Mentre la cronaca politica propone le solite idiozie spacciate per risultati epocali (vedi Letta che esulta perché Barroso ha detto che “permetterà caso per caso deviazioni temporanee dal percorso di deficit strutturale”. Sempre che naturalmente le nostre finanze risultino virtuose, prematurate e con scappellamento a destra), ritengo opportuno approfondire l’analisi iniziata ieri destinata a  misurare lo stato di salute della nostra democrazia rappresentativa (clicca per leggere). Ci eravamo lasciati sulle note del politologo americano Robert Dahl che, consapevole dei rischi neo-oligarchici che le società complesse necessariamente incubano, prefigurava l’avvento di una nuova poliarchia destinata a colmare il deficit di conoscenza che intercorre tra il demo e le élites politiche. A tal fine Dahl ipotizza l’avvento di una nuova istituzione,  il minipopulus: “Un campione di cittadini, un migliaio, rappresentativo dell’universo, come nei sondaggi, costituirebbe un organo consultivo che definirebbe, in un periodo dato, le questioni da affrontare, le proposte di soluzione, le modalità di attuazione. Gli orientamenti dei minipopulus sarebbero, in tal modo, quelli presumibili dell’elettorato, che rimane, ovviamente, titolare del conferimento del mandato, ma che potrebbe essere orientato da una adeguato lavoro preparatorio circa le scelte che gli verrebbero sottoposte”. L’informatica, nell’ottica di Dahl, dovrebbe favorire questo processo finalizzato a cristallizzare un nuovo modo di produrre pensiero politico. Suggestioni evidentemente raccolte dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che, nel tentativo di rinchiudere per sempre le ideologie nel ripostiglio della storia, evoca spesso le meraviglie della rete, luogo metafisico capace di evocare una intelligenza collettiva capace di affrontare e risolvere i problemi in un’ ottica tecnicamente vincente quanto politicamente neutra (“non esistono soluzioni di destra o sinistra. Esistono provvedimenti giusti o sbagliati”). Nicholas Negroponte, autore del libro Essere digitale, esalta Internet quale nuova oasi di libertà: “Un grande strumento di comunicazione tra uomini liberi, che non può essere controllato dai governi, né utilizzato a fini antidemocratici, grazie alla sua totale decentralizzazione. I politici di professione temono e boicottano la rete perché sanno che la loro mediazione politica sarà sostituita da una democrazia diretta”. Vi ricorda qualcosa? Non mi entusiasma né la proposta di Dahl, finalizzata ad accorciare le distanze tra governanti e governati attraverso la costruzione di questo cuscinetto filosofico battezzato “minipopulus”, né condivido l’euforia di Casaleggio e Negroponte impegnati ad immaginare una società rinnovata grazie all’imporsi di una luminosa (quanto improbabile) agorà telematica pronta a pensionare una democrazia rappresentativa oramai logora e inservibile. Al contrario, ritengo che un nuovo protagonismo politico del demo (termine caro a Dahl) passi necessariamente attraverso la riscoperta di quelle ideologie troppo frettolosamente sepolte per fare spazio ad una tecnocrazia che ha monopolizzato il dibattito politico di fatto parcellizzandolo. Il ritorno dell’ideologia salverà la nostra zoppicante democrazia rappresentativa, non l’allargamento dalle élite al popolo delle ossessioni burocratiche dominanti. Ma questo è un aspetto che, magari, approfondirò in maniera specifica nell’articolo di domani. Adesso tengo ad aggiungere che, pur non condividendo la proposta di chi crede che la democrazia diretta e cibernetica rappresenti l’unica soluzione per uscire dall’impasse, riconosco che questo tipo di approccio è figlio di un processo cognitivo articolato in buona fede.  Lo stesso non può darsi con riferimento ad alcuni politologi elitari ed antistorici come Giovanni Sartori, accanito sostenitore di un modello schiavista e feudale che dovrebbe limitarsi a prendere atto di alcune dinamiche fattuali che il nostro pensatore da strapazzo così sintetizza: “L’elettorato è  naturalmente ignorante. Le migliori indagini americane stabiliscono che mediamente solo il 15% degli elettori è informato sui temi politici circa i quali dovrebbe esprimere il voto”. Questo tipo di approccio concettuale, meritevole di numerose pernacchie, induce quindi Sartori a non vivere con preoccupazione il crescente calo della partecipazione al voto. “Tanto”, direbbe lo scienziato che scrive sul Corriere, “non capiscono neppure quello che fanno”.  Non solo la questione è posta male (i cittadini non devono possedere una conoscenza enciclopedica che permetta loro di esprimersi sempre e comunque sull’intero scibile umano. Debbono maturare una coscienza politica che li porti ad abbracciare convintamente l’indirizzo politico di partiti ideologici, aperti, inclusivi e contendibili, che esprimono ontologicamente una visione chiara dello Stato, dell’uomo, della società e del mondo), ma Sartori probabilmente ignora che, quand’anche la sua lettura fosse fondata, egli stesso andrebbe opportunamente inserito in quel 85% di elettorato insipiente che temerariamente disprezza. Da anni Sartori verga editoriali sostenendo che il vero macigno che zavorra l’economia italiana è rappresentato dall’eccesso di debito pubblico. Una affermazione priva di qualsivoglia riscontro scientifico ripetuta  a cantilena da molti uomini (circa l’85% più Sartori) incapaci di elaborare un pensiero autonomo e critico. Una suggestione dal sapore medievale che, veicolata da quella malsana videocrazia che Sartori a parole disprezza, tiene in ostaggio un intero Continente. Neppure le recenti e fondate critiche che hanno seppellito tra risa di scherno il lavoro “para-scientifico” di Rogoff e Reinhart, inutilmente volto a dimostrare la correlazione tra alto debito pubblico e rallentamento della crescita, hanno acceso una lampadina nella testa pensosa dell’oligarchico Sartori. Peccato. Però, in conclusione, anche se è chiaro che il politologo fiorentino veicola superstizioni e false credenze come una Wanna Marchi in versione accademica, non credo che privandolo del diritto di voto miglioreremmo di molto la qualità complessiva della nostra democrazia. Parafrasando Rawls , che predicava tolleranza per gli intolleranti, chiudo proponendo diffusa comprensione per gli insipienti (per giunta arroganti) che si credono sapienti.

    Francesco Maria Toscano

    3/07/2013

    Categorie: Editoriale

    3 Commenti

    1. ampul scrive:

      E beh, non c’è che dire… Sempre perfetto!
      Moralista, se volessimo approfondire il tema, basterebbe concentrarsi sul fatto che, per esempio, la tua penna (tastiera…) scrive sul suo blog, mentre “politologi” stellati e rinomati scrivono sul principale giornale italiano diffondendo urbi et orbi (l’85%??) fesserie.

      Salvaci oh signore!

    2. Ivory Holloway scrive:

      che “la ricerca della democrazia perfetta da parte delle grandi menti della storia si è rivelata la ricerca di una chimera, di un’autocontraddizione logica”, e che “la devastante scoperta di Arrow è per la politica ciò che il teorema di Gödel è per la matematica”.

    3. gold price scrive:

      che “la ricerca della democrazia perfetta da parte delle grandi menti della storia si è rivelata la ricerca di una chimera, di un’autocontraddizione logica”, e che “la devastante scoperta di Arrow è per la politica ciò che il teorema di Gödel è per la matematica”.

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    2 Comment1

    SOLO TATTICA

    Scritto il 15 - mar - 2011

    0 Commenti

    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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