Dopo i riconoscimenti alla 26^ edizione degli European Film Awards, in cui “La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino ha ottenuto i premi per: il Miglior film, Miglior attore a Toni Servillo, Miglior regista e Miglior montaggio a Cristiano Travaglioli, con la nomination ai Golden Globe, ovvero la candidatura nella cinquina finalista dei migliori film in lingua straniera, continua la corsa del film italiano verso la serata degli Oscar del 12 gennaio a Los Angeles. Un’indicazione, quella della stampa estera di Hollywood, considerata un buon viatico per la conquista della statuetta più ambita nell’universo della settima arte.

    La pellicola di Paolo Sorrentino è come una luce potente che squarcia l’oscurità e la mediocrità della produzione filmica italiana. Non sono un critico cinematografico, però, secondo me, si tratta di un capolavoro. Il motivo è presto detto: questo film, senza mai citare o chiamare direttamente in causa la politica, è probabilmente uno dei film più politici degli ultimi anni. Attraverso lo sguardo del protagonista: Jep Gambardella, interpretato da un superlativo Toni Servillo, va in scena l’Italia del “secondo ventennio”, quella del declino, quella “paparazzata” da Umberto Pizzi per la rubrica “Cafonal” del sito “Dagospia”, quella delle veline alla televisione, quella delle feste eleganti del Presidente.

    Ecco come nella sceneggiatura viene descritta con ricchezza di particolari questa variopinta e raccapricciante umanità: “Una sequela impressionante, insistita, ossessiva e orrifica di primi piani, di corpi, di dettagli sudati di un campionario umano vastissimo. Giovani o di mezz’età; ributtanti, trasparenti o affascinanti; decolletés spropositati e irreali, abbronzature violente, sessantenni travestiti da giovanotti, labbra rigonfie, uomini dai visi laccati, eleganti o volgari, stravaganti o mezzi nudi, tutti sudati, invitati e imbucati, ballano il Maracaibo. In preda a una felicità che mette paura. Una vertigine. Facce da ambasciatori, da spacciatori, casalinghe, intellettuali, funzionari ministeriali, vallette, nobili decaduti, borgatari, tripudi trasversali di tatuaggi, piercing nei luoghi più impensabili, pizzi francesi e minigonne da mercatino, rossetti osceni, jeans stracciati, donne in lungo e bermuda all’ultimo grido. Sandali, tacchi altissimi e piedi scalzi. Diamanti e bigiotteria. Orge di cocktail superalcolici e flutes di champagne”.

    Si utilizza spesso la parola “visionario” per descrivere l’opera del regista e scrittore Sorrentino, invece, al di là delle evidenti influenze oniriche felliniane, bisognerebbe usare il termine “neorealista”. E diciamolo: Sorrentino descrive l’Italia berlusconiana. Alla faccia della crisi, c’è ancora chi vive alla grande, magari al di sopra delle proprie possibilità, scioccamente allegro. Un’allegria effimera, stupida, che nasconde tanta solitudine. Il salotto, la festa, diventano punti d’aggregazione di tante solitudini, fragilità, disagi. Jep Gambardella, sessantacinquenne giornalista affermato ma scrittore in crisi d’ispirazione nonostante un ottimo esordio letterario giovanile, lo sa bene. Il suo blocco è dovuto all’impossibilità di trovare la grande bellezza. D’altronde, si chiede il protagonista citando Flaubert, come si fa a scrivere sul niente?

    Di fronte al suo fallimento Jep sembra quasi cercare una via di fuga, una sorta di redenzione. Fare i conti con il proprio passato è un passo difficile e doloroso ma necessario. Dunque scorrono i ricordi nella mente di un Jep sempre più disilluso: “Quando sono arrivato a Roma, a ventisei anni, sono precipitato abbastanza presto, quasi senza rendermene conto, in quello che si potrebbe definire il vortice della mondanità. Ma io non volevo essere, semplicemente, un mondano. Volevo diventare il re dei mondani. E ci sono riuscito. Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire”. Nella società dell’immagine Jep ha conquistato il podio e possiede una “maschera” buona per tutte le occasioni. Ogni mossa è studiata, calcolata, prevista. Persino un funerale può diventare l’occasione per andare in scena, di più “il funerale è l’appuntamento mondano par exellence” afferma cinicamente il nostro protagonista.

    Prima ho parlato di film politico ma attenzione con questo non voglio dire di parte. Infatti Sorrentino, attacca anche l’intellettualismo radical-chic, quell’atteggiamento snobistico e moralista di chi, come direbbe Fabrizio De Andrè: “dà buoni consigli perché non può più dare il cattivo esempio”. Non viene risparmiata neppure la Chiesa, con un cardinale anch’esso a suo agio nella mondanità romana. E badate bene non si tratta del solito banale e facile attacco anticattolico visto che all’indomani dell’elezione al soglio pontificio una delle prime denunce di Papa Francesco è stata proprio contro il carrierismo e la vanità di certi sacerdoti.     

    Ma allora cos’è la Grande Bellezza per Jep-Sorrentino? La Grande Bellezza è assaporare il mistero di una Roma ferma e assolata, monumentale e bellissima. La Grande Bellezza è la natura, uno spettacolare tramonto, una musica sacra di John Tavener, la Fontana del Moro di una piazza Navona vuota e addormentata, la regale solitudine della fontana di Trevi. E ancora l’ineguagliabile bellezza di San Pietro, la bellezza totale delle terme di Caracalla illuminate a giorno e poi quella degli antichi palazzi con colonnati, maestose sculture, arazzi, troni, lampadari, inarrivabili dipinti, labirinti di siepi, …Roma ricoperta di neve.

    Sorrentino sembra suggerire di puntare sulla bellezza e ricchezza del nostro patrimonio artistico, storico, culturale e paesaggistico. “Ci può essere bellezza dappertutto. E quando meno ce lo aspettiamo” o per dirla con Henri Matisse: “Per chi vuole vederli ci sono fiori dappertutto”. Per Jap, più semplicemente, la grande bellezza è la gioventù perduta con il suo carico di ricordi, affetti, domande senza risposte. Forse è troppo tardi per la sua redenzione però il nuovo romanzo può finalmente avere inizio: “Finisce sempre così. Con la morte. Prima però, c’è stata la vita. Nascosta sotto il bla bla bla. E’ tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti, incostanti, sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla”.

    Emanuele Bellato

     

    Categorie: Cultura

    2 Commenti

    1. Michele Signa scrive:

      …..Tutto sepolto dalla ferocia, carattere distintivo dell’uomo di oggi, spinto a dare il peggio di se per sopravvivere costretto ad essere feroce sopra ogni cosa, dimentico del prima e del poi ma attento disgraziatamente solo all’adesso, per non lasciare alcuna traccia di se, se non un olezzo sgradevole e non dura neanche quello.

    2. Petronius scrive:

      ” la regale solitudine della fontana di Trevi.”

      Prego?
      Sei calabrese, vero?
      Non c’è la Fonatna di Trevi, c’è la Fontana dell’Acqua Paola al Gianicolo.
      Mo’ a Roma ci deve essere per forza una sola fontana…

      Comunque è un bel film, c’è anche quel minimo di partecipazione umana che lo rende a tratti molto bello.
      Ma non arriva al punto; nessuno ha più il coraggio di arrivare al punto perché bisognerebbe riconoscere che non c’è più niente da fare.
      E infatti la “Santa” sale la scala ma non ce la fa ad arrivare al Cristo.
      Si paragona questo film alla Dolce Vita, ma l’ultima scena (appunto quella della mancata ascesa della Santa) è più simile all’ultima di “Il Bidone”, sempre di Fellini.
      L’Oscar lo meriterebbe va detto, ma certo è che questo film è un epitaffio sul mondo intero.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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