“I politici  che uno dopo l’altro si erano succeduti nel compito di eliminare un vincolo impegnativo si imbattevano immediatamente dopo in un altro vincolo: una valuta non competitiva. La crisi di fiducia che successivamente si diffuse in tutto il paese , se il governo avesse abbandonato la legge di convertibilità oppure l’avesse modificata introducendo un tasso di cambio maggiormente flessibile, avrebbe potuto essere evitata. I politici invece erano troppo legati alla legge di convertibilità per il fatto di averla presentata ai loro cittadini come il caposaldo essenziale della loro strategia di crescita, e fare un passo indietro era pertanto per loro praticamente impossibile. Al paese sarebbe servita una dose maggiore di pragmatismo piuttosto che l’intransigenza ideologica”. Questa analisi potrebbe tranquillamente essere utilizzata per spiegare la terribile crisi che attanaglia l’Italia di oggi, in preda a convulsioni violente mentre il paese si trastulla con gli esperti di Napolitano, nominati  con il “vibrante” e nobile compito di perdere tempo per  ammissione ingenua dello stesso presidente Onida, primo dei 10 dieci “saggi” ad essere fatto fesso da uno scaltro imitatore (clicca per ascoltare). Ma il ragionamento di Dani Rodrik, contenuto nel nono capitolo del suo interessante libro La globalizzazione intelligente, fotografa con precisione la cause che hanno distrutto l’Argentina degli anni ’90, falcidiata dalle politiche neoliberiste di due politici miopi come Menem e Cavallo. L’Europa di oggi sta abbracciando quelle stesse identiche ricette, ispirate al famigerato Washington Consensus, che produssero anni fa il collasso del paese sudamericano. Come sappiamo il default economico argentino generò una fortissima frizione fra le aspettative della comunità finanziaria globale e il desiderio del popolo di riscoprire la bellezza e l’importanza dell’autodeterminazione democratica. Ripercorriamo quel delicato passaggio attraverso le parole di Rodrik: ”L’Argentina si è scontrata contro una delle verità essenziali dell’economia globale: l’incompatibilità fra democrazia a livello nazionale e processo di globalizzazione in profondità. La politica democratica getta un’ombra lunga sui mercati finanziari rendendo impossibile per una nazione l’integrazione in profondità con l’economia mondiale . L’Inghilterra aveva imparato questa lezione nel 1931 quando era stata costretta a uscire dal gold standard . Keynes l’aveva racchiusa nel regime di Bretton Woods, l’Argentina invece se n’era dimenticata. In Argentina però la democrazia alla fine riuscì a riappropriarsi del proprio spazio vitale, liberandosi di quella “camicia di forza dorata” descritta da Tom Friedman nella sua ode alla globalizzazione dal titolo Le radici del futuro, luogo dove “gli speculatori riescono a spostare in un istante miliardi di dollari in ogni parte del mondo costringendo la politica ad adeguarsi o a  tirarsi indietro”. Continua Rodrik: “Esiste una tensione fondamentale tra iperglobalizzazione e politica democratica. L’iperglobalizzazione richiede effettivamente il ritrarsi della politica nazionale e l’isolamento dei tecnocrati dalle pretese dei gruppi popolari (…). Nessuno meglio di noi europei comprende la veridicità dell’impostazione offerta da Rodrik. Un manipolo di tecnocrati tiene ora in ostaggio popoli interi che non riescono a liberarsi da questa “camicia di forza dorata” neppure brandendo l’arma della democrazia. Di fronte a questa cruda realtà, facendo il verso a Lenin, è corretto chiedersi: “Che fare”? Rodrik, lucidamente, indica tre ipotesi praticabili:

    1) Limitare ulteriormente la democrazia allo scopo di ridurre al minimo i costi delle transazioni internazionali senza tenere in considerazione la sferzata sociale ed economica che l’economia globale di quando in quando produce (si tratta della linea oggi perseguita in Italia per volontà di Napolitano con il consenso complice dei principali partiti italiani etero-diretti dalla Bce  guidata da Mario Draghi, ndm).

    2)Limitare la globalizzazione per ricostruire in patria una legittimità democratica (si tratta della linea propugnata da quanti, da Bagnai a Barnard, chiedono il ritorno alla sovranità monetaria e conseguentemente alla singole valute nazionali, ndm)

    3)Globalizzare la democrazia a scapito delle democrazie nazionali (è la posizione, ad esempio, di Grande Oriente Democratico e di quanti lavorano alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa, ndm).

    Il “trilemma” di Rodrik addiviene quindi alla seguente conclusione: non è possibile avere contemporaneamente iperglobalizzazione, democrazia e autodeterminazione nazionale. L’Europa di oggi, che tenta maldestramente di conciliare iperglobalizzazione e singoli interessi nazionali, ha già di fatto rinunciato alla democrazia;  e lo stallo dell’Italia post-voto ne rappresenta un perfetto quanto triste paradigma. L’Europa è regredita di oltre un secolo, epoca in cui i vincoli esterni nei regimi imperialisti e mercantilisti erano ancora più evidenti. “Prima del diciannovesimo secolo”, argomenta Rodrik, “non era possibile parlare di Stato nazionale. Le regole del gioco venivano imposte dalle compagnie commerciali o dai poteri imperiali. Non vi era alcuna possibilità di eluderle. Oggi come ieri gli effetti sono perciò identici: isolamento delle istituzioni responsabili delle politiche economiche, perdita del valore del patto sociale tra aziende e lavoratori e sostituzione delle esigenze di sviluppo interno pur di mantenere la fiducia dei mercati. La tragedia attuale è figlia della sciagurata idea di accantonare il sapiente equilibrio costruito da Keynes a Bretton Woods all’indomani della seconda guerra mondiale, architettura che limitava i flussi di capitali perché correttamente ritenuti incompatibili con la stabilità delle singole economie nazionali allora valorizzate e responsabilizzate. In conclusione, non ci rimane che fare subito un passo avanti, costruendo per il Vecchio Continente una governance democratica sul modello degli Stati Uniti d’America; o farne uno indietro, rispolverando cioè le identità nazionali per tornare allo spirito di Bretton Woods. L’unica scelta certamente sbagliata e scellerata è quella che stiamo ancora perseguendo:  quella volta a sacrificare la democrazia per rendere il sistema aderente  alle bramosie perverse della speculazione globale. Con buona pace dei vari Draghi, Monti, Bersani e Napolitano, osannati da tutta la principale stampa italiana (dominata dalla massoneria reazionaria) ma capaci di minacciare gravemente la nostra civiltà, mai così in pericolo dai tempi delle camicie nere e della marcia su Roma.

    Francesco Maria Toscano

    5/04/2013

    Categorie: Economia, Esteri, Politica

    3 Commenti

    1. alessandro scrive:

      la seconda che hai detto… in modo da poter lucidamente puntare alla terza ipotesi suggerita.
      Riappropriamoci dei nostri strumenti democratici (moneta in primis) e rifondiamo un’altra Europa e un nuovo ordine mondiale secondo principi democratici e di giustizia sociale. Altre strade sono pie illusioni non praticabili in questo momento storico. Oggi occorre un processo rivoluzionario di rinnovamento e riforma politica economica e sociale mondiale.

    2. domenico scrive:

      Un uomo si misura anche dalla capacità di fare un passo indietro. Non vedo, in Europa, l’esigenza di uniformare le varie identità dei popoli a scapito delle singole sovranità nazionali. Una federazione di stati, con governo centrale, finirebbe per appiattire quelle particolarità locali e culturali che tanto hanno reso bella l’Europa nel corso della storia. Gli U.S.A. sono diversi dall’Europa: quantomeno parlano la stessa lingua. Inoltre, non credo che un’Europa dei Popoli si possa costruire con una moneta unica e un governo centrale. La storia insegna che simili progetti si costruiscono o con guerre di conquista o con rivoluzioni, più difficilmente con il confronto, il dialogo e la moderazione. E poi, la dimensione Italia, Francia, Spagna etc, mi sembra adeguata a creare un equilibrio sociale e a difenderlo e preservarlo dagli attacchi della finanza speculativa. In altri termini se fossimo un popolo sovrano, il nostro stato non si farebbe ricattare da una banca o un’agenzia di rating ne avremmo bisogno dell’Europa per questo. Se poi si riuscisse, per decisione politica, a fare un’Europa che come una mamma protegge tutti i suoi figli popoli invece di fustigarli come schiavi allora ……

    3. Alessandra scrive:

      ..bellissimo articolo di sintesi dei problemi e delle possibili soluzioni..io sono d’accordo con la seconda..e poi eventualmente, quando ogni nazione si sarà ripresa, si potra’ in modo democratico, e partendo ovviamente da altre basi e da altri punti e non dalla moneta, vedere se c’è e’ la possibilità e la volontà di fare veramente uno stato europeo..anche se non ne vedo la necessita’..

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