Sto leggendo un ottimo libro scritto da Luciano Pellicani, “La genesi del capitalismo e le origini della modernità”, che consiglio vivamente a tutti i miei lettori. Un testo indispensabile che ripercorre le tappe dell’evoluzione storica, economica e politica del mondo con mirabile arguzia e precisione. Perché soltanto in Occidente si è consolidata una democrazia liberale fondata sul rispetto dei diritti di proprietà mentre l’Oriente ancora oggi stenta a trovare la via della democrazia e dello sviluppo? Pellicani analizza, confutandole con solidi argomenti, le tesi di Weber e Marx. Ricordando al primo, autore di un testo indispensabile quale L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, come il libero mercato si impose in Europa nonostante, e non grazie, al dilagare di un moralismo fanatico che viaggiava sulle ali del pensiero tanto di Lutero quanto di Calvino; nonché spiegando al secondo, inoltre, quanto possa risultare fuorviante interpretare il ruolo dello Stato nell’accezione limitante e storicamente falsa, tipica della cultura marxista, che tende a dipingerlo alla stregua di mero esecutore degli interessi della classe dominante. In Oriente, in Turchia come in Cina, ricorda Pellicani, la classe privilegiata era costantemente dipendente dalla esclusiva e insindacabile volontà del sultano o dell’imperatore. Nessun potere di intermediazione esisteva tra il capriccio di chi esercitava un comando illimitato e insindacabile e la massa dei sudditi. Anche le cosiddette classi alte, in particolare burocrati alle dirette dipendenze della corte del padrone, non potevano vantare alcun diritto che esulasse dal privilegio concesso generosamente dal despota di turno. Lo Stato non era quindi espressione degli interessi della classe dominante ma, al contrario, assumeva i connotati di una Megamacchina pensata e continuamente oliata perseguendo come unico obiettivo quello di garantire l’assoluta supremazia del Capo, pronto perciò a sradicare sul nascere qualsiasi contropotere potesse in prospettiva fargli ombra. L’esatto contrario di ciò che avvenne in Occidente dove, a partire dall’Alto Medioevo, andò lentamente consolidandosi un modello fortemente decentralizzato, frammentato e in buona sostanza anarchico. Il feudalesimo, questa la lettura di Pellicani, conteneva già di per sé quelle caratteristiche che nel tempo avrebbero consentito, come effettivamente in seguito avvenne, lo sviluppo auto-propulsivo del capitalismo e delle moderne civiltà liberali fondate sul rispetto di quei diritti di proprietà pervicacemente negati nella lontana Asia. In buona sostanza, sintetizzando all’estremo l’analisi di Pellicani, è possibile affermare che fu la spietata tirannide ad impedire in Oriente i processi di sviluppo economico. Al contrario  l’Occidente, apparentemente vittima di un vuoto di potere, si incamminò sulla strada del progresso proprio sulla scia di un salutare caos creatore. Cosmos, fortunatamente, si impose su Taxis. Le chiavi di lettura che offre Pellicani, oltre che preziose per allargare gli orizzonti culturali, sono utilissime anche per capire la nostra realtà contemporanea. In molti infatti, temo sbagliando, ritengono che la catastrofe politica e umanitaria (penso alla Grecia) che ai nostri giorni divampa in Europa sia frutto della semplice inadeguatezza di alcune politiche economiche di stampo neoliberista. Trovo questa sintesi assolutamente insoddisfacente.  Alla base del nuovo dramma europeo, che avvelena adesso le vite di milioni di cittadini, c’è il malcelato ritorno in auge di un dispotismo di derivazione bizantina. Una tirannide illiberale, nemica dell’opulenza e della libertà, desiderosa di riportare i cittadini allo status antico e perverso di sudditi. E per ottenere questo risultato, che è sommamente politico, questa nuova corte di eunuchi orbitante a Bruxelles strumentalizza con sulfurea sapienza la macroeconomia. Fateci caso. In Italia, di pari passo con l’impoverimento diffuso della società, chiamata al sacrificio per la gloria di uno Stato divenuto simile alla Megamacchina orientale raccontata da Pellicani, si fanno lentamente strada i germi tipici dell’ assolutismo illiberale. Non si può far cadere Monti perché non c’è alternativa; non si può mettere in discussione Letta perché sarebbe pericoloso e non si può discutere l’autorità di Napolitano perché altrimenti il dio-spread ci punirebbe. Suggestioni di questo tipo avrebbero potuto facilmente trovare il consenso acritico di un servo cinese nato all’epoca della dinastia dei Ming. Più difficile è, in verità, comprendere come l’arroganza di questo moderno sultanato non abbia ancora trovato nell’Occidente libero nessuna forma di risoluta Resistenza. Un mistero doloroso che vale la pena di continuare ad indagare.

    Francesco Maria Toscano

    6/09/2013

    Categorie: Cultura

    7 Commenti

    1. Diego scrive:

      Non mi è ben chiara la differenza tra l’assolutismo orientale e quello occidentale; per quel che so, anche i nobili e feudatari europei “non potevano vantare alcun diritto che esulasse dal privilegio concesso generosamente dal despota di turno” (penso ai re inglesi e francesi, e all’imperatore, parimenti la loro funzione era analoga alla supremazia assoluta del Capo che rappresentava lo stato;

      le differenze le riscontro altrove, penso ad eccezioni ed esperimenti (in epoche diverse) come le repubbliche marinare, la longeva Serenissima, la conquista di autonomia da parte delle provincie olandesi; per sradicare l’assolutismo, però, ci sono volute la gloriosa rivoluzione in inghilterra e la rivoluzione francese in Francia.

      un saluto, scusa per l’approssimazione ma scrivo di fretta

    2. Petronius scrive:

      Ma il mistero doloroso si risolve.
      Non credi (credete) che bisogna cominciare a formare un fronte comune fra il ceto medio e i lavoratori che si trovano per la prima volta ad avere un nemico in comune rischiando lo stesso destino di disfatta definitiva?

      Sono due categorie che sono state sempre contrapposte facendo il gioco di “altri” più potenti e più organizzati; perché?
      Perché per motivi che non approfondisco l’unica mentalità vigente per tutti era quella della creazione e mantenimento della rendita di posizione.
      Non solo il ceto medio abbiente dei commercianti e professionisti ma anche gli operai che hanno visto crescere il loro benessere a spese delle classi lavoratrici dei paesi poveri. Cioè che hanno garantito la pace sociale necessaria proprio a quel capitalismo “nocivo” che così ha avuto modo in seguito di stringere il cappio anche attorno al loro collo.

      Per ottenere la loro rendita di posizione sia il ceto medio che i lavoratori si sono consegnati a quelli che chiami “despoti”.
      Il mistero doloroso è come mai non si ha il coraggio di affrontare il problema proponendo un fronte comune dei “nuovi sfruttati” fondato sul principio della necessità per tutti di una consistente mobilità sociale, unico autentico collante della società e di fronte al quale, in sede di dibattito, sarebbe molto difficile opporre un qalsiasi ragionamento.

      Ma lo si vuole fare? Perché presenta dei costi e purtroppo le mentalità sono dre a morire.

    3. davide scrive:

      ormai al popolo hanno fatto il lavaggio del cervello con la storiella del debito pubblico, complice anche una vampirizzazione fiscale( God docet) ed anche il fatto che vi è diffusa la convinzione che protestare non serve visto che, nonostante tutte le manifestazioni, in grecia non è cambiato nulla e lo stesso dicasi per spagna, portogallo ed Irlanda

    4. alessandro scrive:

      Un altro articolo eccellente. Concordo sul fatto che il neoliberismo, in questa fase storica, non è altro che lo strumento più utile per consolidare la classe dominante e per comprimere il ruolo dello Stato, ridotto a mero esecutore degli interessi della stessa oligarchia. Lo Stato è una sorta di sovrastruttura ingombrante che deve essere svuotata dei poteri di rappresentanza della sovranità popolare, ma in luogo del caos e del decentramento generato dal feudalesimo oggi le singoli nazioni conferiscono sempre maggiori quote di sovranità ad organismi sovra-nazionali (es: UE, WTO, MES, ecc.) funzionali ai poteri economici globalizzati. La classe dirigente delle Istituzioni sovranazionali e nazionali per garantirsi una lunga e proficua carriera, prebende e incarichi di prestigio, si deve accreditare negli ambienti che rispondono a questo fine, in tal modo anche loro potranno far parte di quella oligarchia e non soccombere assieme alle masse inerti di sfortunati. L’ordinamento giuridico comunitario e delle singole nazioni è tarato per perseguire questo fine, che sostanzialmente si concretizza nel concentrare il potere nelle mani di pochi ed il potere, come sempre nella storia, lo ha chi possiede denaro. Mi sfugge come, nelle analisi del Moralista e di Grande Oriente democratico, il potere della massoneria reazionaria possa architettare un disegno d’involuzione simile, appannaggio dei grandi gruppi industriali e finanziari multinazionali. Mi chiedo se la massoneria reazionaria possa essere più forte del potere economico globalizzato. L’unica spiegazione che riesco a darmi è che gran parte dei magnati del mondo sono massoni e comunque nella classe dirigente ben oleata di prebende pullulano reazionari in grembiulino. Senza un vantaggio economico o una posizione di potere in questa nuova oligarchia, perché un Massone dovrebbe partecipare a questo orrendo disegno? Non c’è il pericolo che gran parte dei massoni reazionari al servizio di questo progetto restino fuori “dall’aristocrazia” che va formandosi e rimanga vittima della destrutturazione economica a cui loro stessi hanno contribuito? Non so se sono domande da profano ignorante delle logiche di potere, spero di trovare delle risposte nel libro di “prossima uscita” del Maestro Magaldi, che abbiamo scoperto essere un perfezionista, vista la lunga attesa per la pubblicazione. Del tutto ignorante sull’argomento Massoneria, non ho affatto ben chiari i contorni di questo disegno della massoneria reazionaria e non posso che attribuire gran parte delle responsabilità al potere economico delle grandi Corporations.

    5. Andrea Ugolini scrive:

      Ciao come stai? Una precisazione sul nome dell’autore ( mio severissimo Professore alla Luiss a sociologia e su quel libro ho anche dovuto fare parte dell’esame)…si chiama Pellicani e non Pellicano…un saluto

      • Andrea Ugolini scrive:

        Ps appena finito questo libro se ti piace così tanto ti consiglio il “suo seguito” scritto da Nunziante Mastrolia con prefazione del Pellicani stesso che lo ha presentato…si chiama “Dalla società aperta alla società chiusa”…è il ritorno al passato che stiamo vivendo oggi…è uscito da poco…un saluto

      • il Moralista scrive:

        Bene grazie, lo stesso spero di te. Sul nome dell’autore è stato solo un errore di battitura. Grazie comunque per la segnalazione.

        Ciao,

        Francesco

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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