Amici miei, oggi voglio parlare di un argomento “filosofico”, preliminare e propedeutico rispetto a qualsiasi ragionamento successivo. Tutto ruota intorno alla seguente domanda: saranno gli economisti a tirarci fuori dalla crisi economica? La risposta è no. “L’economia è una cosa troppo seria per lasciarla fare agli economisti”, scherzava, ma non troppo, quel buffo personaggio uscito dal genio di Antonio Albanese (clicca per guardare) . Solo la politica (non aggiungo quella con la P maiuscola per non sembrare de Magistris…) può tirarci fuori dalle secche nelle quali ci troviamo. Certo, a condizione che il popolo, riscopertosi sovrano, trovi la voglia e il coraggio di farsi rappresentare da Uomini in senso “sciasciano” anziché da un manipolo di ominicchi pronti a strumentalizzare il potere pubblico per riscuotere crediti privati una volta finito il mandato (chissà come mai molti ex governanti dei Paesi più disparati finiscono quasi sempre la carriera ricoperti d’oro dalle solite banche d’affari, agenzie di rating e multinazionali varie…). Studiare l’economia è importante, per carità. Conoscere lo sviluppo del pensiero economico del novecento è utilissimo, a patto però di non correre il rischio di innamorarsi del dettaglio iper-tecnicistico finendo così con il perdere il quadro di insieme. Questo tipo di forma mentis, so che molti di loro mi perdoneranno, è tipica degli accademici. Anche i migliori e  i più brillanti subiscono spesso la tentazione di imboccare la via della speculazione dialettica, del cavillo interpretativo, dell’analisi dubitativa, del modello prevalente a condizione costante, dell’equilibrio recalcitrante e del paradigma empiricamente probante. Buono per magnificare le “masturbazioni cerebrali” (copyright Pierangelo Bertoli) di chi, per mestiere, è pagato per complicare soluzioni apparentemente semplici, questo tipo di approccio produce però spesso scarsi risultati pratici e abbondante frustrazione. Per cui l’uomo politico in senso aristotelico che intende servire l’interesse generale non è chiamato a passare la sua vita a districarsi tra il ciclo di Frenkel, la curva di Laffer, l’equilibrio di Walras e  il monetarismo di Friedman. E’ sufficiente maturare una visione democratica e progressista che contempli l’affermazione di uno Stato finalmente posto al servizio della dignità dell’uomo per fregiarsi della qualifica di degno rappresentante del popolo. Una classe dirigente intellettualmente onesta, anche se sprovvista di laurea vera come Oscar Giannino, rifiuterebbe sempre per principio di giudicare validi alcuni provvedimenti di legge che invertono l’ordine naturale delle cose: nessuna vita umana può mai infatti essere schiacciata per assecondare fallaci verità contabili ma, semmai, gli eventuali artifizi numerici devono sempre assumere una posizione servente rispetto al benessere collettivo dei cittadini in carne ed ossa. Basta raggiungere questa consapevolezza minima, di natura filosofica, antropologica e spirituale, per fare impallidire tigri di carta come lo spread, il debito pubblico o la fiducia dei mercati. Chi poi possiede anche gli strumenti culturali adeguati, potrà rivendicare il vantaggio di saper spiegare razionalmente ciò che aveva già compreso a livello intuitivo. Per cui, morale della favola, vi invito a studiare i modelli economici migliori e astrattamente più efficaci per perseguire la costruzione di una società equa, armoniosa e giusta; senza mai dimenticare però che la tecnica è utile quando si pone su un piano neutro al servizio di un’idea. Il percorso opposto, al contrario, quello che cioè pretende di imporre soluzioni aberranti e necessitate (“non c’è alternativa ai tagli”) sulla base di opinabili teorie pseudoscientifiche che divinizzano una malsana idea di “soluzione ottimale”, è foriero di lutti e tragedie. I nostri orizzonti devono rimanere perciò vastissimi, luminosi e alati, e le nostre prospettive non dovranno mai rinchiudersi all’interno dello spazio angusto che la discussione arida e burocratizzata vorrebbe imporci. In tal caso potremmo sfortunatamente fare la fine di quel capitano nazista, raccontato nel film La vita è bella di Benigni, che, incurante delle tragedie che gli si consumavano intorno, si dimostrava ossessionato esclusivamente dall’oscuro indovinello riguardante il famigerato anatroccolo (clicca per guardare).

    Francesco Maria Toscano

    11/07/2011

    Categorie: Editoriale

    8 Commenti

    1. Alessandra scrive:

      ..bello..

    2. Nkant scrive:

      Se fossero meno servì del potere e più onesti con se stessi, potrebbero anche farla La giusta Economia!!!!! Ad onor del vero, qualche Mosca bianca c’è’ ancora!!!

    3. Alessandra scrive:

      ..hai messo in parole quello che e’ il mio pensiero..anche nei vari gruppi dove si discute ad esempio, della MMT, spesso si sta a cercare il pelo nell’uovo..piuttosto che abbracciare questa teoria, che, al momento, magari pur non essendo la migliore in assoluto, sarebbe quella che ci permetterebbe di salvarci la vita..cosi’ si perde tempo a discutere di tecnicismi, di cui poi, credo nessuno sia sicuro al 100% ..

    4. Marco Giannini scrive:

      Il punto è che un economista dovrebbe esser così bravo nel fare “l’economia” che dovrebbe finalizzarla al bene dei cittadini. Quindi siccome non lo fanno,non lo hanno mai fatto e non lo faranno, o non sono bravi economisti o significa che se sei del loro giro rispondi alle regole del tuo branco….altrimenti non si spiega perchè in Italia tutti gli economisti fanno il bene delle banche e non quello dell’italiota.

    5. Marco Giannini scrive:

      La troika ha imposto un sistema da cui uscire è più difficile che da scientology. “La tristezza rende i popoli schiavi”: una volta credevo fosse un discorso psicofisico, inerente la depressione che comporta poi che non reagisci, ma adesso so cosa intendeva chi l’ha detto.E’ una trappola esoterica soffocante. Un interocontinente triste è condannato alla fine ma come nel Tao appare lampante, arriva il momento in cui tutto si ribalta. Dobbiamo lasciare scorrere che non significa arrendersi, ma anzi significa “coltivare una battaglia”.

    6. Alessandra scrive:

      Noam Chomsky 8 Lug
      There is nothing inevitable in history

    7. pierluigi scrive:

      Bellissimo articolo. L’economia al servizio dell’uomo, dell’umanità. Praticamente una rivoluzione copernicana

    Commenta


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