L’emergenza democratica che il nostro Paese sta vivendo porta il volto di Giorgio Napolitano. La rielezione del primo presidente di scuola comunista al Quirinale rappresenta una ferita da rimarginare nei prossimi decenni. L’architettura costituzionale immaginata dai padri costituenti è stata di fatto sfregiata, trasformando surrettiziamente la nostra Repubblica da parlamentare a presidenziale. Napolitano ha allargato a dismisura il suo ambito di competenza grazie al sostegno complice di buona parte dell’informazione italiana che continua a suonare la lira mentre il Paese brucia. Nessun presidente della Repubblica era stato mai rieletto alla scadenza del mandato ricevuto, anche perché, come ebbe modo di ammettere lo stesso Napolitano quando era ancora intento a giurare che mai avrebbe accettato un secondo incarico, “tale evenienza sarebbe contraria allo spirito della Carta”. Quindi oggi l’Italia esprime un presidente della Repubblica in carica che, per sua stessa e libera ammissione, si pone su un piano di chiara ostilità rispetto alla volontà dei padri costituenti. Una situazione, insieme grottesca e gravissima, degna di un Paese in via di sviluppo. Durante il suo primo settennato Napolitano aveva già gravemente picconato le fondamenta della nostra democrazia invadendo spesso ambiti e competenze altrui. E’ doveroso ricordare i casi più inquietanti come l’irrituale decisione di visionare gli atti avanzata nei confronti della procura di Salerno che indagava sui colleghi di Catanzaro in virtù del caso Why Not e la devastante richiesta di adire la Corte Costituzionale al fine di imporre d’imperio la cancellazione di alcune conversazioni telefoniche intercorse tra il presidente stesso e Nicola Mancino, imputato nel processo sulla trattativa stato-mafia che costò la vita la giudice Paolo Borsellino (questa l’ipotesi investiga). Con Napolitano sul Colle è saltata la divisione dei poteri, ora tutti concentrati nella mani di un uomo presentato ai sudditi italiani nelle vesti sacrificate e coscienziose di un premuroso e anziano “piccolo padre”. Mai nella storia d’Italia l’elezione di un presidente della Repubblica aveva destato tanto sdegno popolare. Migliaia di persone hanno infatti manifestato per dimostrare contrarietà nei confronti di una scelta che contiene i germi di una dittatura strisciante. La folla che urla “Ro-do-tà, Ro-do-tà”, non ce ne voglia il professore, non esprime un fulmineo innamoramento per un vecchio intellettuale improvvisamente assurto al ruolo di attempata rock star ma, più realisticamente, condensa ed esorcizza il terrore che pervade la parte più sensibile dell’elettorato italiano di fronte alla dilaniante ipotesi di dover assistere impotente alla conferma di un presidente come Giorgio Napolitano. L’ostilità degli italiani  riversata su un politico molto ricettivo nei confronti delle sollecitazioni provenienti dalle principali cancellerie internazionali ma, di contro, sordo verso la crescente sofferenza somministrata sadicamente verso quello stesso popolo che in teoria dovrebbe rappresentare, è più che giustificata. Grillo rinfaccia a Napolitano di avere in passato presentato richieste di rimborsi aerei per un totale di ottocento euro a dispetto di una spesa reale di molto inferiore. Si tratta certamente di comportamenti  poco gratificanti che accumunano gran parte dell’attuale ceto politico nostrano. Ma, caro Grillo, non saranno certo queste piccole furberie a minare le fondamenta della nostra civiltà, già violentata e vilipesa dall’instaurazione di prassi e consuetudini sconosciute all’Italia democratica, repubblicana e antifascista. Era dai tempi di Mussolini, per parlare di cose serie, che non si vedevano tante donne e tanti uomini penalmente perseguiti per avere osato esprimere pacifico dissenso nei confronti delle scelte surreali di un presidente della Repubblica che, da Monti a Letta, fa e disfa i governi sorvolando la volontà popolare. Si moltiplicano infatti i processi a carico di inermi cittadini accusati di “vilipendio al Presidente”, retaggio fascista tornato non a caso improvvisamente di moda.

    Francesco Maria Toscano

    3/06/2013

     

     

     

     

     

     

     

     

     

     

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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