Il 23 marzo ho pubblicato per i lettori de Il Moralista un pezzo dal titolo “Lo spreco pubblico non esiste in natura. Esiste solo l’ingordigia privata” (clicca per leggere). Questo articolo ha meritato l’apprezzamento (al netto di qualche paterna e acuta tiratina di orecchie) degli intellettuali che si riconoscono nel movimento di opinione Democrazia Radical Popolare (clicca per leggere). La cosa mi gratifica oltremodo, conoscendo bene il livello dei miei interlocutori nonché la riconosciuta capacità degli stessi di indirizzare il dibattito economico, sociale e politico verso vette innevate  tuttora tristemente e ampiamente inesplorate. Però, l’uomo che ha sete di conoscenza, che vive freneticamente nel desiderio di un faticoso perfezionamento, dovrebbe adagiarsi poco sui complimenti (che fanno sempre piacere, intendiamoci)  per concentrarsi invece sulle critiche sottili, garbate  e qualificate. E’ quello che intendo fare oggi. Gli amici di Drp si compiacciono nel registrare una timida svolta costruttiva (testimoniata dal tenore degli ultimi articoli) che potrebbe potenzialmente consentire al Moralista di abbandonare definitivamente approcci “nichilisti” e “distruttivi” per addivenire finalmente ad una visione del mondo più realistica, obiettiva e matura. E’ un’analisi che tengo in altissimo conto e, proprio per questo, intendo tornare a ragionare criticamente su tutti i punti sollevati dagli amici Drp. Ho trovato particolarmente arricchente (parlo per me) il recente scambio dialettico intercorso con gli amici di Drp e, inoltre, conosco l’importanza del confronto scevro da pulsioni dogmatiche o interessi di parte.  Mettendosi continuamente in discussione è possibile progredire, mentre l’uomo intento solo a specchiarsi rimane necessariamente vittima di riflessi paralizzanti. Ma ragionare ad alta voce non significa per forza aderire; significa salpare in mare aperto nella speranza di trovare porti migliori concedendosi  comunque  la chance di tornare eventualmente al punto di partenza. Lascio quindi gli ormeggi per affrontare il mare aperto. Solo il tempo svelerà la destinazione di arrivo. Chiuso il lungo preambolo. Gli amici di Drp sostengono l’irricevibilità di alcuni argomenti da me proposti in alcuni recenti articoli. In particolare, mi contestano frontalmente alcune considerazioni (“squinternate” e  “illiberali”) contenute nell’editoriale pubblicato in data 18/03/2013 e titolato “Elogio della radicalità (clicca per leggere). Per farlo, gli amici di Drp prendono a prestito le parole di Sara, intelligente frequentatrice del blog Il Moralista: “ A me queste valutazioni sembrano da pazzi. licenziati e sostituiti, tanto che sono, mica umani, robottini telecomandati da un burattinaio capo di un agenzia di marketing che tutti quelli che non difendono devono, quanto meno, ignorare. massì, mettine altri 15, là fuori ce ne sono centinaia, cervellini da buttare che come dicevi altrimenti si sparerebbero nei call center. che vergogna, i ragazzini hanno osato pensare! ma non lo ricordano di aver firmato un documento in cui siglavano che non avrebbero mai espresso una propria proposta o opinione su nulla? che arroganti. E l’idea che il linguaggio eversivo, “liberatorio e salutare” ci porterà fuori dall’impaccio? Ma forse non bisognerebbe avere qualche categoria in più? Tipo considerare che se fra i “liberatori” sfoghi sacrosanti c’è un “verme ebreo” una “vecchia puttana” un “la bomba rom va disinnescata”, “al marocchino ci dai due schiaffetti” and so on (considerando tra l’altro la delizia di vedere sbandierare discorsi razzisti con la pretesa di farlo proprio x non far dilagare xenofobia, che poeta), forse un pochettino di spirito critico non guasterebbe? Il grillismo è un movimento sorto dal vuoto concettuale, intellettuale e umano, che propaga con spirito insofferente e laccatura giovanile gli schemi fascistoidi degli “italiani brava gente”. E l’economia non è tutto (a parte che Grillo non ci capisce un cazzo, e l’amica lombardi considera l’art. 18 “un’aberrazione”). L’economia ‘buona’ dovrebbe essere uno strumento per concedere a tutti le stesse possibilità, e non vedersi sgretolare certezze, futuro e dignità. Ma se dimentichiamo l’ossatura civile dei diritti in nome di sbraiti populisti, andiamo bene! In quest senso si capisce perchè sempre la perla Lombardi diceva che “il fascismo aiutava le famiglie”. Questo importa e tantè. (Ma questo blog non era di sinistra?)”. Il commento di Sara (rilanciato da Drp), lettrice che evidentemente parla in conto e per nome di una sinistra sentitasi tradita dal tenore del pezzo, merita un ampio approfondimento.  Anche se, dopo aver riconosciuto il valore di questa analisi, devo ammettere che il successivo commento della stessa Sara, in calce ad un ortodosso articolo firmato dall’ottimo Emanuele Bellato, mi ha impressionato molto meno favorevolmente (clicca per leggere). Bellato riprendeva in termini non apologetici la proposta di Grillo riguardante il reddito di cittadinanza, urtando così la suscettibilità di Sara che si scagliava contro la tentazione di “distribuire pagnotte gratis”; immagine tristemente simile ad una delle tantissime uscite infelici del ministro Fornero che, tra le altre scemenze, ricorreva spesso pure alla metafora del “non esistono pasti gratis”. Anche Elsa Fornero, guarda caso, si insediò nel governo dei tecnici accompagnata dall’aurea candida di progressista di sinistra (clicca per leggere). Non so quindi, cara Sara, se il mio blog può fregiarsi del titolo di sinistra. So però che sarebbe certamente più opportuno mettersi prima d’accordo sul significato da attribuire al termine in oggetto. Ma torniamo al merito del primo (e pregevole) commento di Sara. Scremando tutta la parte riguardante i limiti culturali, storici e comunicativi del Movimento di Grillo, critiche che sottoscrivo senza fatica, rimane sul tappeto la questione della “libertà di coscienza” che ha colpito un manipolo di grillini in prossimità del ballottaggio Grasso-Schifani per la presidenza del Senato. Io ho trovato l’atteggiamento dei senatori grillini altamente sciatto, fanciullesco nonché dettato dall’eccitazione tipica nel neofita. Ho forse utilizzato un linguaggio fin troppo diretto e irriverente? Può darsi, ma la sostanza non cambia. Per questo mi sono guadagnato i galloni di “illiberale e squinternato, poco attento alla ratio autentica insita nell’enunciato di cui all’art. 67 della Costituzione, baluardo di civiltà, progresso e libertà che ignorare non si può fa’!” Perdindirindina e poffarbacco, la faccenda si fa seria. Ma stanno effettivamente così le cose?  Ma veramente covo a mia insaputa pulsioni totalitarie che ignorano l’importanza della libera determinazione dettata dalla ragion pura? Mi sto ancora interrogando. E pensa che ti ripensa, pensa che ti ripensa, ricordo a me stesso che tutti gli altri gruppi parlamentari, grillini a parte, nella stessa occasione hanno votato granitici come un sol uomo. Perfino i montiani, divisi in casiniani, montezemoliani, cesiani e umanità varia, si sono presentati all’appuntamento con il voto che ha sancito l’elezione di Grasso armati di posizione unitaria (hanno votato tutti scheda bianca). Tutti “robottini telecomandati che non osano pensare in maniera autonoma”? O, più verosimilmente, condivisone delle regole minime che contraddistinguono la vita interna di un partito degno di questo nome? Se volessimo aderire alla prima impostazione, quella di Sara e Drp per intenderci, dovremmo dedurne per logica che, allo stato degli atti, tutti i partiti presenti in parlamento sono ostaggio di tentazioni illiberali e ducesche che impediscono al singolo senatore (sprovvisto di vincolo di mandato) di spiccare autonomamente il volo. Tutti, tranne il Movimento 5 Stelle, unica forza che presenterebbe invece una manifesta articolazione interna in grado di respingere antiche pulsioni da vecchio centralismo democratico. Paradossalmente, aderendo alle tesi di Sara e Drp, arriveremmo alla conclusione scellerata di considerare il Movimento 5 Stelle quale unico fedele interprete del dettato costituzionale.  Naturalmente non è così. I partiti sono una cosa seria (checché ne pensino Grillo e Casaleggio). Nella prima Repubblica i cambi di casacca rappresentavano un evento rarissimo. Era difficile perfino registrare spostamenti di corrente all’interno dello stesso partito. I pochi che, magari in buona fede, abbandonavano le vecchie certezze finivano sovente isolati e messi ai margini. Per fotografare la solennità grave che accompagnava la scelta del singolo di cambiare partito, gli amici dell’aspirante transfuga spesso ammonivano severi: “attento a non fare la fine del tricheco”. Il tricheco infatti è un animale che può sopravvivere solo in compagnia ma, assumendo comportamenti sgraditi al gruppo di appartenenza, rischia di finire deliberatamente respinto e isolato, andando così incontro ad una vita di difficoltà, stenti e amara solitudine. Non c’era l’art. 67 della Costituzione a quei tempi? C’era, ma tutto questo non c’entra nulla. Nessuno vuole vietare al singolo parlamentare (che rappresenta come è giusto l’intera nazione) di decidere in libertà come votare. E’ illiberale e screanzato chiedere le dimissioni dal parlamento di chi dovesse esprimere un punto di vista autonomo e dissonante rispetto al mondo di appartenenza. Questo non significa però pretendere che i partiti  non possano darsi regole interne, espellendo legittimamente dal gruppo (senza chiedere nulla di più) chi assume decisioni dall’alto valore simbolico in palese spregio e contrasto rispetto alle determinazioni politiche assunte nelle sedi competenti. Per decidere la linea, i partiti seri convocano i congressi e gli organismi dirigenti, luoghi deputati a ricercare una doverosa sintesi  fra le diverse (e naturali) sensibilità; partecipare in libertà alla formazione dell’indirizzo politico del partito di appartenenza denota rispetto per la democrazia e per gli iscritti; votare di volta in volta a cazzo di cane, sulla base di un processo interno solitario ed emotivo, non dimostra affatto adesione al pensiero liberale ma, semmai, rappresenta il plastico trionfo dell’approssimazione e dell’anarchia, qualità che naturalmente abbondano tra le fila dei grillini. Lo ripeto fino alla nausea: nessuno discute il vincolo di mandato per i parlamentari, che non c’è e che non ci deve essere. Ma il vincolo di mandato in un caso come questo c’entra come i cavoli a merenda. Non è in gioco il rapporto che lega l’eletto all’elettore ma, molto più prosaicamente, quello che regola la vita interna dei partiti che, per quanto sputtanati e derisi, ricoprono tuttora una altissima funzione di raccordo tra cittadini e Istituzioni costituzionalmente riconosciuta. L’ impostazione contraria, quella cioè tendente a sminuire l’importanza dei partiti per esaltare una presunta e nobile libertà di coscienza da edulcorare sempre e comunque, tradisce evidenti suggestioni provenienti dalla cultura radicale. Per moltissimi anni infatti Pannella e soci hanno strillato contro il sistema vigente nella prima repubblica, apoteosi di una perfida partitocrazia di regime; ma, una volta fucilati i partiti tradizionali, grazie anche all’opera moralizzatrice del presidente Scalfaro voluto pure da Pannella, è davvero migliorata la qualità della nostra vita pubblica? O l’illusione di una democrazia senza partiti è presto miseramente naufragata, seppellita da urla di scherno e sonore pernacchie? La terza Repubblica, se mai vedrà la luce, dovrà nobilitare nuovamente la funzioni dei partiti, presentandoli  meritocratici, trasparenti, inclusivi e seri. E in un partito siffatto, in linea con la volontà dei padri costituenti, le scene goliardiche e grottesche che hanno contraddistinto la casba grillina durante le votazioni per l’elezione del presidente del Senato non potrebbero vedersi di sicuro. Sistemato il primo punto passiamo al resto. Gli amici di Drp, sempre in relazione all’articolo titolato “Lo spreco pubblico non esiste in natura. Esiste solo l’ingordigia privata”, alzano il sopracciglio alla lettura del seguente passaggio:  “Se proprio bisogna soddisfare un’ansia impellente di simbolico risparmio, si prosciughino i conti correnti dei ricconi privati che hanno accumulato ingenti ricchezze. Se bisogna per forza punire il possesso, cioè, ci si accanisca contro il settore privato. Mentre il pubblico crea ricchezza al netto, gli scambi tra privati sono sempre a somma zero (se un privato guadagna x, un altro perderà per forza l’equivalente). Il concetto poi che sancisce l’inviolabilità della priorità privata non è più di moda e può quindi essere superato (guardate cosa accade a Cipro). Il denaro è solo pubblico. La moneta ha valore solo nella misura in cui lo Stato la riconosce. In conclusione: da un punto di vista macroeconomico è molto più sensato ed etico espropriare d’imperio i beni privati di Grillo e di altri ricconi come lui che non risparmiare sulla spesa pubblica (quand’anche improduttiva). La spesa pubblica infatti genera sempre ricchezza privata mentre i beni privati di Grillo generano solo soddisfazione per lui e i suoi cari. La considerazione circa la legittimità dell’arricchimento basato sul lavoro privato non ha valore nella misura in cui il Paese conosce livelli di povertà inauditi. Bisogna azzerare tutto e ripartire. I beni privati conseguiti all’interno di un quadro pubblico marcio e corrotto devono essere da subito passibili di esproprio per ragioni di pubblica utilità. Trionfando l’attuale isteria pauperista, la speranza è che perlomeno finisca con il colpire il bersaglio giusto“. Gli amici di Drp, raffinati come pochi, colgono senza indugio il tenore “canzonatorio” e  “demistificante” del passaggio sospetto ma, non di meno, ci tengono a precisare che sui principi SACRI E INVIOLABILI del liberalismo, a partire dalla proprietà privata, c’è poco da scherzare. Non discuto l’importanza della proprietà privata, ci mancherebbe. Né ritengo degno di lode il comportamento dell’èlite massonica europea (di destra) che a Cipro, travestita da Banda Bassotti, sta rapinando le banche senza neppure sentire il bisogno di calarsi un passamontagna. Ho aspramente criticato questi atteggiamenti criminali proprio per il rispetto che porto ai principi del liberalismo (SACRI E INVIOLABILI) tanto cari agli amici di Drp. Ma bisogna mettersi d’accordo sulle priorità da difendere. Leggete ora questa notizia (clicca per leggere). Avete letto? Bene. Vi ricordate il passaggio nel quale specificavo che “la considerazione circa la legittimità dell’arricchimento basato sul lavoro privato non ha valore nella misura in cui il Paese conosce livelli di povertà inauditi? Applichiamo adesso questo concetto al caso concreto. Una ragazza di 18 anni, impotente di fronte alla visione dei fratellini stremati dal freddo, ha deciso di rubare dei maglioni. Mettendo il rispetto della proprietà privata in cima alla scala dei nostri valori dovremmo considerare la ragazza alla stregua di una ladra. Se invece, più correttamente, decidessimo che il rispetto della proprietà privata deve necessariamente cedere il passo di fronte a beni più importanti, quali la difesa della vita e il rispetto della dignità umana, la stessa ragazza prima bollata come ladra assumerebbe d’incanto i panni dell’eroina generosa e nobile, relegando contestualmente lo Stato che la persegue al ruolo miserabile di ottuso carnefice posto a tutela  delle ragioni del più forte. Per me la ragazza che ha rubato i maglioni per salvare dal freddo i fratellini è un esempio di umanità e dolcezza, con buona pace di John Rawls. Il mio punto di vista, tra l’altro, è già ampiamente recepito dal nostro codice penale che, non a caso, nel disciplinare l’istituto della legittima difesa (all’art. 52 c.p.) stabilisce che “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di difendere un diritto proprio o altrui contro il pericolo attuale di un’offesa ingiusta, sempre che la difesa sia proporzionata all’offesa”. La difesa deve quindi essere proporzionata all’offesa. Chi spara al ladro che gli ruba la macchina, ad esempio, non è mai giustificato, perché il bene della vita è sovraordinato rispetto alla difesa della proprietà. Altrettanto significativo è il caso previsto dall’art. 54 c.p. (Stato di necessità) che recita: “non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alla persona, pericolo da lui non volontariamente causato, né altrimenti evitabile, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo”. La ragazza che ha rubato i maglioni non ha commesso nessun reato proprio in ossequio al dettato dell’art. 54 che esclude la punibilità in capo a chi agisce per evitare un danno grave alla persona, sempre che il fatto sia proporzionato al pericolo. Tra l’interesse del titolare del negozio a ricevere un compenso per privarsi delle merci e quello dei fratellini che devono riparasi dal freddo, incontestabilmente, è il primo che deve pacificamente e coralmente ritenersi destinato a soccombere. Spiegato anche il secondo punto, passo rapidamente ad affrontare il terzo e ultimo passaggio. Stavolta con linguaggio un tantino meno ricercato, gli amici di Drp bollano il seguente passaggio, “gli scambi tra privati sono sempre a somma zero (se un privato guadagna x, un altro perderà per forza l’equivalente)”, quale “sonora stronzata”. L’errore, come riconoscono da soli gli amici Drp, è quello di “fermarsi al significato letterale della frase in questione”, per altro senza neppure coglierlo. E’ chiaro che una economia vitale che presenta al suo interno molti scambi e una fluida circolazione della ricchezza è preferibile rispetto ad un sistema pianificato, paralizzato e iper-burocratizzato. Ma questo (ancora una volta) non c’entra nulla con l’enunciato criticato, che si limitava al contrario a sottolineare invece l’importanza dell’intervento governativo quale protagonista dei processi economici ( quindi attore e non solo pallido regolatore) in ossequio alle regole imposte dai bilanci settoriali come brillantemente spiegati da Stephanie Kelton: “in presenza di un’eccedenza riguardante il settore pubblico governativo avremo un deficit nel settore privato. Ma il settore privato, a differenza del pubblico e come regola di massima, deve essere in eccedenza quasi sempre perché il settore privato non può sopravvivere a lungo in deficit. I privati, in quanto utenti della moneta, non possono spendere oltre i propri mezzi, perché tirando troppo la corda si arriverà al punto in cui nessuno spenderà più a credito. Le vendite crolleranno e i disoccupati aumenteranno insieme alla contrazione dell’economia causando ulteriore deficit improduttivo per lo Stato. Questo è quello che accade ora in Europa come conseguenza di politiche che impongono in maniera scellerata il pareggio di bilancio. Il settore privato non può infatti creare ricchezza netta per se stesso. I privati possono solo prendere denaro a prestito, ne possono prestare, ma ogni positivo deve essere bilanciato da un passivo. Gli attivi e i passivi, in definitiva, finiscono con l’annullarsi gli uni con gli altri. La ricchezza finanziaria netta deve perciò venire per forza dall’esterno del settore privato”. Invito in chiusura tutti  i lettori ad approfondire le tesi di Dani Rodrik, professore di economia presso la Harvard University, che nel suo “La globalizzazione intelligente” raffredda i bollenti spiriti di chi crede ciecamente nell’opera divinatoria del mercato così come descritto da Adam Smith. “L’economia”, sostiene Rodrik, “è una disciplina sociale e la società, oltre ai prezzi di mercato, possiede altri mezzi per contabilizzare i costi”. “I fautori del libero scambio”, continua lo studioso, “spesso si troveranno a dover ammettere che qualcuno possa rimanere danneggiato a breve termine, tuttavia proseguiranno affermando che a lungo termine tutti (o almeno la maggior parte delle persone) otterranno miglioramenti. In realtà, in materia di economia non vi è nulla che possa garantire questo, mentre vi sono molte argomentazioni che suggeriscono qualcosa di diverso. Secondo il risultato di una celebre ricerca effettuata da Wolfang Stolper  e Paul Samuelson (Protection and Real Wages, “Rewiew of Economic Studies” ) alcuni gruppi necessariamente  dovranno sostenere nel lungo termine perdite di reddito derivanti dal libero scambio”. E’ certamente vero quindi che, come scrivono gli amici di Drp, “conta molto che gli scambi fra privati siano il più possibile numerosi, articolati, reiterati e variegati: questo differenzia un sistema economico prospero e complesso da uno povero e stagnante. Questo ha determinato la schiacciante (e meritata) vittoria del sistema capitalistico di produzione all’interno di una libera economia di mercato su altri sistemi alternativi”. Tutto giusto. Ma forse non è il caso di eccitarsi troppo.

    Francesco Maria Toscano

    26/03/2013

     

    2 Commenti

    1. Giovanni scrive:

      Qui, i risparmi dei privati vengono espropriati dagli Stati, che poi li fanno confluire nelle mani di altri privati “illuminati”.
      I grillini saranno pure capre, ma a differenza delle pecore che affollano quello che resta dei partiti, hanno voglia di fare ed imparano in fretta.
      Saluti.

    2. ampul scrive:

      Ringrazio il moralista (e quelli di drp che evidentemente lo stimolano…) per “l’altezza” dei suoi scritti…

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

    • Cos’è il moralista

      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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