza ricattatoria e meschina dei neonazisti continentali. Ecco che il nuovo bipolarismo, accennato nel mio pezzo del 23 febbraio scorso, mostra il suo volto in tutta la sua chiarezza. Da una parte il parlamento greco e quello italiano che, da destra a sinistra, si posizionano politicamente come monolite di completamento a beneficio della larga diffusione di leggi, norme e regolamenti di chiara ispirazione neonazista; dall’altra il parlamento cipriota che, da destra a sinistra, sceglie invece la via eroica della Resistenza che non si piega di fronte a minacce concrete per quanto spregevoli e volgari. La interiorizzazione circa l’esistenza empiricamente verificabile di un bipolarismo che contrappone al neonazismo tecnocratico un polo della Resistenza ci aiuta a demistificare, su scala europea, un quadro politico altrimenti fumoso e indecifrabile.
Francesco Maria Toscano
20/03/2013
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