Tanti pensatori, politici ed economisti, al pari di un crescente numero di cittadini indignati e spaventati per il protrarsi di una crisi economica che non finirà fino a quando le élite al potere non avranno prosciugato per intero la ricchezza privata circolante, ritengono che l’unica soluzione in grado di arrestare il devastante trend involutivo che da troppo tempo  attanaglia l’Italia e l’Europa possa rinvenirsi nella riscoperta di un nazionalismo di ritorno, non necessariamente aggressivo o fanatico come quello che ha tristemente insanguinato il secolo breve (copyright: Hobsbawm), destinato comunque a riparare per inerzia i guasti provocati da venti anni di retorica euro-delirante. Non mi sfuggono le ragioni, spesso fondate, che alimentano tale ricorrente suggestione, che, in verità, continuo pur-tuttavia a ritenere viziata da una diffusa quanto approssimativa comprensione delle più elementari dinamiche geopolitiche che, non da oggi,  contribuiscono a disegnare gli equilibri di potere globali. Paradossalmente, valutando criticamente la genesi di alcuni movimenti del passato caratterizzati da un esasperato sciovinismo, è impossibile non  notarne le decisive componenti di matrice esogena. Nessuno, specie dopo l’uscita de “Il Golpe Inglese” di Cereghino e Fasanella (clicca per leggere), ignora ad esempio il ruolo esercitato da alcuni ambienti conservatori anglosassoni per favorire inizialmente l’ascesa del fenomeno fascista da vellicare in funzione anticomunista. Lo stesso dicasi per la Germania hitleriana, che, non a caso, esprimeva un ministro dell’economia come il massone Hjalmar Schacht,  uomo cerniera tra il fuhrer e alcuni noti ambienti dell’alta finanza mondiale. Quindi, ad una analisi non superficiale, una evidenza salta agli occhi: anche i regimi nati e cresciuti sull’onda di una propaganda di tipo iper-nazionalistico furono in realtà il risultato di dinamiche politiche che oltrepassavano di gran lunga gli angusti confini nazionali. A meno che qualcuno non pensi per davvero di spingere l’Italia verso lidi nord-coreani, quindi, non è molto arguto credere nei miracoli della riscoperta di una anacronistica autarchia. Questo significa che dobbiamo tenerci l’euro così com’è? Che dobbiamo rimanere schiacciati sotto il tallone di questa perfida Ue fino a data da destinarsi? No, niente affatto. Significa soltanto abbandonare ipotesi semplicistiche per fare i conti con una realtà molto complessa e articolata. L’idea di tornare alla lira ad esempio, per quanto invitante, può essere utile per costringere i nostri partner ad interrogarsi sugli orrori provocati da una moneta unica continuamente in balia dei fantomatici mercati perché dolosamente sprovvista tanto di uno Stato che la emette quanto di Banca centrale che la difende. Ma nessun uomo dotato di medio senno può pensare che basti riappropriarsi del vecchio conio per rivivere d’incanto i ruggenti anni ’60. La cortina di ferro non c’è più, gli accordi di Bretton Woods sono superati e nuove potenze globali si impongono all’orizzonte. Così come non basta farsi crescere i capelli lunghi a 50 anni per tornare adolescenti, allo stesso modo non serve rispolverare la lira per riconquistare un benessere passato figlio di molti e diversi fattori, molti dei quali, evidentemente, perfino indipendenti rispetto alla volontà delle classi dirigenti italiane dell’epoca.  Detto questo, voglio essere ancora più chiaro: io non escludo affatto  il possibile ritorno delle vecchie monete nazionali una volta appurata l’incapacità di questa costruzione europea di tipo nazista di evolvere sulla strada della democrazia, del benessere economico e dei diritti. Dico soltanto che, semmai questo processo dovesse concretizzarsi, non sarà certamente  il risultato della fuga in avanti di qualche Paese in particolare, ma, al contrario, si paleserà come punto di approdo di una nuova dinamica sovranazionale uguale e contraria rispetto a quella che ha caratterizzato gli anni della globalizzazione economica selvaggia con annessa supremazia indiscussa e violenta di un capitalismo finanziario che ancora oggi, pervicacemente, ignora e umilia persino i processi di produzione reale. Spero di essere riuscito a rendere fruibile un ragionamento che si presta a facili fraintendimenti. In conclusione, a supporto delle tesi pocanzi esposte (con quale efficacia sarete voi a dirmelo), vi invito a riflettere su alcuni aspetti di seguito sottolineati.

    1. Il cambio di clima in Europa, dove recentemente un Don Abbondio del calibro di Barroso si è permesso il lusso di bacchettare l’eccessivo surplus commerciale della Germania di Angela Merkel, è il risultato di alcune determinazioni maturate in ambienti statunitensi (clicca per leggere)
    2. Le recenti critiche rivolte dal Financial Times all’indirizzo di papa Francesco (clicca per leggere), autore della enciclica Evangelii Gaudium che mi riservo di commentare nei prossimi giorni, tradiscono la paura dei padroni di fronte al protagonismo mediatico di un Pontefice che, a differenza di Ratzinger, esercita il suo ruolo di guida spirituale senza rinunciare ad influenzare prassi, costumi e dinamiche che investono anche questo povero mondo popolato da esseri mortali.

    Come chiunque può facilmente notare perciò, ogni cosa è interconnessa ad un’altra. Il nuovo sistema che riusciremo a costruire sarà semmai il risultato di una dura battaglia, ideale, culturale e valoriale, che sorvola e assorbe tecnicismi, monete, dogane e confini. Confondendo l’importanza del fine con la volatilità dei mezzi si rischia soltanto di perdere altro tempo (clicca per leggere).

    Francesco Maria Toscano

    27/12/2013

    Categorie: Editoriale

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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