In Italia, come del resto in ogni parte del mondo, il livello di disuguaglianza fra i cittadini aumenta sempre più. La forbice fra coloro che diventano sempre più ricchi e coloro che invece perdono posizioni nella scala sociale ed economica è sempre maggiore. Le politiche redistributive dei redditi, specialmente in Italia, acuiscono fortemente questo divario e le detrazioni o le agevolazioni fiscali per familiari a carico sono insufficienti, se non ridicole. Coloro che hanno redditi vicini alla soglia di povertà sono in continuo aumento e nessuna misura sostanziale viene adottata per arrestare questo tragico fenomeno. Il crollo della domanda interna, causa della lacerante crisi economica di questi anni, ha come effetto più evidente la chiusura di migliaia di aziende e una crescita allarmante del tasso di disoccupazione. La perdurante recessione economica produce effetti molto più gravi di una crisi ciclica di breve periodo: s’immagini alle conseguenze della disoccupazione di lunga durata, che produce alienazione fra i lavoratori che, più rimangono fuori dal mondo del lavoro, più continuano a perdere professionalità e non riescono a stare al passo con i progressi tecnologici del settore di competenza. Gli operai edili o dell’industria vanno in pensione alla stessa età di chi lavora in ufficio. E’ impensabile che un muratore possa, in sicurezza, riparare un tetto a 67 anni di età, appeso su un ponte a decine di metri d’altezza! Nel nostro paese si moltiplicano i tavoli per risolvere le numerose crisi industriali e il crollo del mercato dell’auto e dell’edilizia ha messo in ginocchio una fetta consistente della nostra economia. Questa crisi pesa molto di più sulle categorie più deboli e svantaggiate della popolazione, in particolare sui meno abbienti. Lo Stato non corregge queste forme di disuguaglianza fra uomini che inevitabilmente si traducono nella compressione delle libertà degli individui di partecipare con gli stessi mezzi e possibilità allo sviluppo del paese. Lo Stato oggi è considerato come una macchina mangia soldi che sottrae risorse alle imprese e i cittadini, pertanto è un mostro da combattere, da ridurre ai minimi termini. Ma le politiche di razionalizzazione della spesa pubblica sono state negli anni del tutto inefficaci e si è spesso assistito a tagli lineari della spesa pubblica e dello stato sociale, specialmente negli Enti locali, che sono stati costretti a ridurre i servizi. Il costo della crisi è stato “socializzato” fra i comuni cittadini che hanno dovuto subire un aumento delle imposte (si pensi all’IMU, all’IVA e alla riduzione delle detrazioni fiscali) e consistenti tagli dello stato sociale, che incidono molto più pesantemente sulle fasce più deboli. Pertanto, mai come in questo periodo storico, è necessaria una piattaforma politica Socialista, per rimuovere tutti gli ostacoli che si frappongono all’uguaglianza sostanziale degli individui. La libertà socialista, come amava definirla Carlo Rosselli, è la libertà che si fa per la povera gente. L’uguaglianza deve però essere sostanziale. Che serve essere formalmente libero di fare ciò che voglio, se non sono messo nelle condizioni di esercitare la mia libertà al pari degli altri?

    Non si cada però nella tentazione di suggerire un Socialismo che invade le vite dei cittadini, occorre un maggiore  interventismo statale, oggi più di ieri, ma allo stesso tempo si deve poter rimanere liberi da uno Stato pletorico, pesante, che tenti di imitare il ruolo della “comare” che s’impiccia troppo nella sfera privata della gente. Prima di essere liberi nello Stato si deve poter essere liberi dallo Stato. Prima che socialisti, si devono riconoscere le grandi conquiste liberali ottenute con grande fatica nel corso della storia dai moderni Stati democratici, in particolare quelli occidentali. Oggi è urgente una nuova piattaforma politica che restituisca allo Stato il ruolo di garante delle libertà democratiche dei cittadini e restituisca a questi pari dignità e possibilità di esprimersi e realizzarsi. Per restituire un ruolo allo Stato occorrono ricette di segno contrario rispetto a quelle dell’austerità adottate a tutt’oggi in tutta Europa. In Italia si discute di come far ripartire la crescita con una manciata di miliardi, quando per ripartire l’economia ne occorrono diverse decine. Parlare di IMU e di cassa integrazione è come parlare del sesso degli angeli. Non si cerchi uno Stato che tende ad appiattire la società nell’egualitarismo, che soffoca quelle spinte individuali che favoriscono il progresso e lo sviluppo umano in ogni aspetto della vita. E’ così difficile immaginare uno Stato che riduce le disuguaglianze, lasciando libera l’iniziativa dei cittadini e che rispetti la proprietà privata? Che valorizzi i meritevoli e non danneggi lo sviluppo della persona secondo le sue naturali tendenze, attitudini e capacità personali? Si deve poter partire tutti dallo stesso livello, avere tutti le stesse possibilità di base, indipendentemente dalle condizioni economiche, sociali, razziali, di genere, di religione, ecc., fermo restando che non si deve mai frustrare l’iniziativa dei più capaci. Non si ceda alla tentazione di rispolverare vecchie e utopistiche pretese di dare a ciascuno in base ai propri bisogni e non si cerchi di rivoltare il sistema capitalistico o di abbatterlo, semmai occorre governarlo sapientemente, regolamentarlo per renderlo accessibile e desiderabile anche per coloro che oggi ne sono esclusi. Il socialismo di oggi non può non accogliere in sè la dottrina liberale o, come l’attuale sinistra italiana ed europea, assumere di fronte ad essa una posizione equivoca. Il problema della sinistra italiana è che, sia dal punto di vista ideologico che di azione di governo, non è mai riuscita a trovare una formula equilibrata per contemperare le naturali spinte liberali con una visione più solidaristica della società.

    Dalle ceneri del partito Comunista, all’indomani del crollo del muro di Berlino, il paese viveva un periodo travagliato, scosso di fronte al fenomeno di Tangentopoli. Fu allora che si costituì il Partito democratico della Sinistra (Pds), con Achille Occhetto Segretario, che non riuscì a liberare la sinistra dai vecchi dogmi del passato, preparando l’ascesa della promessa rivoluzione liberale di Silvio Berlusconi. Oggi come allora, la storia dei corsi e dei ricorsi pare immutata, ci presenta una situazione analoga: corruzione dilagante, la rivoluzione liberale di Berlusconi è rimasta sempre una promessa e la sinistra resta incapace d’interpretare la modernità. Il progetto politico di una sinistra progressista, nella forma embrionale dell’Ulivo di Romano Prodi, e la successiva nascita del Partito Democratico, sono dei déjà vu. Veltroni e Bersani come Occhetto, incapaci d’interpretare la dottrina liberale in maniera equilibrata, intesa come il governo e il controllo di quelle naturali tendenze egoistiche umane che finiscono per far prevalere il più forte sui deboli: da qui nasce l’esigenza di una maggiore attenzione verso le categorie che versano in condizione di svantaggio. La sinistra oggi pare smarrita e schiacciata di fronte ai dogmi del neoliberismo, ipocritamente fregiata di etichette sinistrorse prive di senso, oggi ben (mal) rappresentata dalla rassicurante ala cattolica dell’ex-democristiano Letta.

    Una visione liberale, mitigata da una punta di socialismo (quanto basta), non credo sia una eresia neanche per un elettore abituato a votare per partiti di centro-destra. Certo che se si continua a sventolare bandiere di tifosi di destra e sinistra e associare erroneamente al termine “Socialismo” quello di “Comunismo”, oltretutto nella spregiativa accezione Berlusconiana, secondo cui i comunisti sono tutti coglioni, senza contare che dentro il PDL sono confluiti numerosi ex-socialisti dell’area Craxiana… non credo si possa andare da nessuna parte. Fra la gente comune, ho conosciuto uomini di estrema destra che nel discutere di politica sembrano invece meglio collocarsi a sinistra o uomini che si etichettano di sinistra, compiacersi delle peggiori riforme destrorse del precedente governo Monti. Forse è il caso di ripiegare le bandiere, abbandonare la logica della personalizzazione della politica, smettendo di inseguire le lodi dei propri leader carismatici, maturare un maggior senso critico e capire cosa veramente vogliamo dalla politica. Quando finalmente abbiamo tutti fatto pace col cervello, se ci fa piacere, ci possiamo anche appiccicarci un’etichetta sopra. Ognuno si dia le risposte da se, purché non smetta mai di porsi dei dubbi.

    Ho il dubbio che anche chi trascura le disuguaglianze fra gli uomini, magari perché oggi si trova in condizioni più favorevoli, in futuro possa trarne sempre vantaggio.

    Alessandro Mura

    Un lettore de “Il Moralista”

    Categorie: Politica

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