Il ministro Alfano ha denunciato il rischio di un imminente ritorno dello stragismo mafioso (clicca per leggere). Un allarme particolarmente inquietante che, per la verità, non mi ha lasciato per nulla stupito (clicca per leggere). L’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino, esperto in trame oscure e depistaggi, non a caso ai suoi tempi spiegava che “le bombe costituiscono il metodo più efficace per stabilizzare al centro il quadro politico”. Un concetto incidentalmente avvalorato mesi fa pure dalle parole rilasciate a beneficio di telecamera dal giornalista Bruno Vespa, il quale, ospite negli studi di Santoro, ricordò pubblicamente il forte stupore che lo colse nell’apprendere dalla viva voce dell’ex capo della polizia Vincenzo Parisi (molto vicino all’ex presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro) la sottile distinzione che separa le bombe che “stabilizzano” da quelle che “destabilizzano(clicca per leggere). E visto che la situazione politica italiana è quanto mai magmatica, preda di fibrillazioni continue non più probabilmente ricomponibili soltanto attraverso i metodi ordinari affinati negli anni delle solite e riservate camere di compensazione che ricoprono l’intero orbe terracqueo, a qualcuno potrebbe presto venire in mente di rispolverare i vecchi metodi sanguinari molto in voga nell’Italia degli anni settanta. Già, ma a chi? Sulla scia dell’ermeneutica proposta, su piani differenti, da Ciancimino e Parisi, la risposta sembrerebbe scontata: un eventuale ritorno della violenza mafiosa, infatti, determinerebbe a cascata un immediato rafforzamento di quelle “larghe intese, da rinsaldare con spirito di responsabilità per respingere con decisione l’attacco proveniente da settori criminali ed eversivi che minano la tenuta stessa delle istituzioni democratiche”. Ma passiamo ora ad analizzare il merito della confidenza affidata dalla buonanima di Vincenzo Parisi ad uno stupefatto Bruno Vespa: perché le bombe del 1992, quelle per intenderci che costarono la vita ai magistrati Falcone e Borsellino, potevano definirsi “stabilizzanti”, mentre quelle scoppiate l’anno successivo in continente tradivano invece, agli occhi dell’esperto capo della polizia di allora, intenti di segno contrario? Un bel enigma, non c’è che dire. Ma forse non serve interrogare nessun oracolo per venirne a capo. Basta ricostruire attentamente gli eventi decisivi che decretarono il traumatico passaggio dalla prima alla seconda Repubblica per ottenere un salutare quadro d’insieme. Come ricorderete la bomba di Capaci scoppiò il 23 maggio del 1992, proprio mentre il Parlamento italiano, riunito in seduta comune, si accingeva ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica. La morte di Falcone produsse un immediato quanto decisivo effetto collaterale sul piano strettamente politico: il candidato favorito per succedere al presidente Francesco Cossiga, sen. Giulio Andreotti, fu costretto a ritirarsi dalla corsa a causa del precipitare degli eventi. Al suo posto, in tutta fretta, risulterà eletto Scalfaro, la cui ascesa farà calare il definitivo sipario sulla vecchia classe dirigente politica, espressione di quel “pentapartito” già violentemente falcidiato dallo scoppio della famigerata inchiesta Mani Pulite, condotta con metodi sbirreschi da uno scatenato Antonio Di Pietro. Il vuoto lasciato dal rapido crollo del morente sistema politico, sublimato dall’incriminazione per mafia di un Andreotti finito tra l’altro nel severo mirino della Commissione Antimafia guidata da LucianViolante (il “piccolo Vishinsky” di Cossiga, ndm), verrà colmato a destra dall’entrata in campo di un miliardario, già craxiano, guadagnatosi qualche merito per avere amplificato attraverso le sue televisioni le imprese dell’ “eroico pool milanese”; mentre a sinistra i vecchi compagni comunisti, trasformatisi in “democratici per l’occasione”, riusciranno a ricostruirsi una verginità al riparo di alcuni tecnocrati giunti al potere  in qualità di garanti dei crescenti appetiti di quei colossi finanziari globali desiderosi di  mettere le mani sui gioielli italiani da acquistare a prezzo di realizzo. Di lì a poco, apparecchiate dal Venerabilissimo Maestro Mario Draghi, avranno inizio le famose privatizzazioni all’italiana, spacciate già all’epoca quale indispensabile rimedio per abbattere la montagna del debito pubblico. Nel frattempo una nuova bomba mafiosa avrà ucciso pure il giudice Paolo Borsellino, vittima di una scellerata trattativa tra lo Stato e la mafia secondo una ipotesi investigativa, suffragata da molteplici riscontri, sostenuta con forza dalla procura di Palermo. Al tempo della strage di via D’Amelio Nicola Mancino (oggi imputato a Palermo nell’ambito del processo sulla trattativa), recente protagonista di alcune discusse telefonate intercorse con il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, poi distrutte per ordine della Consulta, ricopriva l’incarico di ministro dell’Interno. Perché Borsellino fu convocato nelle stanze del ministero dell’Interno, dove incontrò Contrada e Parisi, pochi giorni prima che si consumasse il suo attentato (1 luglio del 1992)? Perché il relativo processo sull’eccidio di via D’Amelio venne costruito intorno ad una figura improbabile come quella di Vincenzo Scarantino? Perché non fu mai perquisito il covo di Riina? E’ possibile, come sostiene il pentito Nino Giuffrè, che le carte conservate nel covo del capo dei corleonesi siano poi finite nella disponibilità del boss trapanese Matteo Messina Denaro (clicca per leggere)? C’è un nesso che collega tale circostanza con la decennale irreperibilità dell’ultimo grande boss di Cosa Nostra ancora a piede libero? Tutti interrogativi drammaticamente sospesi nonostante sia trascorso circa un ventennio. Ma ancora non abbiamo provato a rispondere al quesito principale: perché, secondo Parisi, le bombe del 1993 puntavano a destabilizzare il nuovo sistema di potere evidentemente forgiatosi col sangue di Falcone e Borsellino? Il consulente informatico Gioacchino Genchi, protagonista delle indagini sulle stragi, dichiarò pubblicamente qualche anno fa che le bombe scoppiate a Roma nel 1993 nelle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro contenevano in realtà due messaggi occulti riguardanti i presidenti delle Camere di allora: Giovanni Spadolini e Giorgio Napolitano. Interrogato recentemente in qualità di testimone nel corso del processo “Borsellino quater”, lo stesso Genchi ha rivelato di fronte alla Corte particolari importanti di fatto tacitati dai principali mezzi di informazione. Un resoconto preciso e dettagliato, indispensabile per comprendere il clima che si respirava durante uno dei periodi più bui della storia d’Italia. Dopo avere ascoltato le parole di Genchi, anche le rivelazioni fatte da Parisi a Vespa assumono una dimensione meno “criptica”. Nei prossimi giorni, a beneficio dei lettori de Il Moralista, provvederò a riprendere e commentare i passaggi più importanti della testimonianza resa dall’ex vicequestore di Palermo. Un altro tassello nella direzione della scoperta di quella sospirata verità che la coscienza dei giusti ancora insegue e pretende.

    Francesco Maria Toscano

    4/12/2013

    Categorie: Attualità

    8 Commenti

    1. Francesca scrive:

      Scusi l’ingenuità ma non capisco perché l’attentato di Capaci ha convinto Andreotti a ritirarsi dalla corsa al Quirinale.
      Appena morto Falcone Andreotti lascia che venga eletto Scalfaro; lo stesso senatore disse che Capaci aveva la funzione di metterlo fuori gioco e secondo alcuni Riina voleva uccidere Falcone proprio per creare dei problemi a Andreotti.
      Ma non capisco il meccanismo: l’assassinio di Lima indicava Andreotti come possibile mafioso ma la morte di Falcone? Era un modo di farlo apparire possibile complice o era addirittura un segnale per intimidirlo?
      Abbia pazienza, se mi vuole spiegare la ringrazio molto.

      • il Moralista scrive:

        Cara Francesca,

        chi ha immaginato la strage di Capaci ha scelto una tempistica utile per mettere fuori gioco Andreotti. Tieni conto che in quel tempo, sul finire degli anni ’80, il governo aveva iniziato a combattere seriamente la mafia (pensa solo al caso limite di Contorno…). L’uccisione di Lima è una ritorsione contro i vecchi politici che non garantiscono più gli equilibri (la Cassazione aveva confermato le condanne inflitte nel maxiprocesso). La strategia stragista intendeva punire Andreotti, la cui corrente in Sicilia coltivava rapporti con la vecchia mafia di Bontade sterminata da Riina, oramai divenuto inaffidabile. Quando all’interno di contesti internazionali ben più raffinati decisero di mettere Andreotti politicamente fuori gioco, improvvisamente la mafia alzò il tiro. Chi spara ha di sicuro la coppola. Chi suggerisce quasi mai…

        • Francesca scrive:

          Ma quindi mi stai dicendo che con l’attentato di Capaci Andreotti ha capito che il prossimo sarebbe stato lui se non si fosse ritirato dalla scena? L’uccisione di Falcone era un avvertimento da parte dei signori senza coppola che se non fosse stato recepito il messaggio avrebbero colpito direttamente Andreotti?
          Pensavo, senza riuscire a collegare tutti i punti, che fosse qualcosa di simile all’attentato di Lima dove c’era un’intimidazione ma soprattutto il rinfacciamento di fronte all’opinione pubblica di vecchie complicità che erano state rinnegate; invece, se ho capito bene le tue parole, qui si tratta di una diretta e chiara minaccia di colpire di persona il senatore (a meno che non abbia frainteso).

          • il Moralista scrive:

            No. Andreotti non diventa Presidente della Repubblica non perché si ritira spaventato dalla progressione mafiosa. Ma perché l’eccidio di Capaci cambia radicalmente gli umori del paese e del Parlamento. Nel caos viene azzoppato il favorito (Andreotti) e spunta l’outsider (Scalfaro)

            • Cecilia scrive:

              Ringrazio sia il Moralista per il bell’articolo, sia Francesca per la domanda che, a dir il vero, mi sono fatta anch’io più di una volta. In sostanza, cosa vuol dire “azzoppato”? Forse la risposta completa non si trova scritta a chiare lettere perché comporta il parlare di una (ipotetica, ma possibilissima, e assai umiliante) sottomissione del nostro stato sovrano agli USA ancora nel 1992. Falcone era molto stimato negli Stati Uniti, dove aveva collaborato con l’FBI. D’altra parte Andreotti era il garante storico di fronte agli USA della stabilità politica italiana in senso anticomunista. E’ possibile che la sua carriera, compreso il suo culmine fosse garantita dallo Zio Sam, al quale non importava molto della mafia altrui. L’assassinio di Falcone avrebbe anche potuto essere un vantaggio interno per Andreotti, ma fu soprattutto un enorme sgarbo agli americani. Questo implica che l’elezione del Presidente della Repubblica Italiana avveniva (avviene) passando per il nulla osta di una potenza straniera o di chi per lei? La domanda la giro al Moralista. Sembra però ragionevole (e triste) osservare che, come nel caso del Cavaliere, la fine politica di Andreotti sia stata determinata non da un’opposizione politica, né da umori di popolo, ma dalla perdita del favore di centri di potere completamente estranei all’Italia e ai suoi interessi…

              • il Moralista scrive:

                Cara Cecilia, scusami ma vedo solo ora il tuo commento. Quasi tutti i passaggi decisivi della nostra giovane Repubblica sono stati incoraggiati in sede “straniera”…

                Un caro saluto,

                Francesco

    2. Rodion scrive:

      Ottimo intervento.

      Siamo al secondo tempo della stagione del ’92.

      1 – lo SME allora come l’€uro oggi ci resero aggredibili dal potere inter/sovra-nazionale.

      2 – Il cambio fisso e i collaborazionisti nostrani resero possibile l’attacco al patrimonio pubblico e alla Democrazia

      3 – I veri collaborazionisti, sommi traditori da consegnare alla storia, furono i comunisti. Oggi in questa vergognosa pole position abbiamo sempre i piddini.

      4 – Con la collaborazione della finanza laica (di cui si ricorda almeno il sodalizio Cuccia/Agnelli) i “comunisti” amici di Kissinger, a media spiegati, decapitarono la classe dirigente politica ed ECONOMICA che comunque faceva gli interessi anche del nostro amato Paese.
      Viene piegata la finanza “confessionale” e coloro, come Andreotti, che ne tutelava gli interessi.

      Decine di imprenditori, da Gardini a scendere, vengono suicidati. Scenario simile oggi, ci pensa la Crisi provocata ad libitum a suicidare gli imprenditori, mentre la magistratura “inconsapevole” pulisce le mani dei Banana, dei Ligresti, dei Riva e del management dei gioielli a partecipazione pubblica.

      5 – Tutti ebbero il proprio bottino e la propria ricompensa per il tradimento, tranne i “comunisti”. Il golpe, terminato con il referendum sul maggioritario voluto in primis da Occhetto, non fu sufficiente per quegli sfigati traditori tinti di rosso per andare al potere. Arrivò il Banana a suon di TV spiegate a scompaginare le carte. Un Banana che, a differenza di quanto si crede a causa della legge Mammì, era molto più vicino alla corrente andreottiana che ad un Craxi che fu capro espiatorio con annessa litania neoliberista (e Grillina già allora) castadebitopubblicocorruzionebrutto. (Non è un caso che il Bossi di allora trava precursore un Grillo a Fantastico nell’87).

      La Lega di allora ebbe lo stesso ruolo del M5S di oggi: gente onesta ma livorosa usata come convinto grimaldello contro la Politica (sicuramente delegittimata) ma comunque espressione democratica.

      Sospesa la Democrazia in Italia si può procedere all’anschluss (dell’Italia compresa): viene firmato Maastricht. L’ordoliberismo mondialista viene reso de facto sovrapposto sovversivamente alle Costituzioni keynesiane e socialdemocratiche.

      Esplodono i flussi migratori e ci si prepara per Schengen.

      Iniziano le politiche depressive (dette di “convergenza”) per entrare nel cappio dell’€uro e cinsesizzare e asservire gli italiani.

      L’eugenetica è attualmente allo stadio finale.

      Quindi? Che siano bombe intimidatorie o bombe economiche sempre morti fanno.

      Chi subisce la lotta di potere sono sempre e solo i cittadini sovrani solo del loro dolore.

    3. giovanni scrive:

      “un eventuale ritorno della violenza mafiosa, infatti, determinerebbe a cascata un immediato rafforzamento di quelle “larghe intese,”
      Allora non c’è pericolo: finchè l’opposizione alle larghe intese sarà rappresentata dai ragli di Grillo, i mafiosi faranno in tempo a morire di vecchiaia prima di far scoppiare anche solo un mortaretto…

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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