Dalla tragica notte del 25 settembre 2005, Federico Aldrovandi è diventato per molti un fratello, un figlio, un amico. Per questo si può parlare di comunità. Una comunità viva, nata dalla lettura delle cronache puntuali del giornalista Checchino Antonini, radunata virtualmente attorno al blog di Patrizia Moretti (madre di Federico) e presente materialmente durante le numerose e partecipate manifestazioni di solidarietà alla famiglia e richiesta di giustizia, dietro lo striscione “Verità grido il tuo nome”. Il grido straziante di dolore è stato ascoltato, la giustizia ristabilita, così i tribunali hanno emesso sentenze nette, di condanna, nei confronti dei quattro poliziotti colpevoli di aver spezzato la vita del giovane studente ferrarese e di aver macchiato irrimediabilmente la divisa. Dovevano prestare soccorso, invece hanno portato la morte. Nessuna sentenza riporterà indietro le lancette del tempo. Nessuno ridarà a Federico i suoi diciotto anni, la gioia, le preoccupazioni, le speranze di una vita appena affacciatasi all’età adulta. Nessuno potrà consolare, asciugare le lacrime e lenire le sofferenze dei suoi cari. Non si può sopravvivere ad un figlio, scriveva in una lettera del 2 gennaio 2006 mamma Patrizia, perché “una parte di me non ha più respiro. Non ha più luce, futuro. Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati tolti a lui”.Patrizio e Lina, ma anche Stefano, il fratello minore di Federico, una classica famiglia italiana, laboriosa, rispettosa delle leggi e delle istituzioni finita dentro un incubo. In tutti questi anni, non c’è stata solo la solidarietà, qualcuno ha tentato di infangare questa famiglia, farli apparire come dei genitori poco attenti alle abitudini del figlio. Altri hanno cercato di far passare Federico come un tossicodipendente, un disadattato, un violento. Non ci sono riusciti, in Federico tanti giovani hanno rivisto se stessi, le loro inquietudini ed insicurezze e soprattutto l’energia tipica di quell’età: l’urgenza di vivere. L’identificazione è stata immediata, per questo Federico è diventato un simbolo. Federico è quel che si suol dire “uno di noi”. Federico è “Fede” o “Aldro”,una di quelle abbreviazioni affettuose con cui si chiamano gli amici. Il divertimento, la sperimentazione del mondo e persino le esagerazioni o alcune leggerezze sono stadi tipici di un’età di transizione. Il cantautore anarchico Leo Ferré cantava “Non si può essere seri a 17 anni”. Nulla però giustifica l’epilogo di questa vicenda, avvenuta per colpa di assassini con divise sporche di sangue innocente. Le foto del suo corpo esanime testimoniano il calvario di un ragazzo martirizzato, senza pietà. E il paragone evangelico non stride, così come nessuno si scandalizzò quando fu fatta notare la somiglianza tra il corpo senza vita di Che Guevara, catturato ed ucciso in Bolivia, con il dipinto del Cristo di Mantegna. Anche Federico era un guerriero, un guerriero disarmato però. Quella foto, in cui il capo di Federico è appoggiato sopra un cuscino di sangue è servita per mobilitare le coscienze, quella stessa foto è stata portata ieri in piazza, come una croce silenziosa, da mamma Patrizia di fronte alla provocazione sconsiderata di un sindacato di polizia che a Ferrara, sotto le finestre del Municipio dove lavora, si è dato appuntamento per solidarizzare con i quattro agenti omicidi. Questa volta la risposta democratica e civile non si è fatta attendere. Parole di condanna sono giunte dalla neo Presidente della Camera. In una nota Laura Boldrini ha dichiarato: “A Ferrara, un sindacato di polizia ha organizzato una provocatoria manifestazione sotto le finestre di Patrizia Moretti, madre di Federico Aldovrandi, per solidarizzare con gli agenti condannati per la morte del ragazzo. Ho telefonato a Patrizia Moretti per esprimerle affettuosa vicinanza. Le ho detto quanto ritengo intollerabile che, oltre al dolore ineguagliabile per la perdita di un figlio, lei debba subire l’offesa di una protesta così spietata e incivile. Le ho anche assicurato che non è sola: lei è una figura di riferimento per tutti i cittadini italiani che vogliono credere nelle istituzioni e che da esse esigono comportamenti rigorosi. Al termine della conversazione ho invitato la signora Moretti a Montecitorio per un incontro da tenersi nelle prossime settimane”. Sempre ieri l’Aula del Senato si è alzata in piedi in segno di solidarietà con Patrizia Moretti e il presidente Pietro Grasso si è augurato che “le manifestazioni per lei siano sempre e solo d’affetto e di vicinanza”. Sulla stessa linea anche il Sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani che durante la manifestazione è sceso in piazza per invitare i manifestanti a spostare il sit in da Piazza Savonarola, dove lavora la mamma di Federico, per rispetto. Un’azione coraggiosa, spontanea e proprio per questo da valorizzare e pubblicizzare, in tempi in cui la politica viene percepita come distante dai cittadini. Speriamo che questo nuovo sfregio alla memoria di Federico e dei suoi famigliari sia l’ultimo capitolo di una persecuzione non più tollerabile. Tramite il blog, Lino e Patrizia si sono sempre adoperati per ricostruire il filo spezzato con le istituzioni, specie con le forze dell’ordine. Recentemente hanno ricordato con cordoglio la scomparsa del prefetto Manganelli, tra i primi a chiedere scusa per l’operato disonorevole della polizia. E chi frequenta il loro blog o il canale facebook conosce bene gli ammonimenti quando qualcuno usa toni impropri. Per esempio è vietato utilizzare l’acronimo inglese ACAB (All Cops Are Bastards). Di certo, se all’interno della polizia continueranno a convivere queste tendenze fascistoidi, secondo cui chi indossa una divisa può agire impunemente, difficilmente si arriverà ad una conciliazione e ad un ritorno di credibilità. Spetta alle forze democratiche, pur presenti nei corpi, rompere quello spirito di casta ed isolare i violenti per ridare finalmente dignità ed onore alla divisa.

    Emanuele Bellato

    28/03/2013

    Categorie: Attualità

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