untitledCari lettori “conformisti”, stavolta provo a scrivere di grande letteratura. Di romanzo. Perché credo che, di fronte alla miserevole realtà che ci circonda, l’unica via di fuga è proprio quella della narrativa. Quella “grande” però. Quella dei grandi racconti. Dei poeti. Noi alla parola chiediamo così poco che essa finisce per darcelo. Ma cosa resta, di queste derelitte parole? Niente. Rumore. Gusci vuoti. Palloncini che fluttuano nell’aria, sgonfiandosi. Allora, io chiedo aiuto agli scrittori. Imploro di darmi una mano, a chi usa quella parola come il primo uomo che quella parola inventò e che ne sentì per primo il sapore, nel palato. Come fosse un’Aurora. La letteratura, del resto, è davvero una sorta di “chiave d’oro”. Così grande che essa si presta anche ai più umili servigi e compiti, come questa “ortopedia ingessata” del nostro povero linguaggio fitto di stomachevoli sms del “mi manki” scritto proprio colla kappa, da mentecatti della comunicazione. O come questo fare da pronto soccorso della nostra meschinità culturale. Del nostro analfabetismo di ritorno. I grandi scrittori, infatti, sono questo e molto altro: dirci che cosa sia la vita. Ma addirittura e nientemeno che non avendo saputo vivere. Per loro. Come Franz Kafka. Prendete “Il Castello”, che resta uno dei tre famosi romanzi dello scrittore di Praga (gli altri due sono “Il Processo” e “America”). “Il Castello” fu scritto quasi 90 anni fa, per dire. I classici sono attuali anche se concepiti e scritti un’era geologica fa. Breve epitome. Per chi non lo sapesse, “Il Castello” narra le infinite difficoltà frapposte dai funzionari di un mitico castello al tentativo del protagonista di lavorare nella terre del Conte Castellano: sono delle difficoltà che porteranno lo sventurato in fin di vita senza essere riuscito ad ottenere il sospirato permesso di risiedere e lavorare in quella contea. “Il processo”, invece, è la storia di un altro sventurato, macinato e distrutto da un’altra burocrazia, quella giudiziaria. Il protagonista del romanzo si vede infatti inquisito, arrestato, carcerato, processato, condannato ed infine giustiziato per un reato che non gli verrà mai neppure spiegato chiaramente. Un tipico caso di imputato in attesa di reato…direbbe Enzo Tortora, che infatti citò spesso il libro di Kafka per descrivere una cosa indescrivibile: il proprio Calvario causato dalla cattiveria di chi amministra la giustizia a fini di parte/di carriera e non come servizio essenziale per gli altri. Così i due capolavori sono altrettante, disperate, invettive antiburocratiche. Attualissime: di una attualità e modernità spiazzanti, sconcertanti. Impressionanti. E di una efficacia micidiale. Credo francamente sia quasi pleonastico segnalare l’attualità di Kafka. Il gergo comune non mente: il termine “kafkiano” è da tempo sinonimo di “assurdo”, “inesorabile”, “fatale” o “predestinato”. E implacabile come un destino cinico e baro. Ma credetemi, l’intera opera di Kafka ha un significato politico modernissimo. Soprattutto per l’Italia. Occhio, però: la parola “politica” non va intesa nel senso spicciolo, partitico e politicoso che oggi prevale sui giornali e nei miei programmi mattutini su “Canale Italia”. No. Ma nel senso, profondo, umano, sociale e culturale che dovrebbe avere. Ecco. Se noi guardiamo l’opera di Kafka in quest’ottica politica più profonda, vediamo che assume un valore emblematico, per non dire profetico. Sì, proprio profetico: poiché Kafka dalla sua incompatibilità di vivere ha tratto come una lezione eterna ed estrema perché affetta dal virus della verità senza tempo. Franz, il nostro amico Franz, ha capito insomma della vita e di ciò che è la vita, molto più di intere scuole di sociologi e perditempo parolai. Perciò Kafka è forse il profeta delle sventure e dei disastri a cui l’Europa, e l’umanità intera, sono andati incontro nel XX e XXI secolo, a causa della degenerazione burocratica. Ricordo solo che nel 1919, vedendo sfilare per le vie di Praga un corteo di operai che urlavano ritmicamente “Ri-vo-lu-zio-ne! Sta-ta-liz-za-zio-ne del-le im-pre-se!” Kafka sussurrò malinconicamente all’amico e futuro biografo Max Brod: “Vedi, Max, quei poveretti non hanno ancora capito che, oggigiorno, le catene dei popoli sono fatte con la carta dei ministeri”. Battuta geniale, folgorante, degna di un Woody Allen. Che ci fa capire come mai uno scrittore, non un militare, un ideologo, un politico fu per decenni considerato un autore pericolosissimo dai dirigenti comunisti. E quindi, i suoi libri furono sempre proibiti e messi al bando nei loro regimi. Come Marx si vantava di aver “messo a testa in giù” il suo Maestro Hegel sostituendo la dittatura del proletariato e le burocrazie comuniste al dominio della borghesia capitalista, così Kafka coi suoi romanzi e le sue battute al vetriolo aveva a propria volta messo il buon Carlo Marx “a testa in giù”. Segnalando la condizione assurda di paralisi e d’impotenza a cui la burocratizzazione e lo statalismo avevano ridotto l’uomo contemporaneo. Il caso italiano è sotto gli occhi di tutti. Tanto che parlare di “Casta” ormai è persino stucchevole e banale. Come ogni classe sfruttatrice, la burocrazia ha perso del tutto la consapevolezza del proprio parassitismo onnivoro, avido, draculesco. E lo considera semplicemente cosa buona e giusta, come se questo parassitismo spoliatore fosse voluto da Dio in persona. Quante volte ci tocca assistere alla tragicomica indignazione con cui i massimi tromboni statalisti del Governo di ogni foggia e colore tuonano contro lavoratori autonomi, esercenti, commercianti e piccoli imprenditori e liberi professionisti del privato? Rei per loro di evadere la pletora fiscale. Mentre – fatalità! – i medesimi tromboni non muovono un ditino contro i milioni di burocrati loro colleghi che rubano alla classe sfruttata non una frazione d’imposta, ma l’intero stipendio. Ricordo sommessamente che questo Bel Paese ha una burocrazia tripla di quella americana o inglese, in rapporto alla popolazione. Fanno un paio di milioni di benemeriti “servitori dello Stato”. E ne vorrebbero assumere sempre qualche altro milione, per esempio nella catastrofica scuola italiana, sempre a spese di Pantalone. Ma poi il vero dramma è che, dato il suo secolare condizionamento psicologico, la paura di subire punizioni esemplari e conseguenze punitive repressive, neppure la classe sfruttata ha una chiara e diffusa coscienza della sua condizione di sfruttamento. E bada a difendersi dalle accuse dei suoi sfruttatori senza mai contestarne l’oppressione e il parassitismo. Tutt’al più limitando i danni. E pagando la cervellotica Imu di turno, il cui gettito finirà invariabilmente nelle fauci di questi mangia pane a ufo. Non so voi, ma chi scrive si è proprio rotto le palle. Come diceva Totò, ogni limite ha una pazienza. E la mia è esaurita.

     Gianluca  Versace

    Giornalista, Canale Italia

     

    Categorie: Cultura

    21 Commenti

    1. Weininger85 scrive:

      Sembra di leggere il Corriere della Sera: “Ricordo sommessamente che questo Bel Paese ha una burocrazia tripla di quella americana o inglese, in rapporto alla popolazione. Fanno un paio di milioni di benemeriti “servitori dello Stato”. E ne vorrebbero assumere sempre qualche altro milione, per esempio nella catastrofica scuola italiana, sempre a spese di Pantalone.”

      • il Moralista scrive:

        Questo è oggettivamente un accostamento sanguinoso… Specifico, qualora ve ne fosse bisogno, che il Moralista è uno spazio libero dove chiunque può esprimere il suo pensiero. Non sempre il Moralista sposa per intero gli articoli firmati da alcuni validissimi pensatori che occasionalmente ospita. In questo caso, pur trovando di assoluto pregio alcuni spunti offerti dal giornalista Versace, non condivido la demonizzazione tout court del dipendente pubblico in sé. Ma pubblicare solo chi la pensa in toto come il sottoscritto è alquanto noioso e deprimente. Non trovate?

        • Diego scrive:

          È proprio così, caro Francesco.

          Sul passaggio incriminato… dico all’autore che è difficile convenire che la scuola sia disastrata perché… ci lavorano troppe persone. Piuttosto direi che queste persone sono sottopagate, sottoformate, demotivate, spesso troppo anziane (grazie fornero!), con strumenti materiali degni di un paese “in via di sviluppo”. Non crede?

    2. alessandro scrive:

      Mi spiace contraddirla, anche perché l’articolo contiene suggestioni molto interessanti e richiami ai grandi classici, come KafKa, che sono sempre attuali. Già l’appellativo con cui si rivolge ai lettori mi ha fatto immediatamente storcere il naso. Se definisce conformista il lettore, avrebbe quantomeno dovuto stupirmi, ovvero avrebbe dovuto dimostrare di non esserlo Lei. Ma nella conclusione sembra dimostrare, al pari di tanti altri tromboni, di avere proprio quell’atteggiamento conformista rispetto a quelli che definisce “burocrati”, ripetendo il solito ritornello, a metà fra il grillino e un Brunetta qualsiasi. Stavo giusto iniziando a stupirmi, nel leggere l’iniziale disquisizione letteraria (sentivo quasi il peso di quel appellativo “conformista” con cui mi ha definito, giacché sono un lettore di questo blog), finché non ha azzardato scrivere di ciò che a quanto pare non conosce bene: “classe sfruttatrice, la burocrazia ha perso del tutto la consapevolezza del proprio parassitismo onnivoro, avido, draculesco”.
      Innanzitutto è bene che definisca chi sono per Lei i burocrati. Si riferisce a tutti coloro che hanno incarichi politici o incarichi di consulenza esterna? Componenti di organi di indirizzo politico di Enti Locali o altri Enti pubblici? Ai portaborse degli Assessori? Nella pubblica amministrazione lavorano dirigenti, dipendenti pubblici di vario profilo e qualifica funzionale, insegnanti, magistrati, ecc. Lei a chi si riferisce, a qualche categoria in particolare o a tutte? Sono esattamente quelli come Lei che acuiscono l’odio e le solite lotte tra poveri, anziché focalizzare l’attenzione sui veri problemi del paese e sui veri responsabili, dribblano sulla casta, la corruzione, le spese dello Stato, i burocrati “…che rubano alla classe sfruttata non una frazione d’imposta, ma l’intero stipendio”. Fa esattamente il gioco dell’oligarchia di potere che ambisce a circoscrivere il ruolo dello Stato a quello di “Stato minimo”, nella perfetta concezione neoliberale dogmatica, facendo leva sulle isterie del debito pubblico e della spesa improduttiva. Se vuole le spiego il perché la pubblica amministrazione non funziona come dovrebbe e chi sono i veri “…mangia pane a ufo”, ma per comprenderlo consiglio un atteggiamento meno “conformista” e soprattutto provare ad accostarsi all’argomento con meno superficialità.

      • il Moralista scrive:

        Solo per precisare che l’incipit del pezzo, quello riferito ai lettori “conformisti”, è involontariamente sbagliato. Versace voleva riferirsi ai “moralisti” ovvero ai (tanti) lettori de Il Moralista. Per errore ha scritto “conformisti”…

        • Petronius scrive:

          Lapsus spettacolare.
          Freud avrebbe applaudito.

        • alessandro scrive:

          dai Francé da Moralisti a conformisti ce ne passa! il lettore de il Moralista è per definizione anticonformista e adogmatico! vabbé se lo dici tu, diamogliela per buona! mi spiace perché a parte il lapsus, parte dell’articolo prometteva bene, ma strumentalizzare Kafka per tirare bordate preconcette alla pubblica amministrazione italiana mi pare un pò azzardato e riduttivo del pensiero dell’autore classico, che tra l’altro contrappone altrettanto strumentalmente allo “statalista” Marx. Mi pare un tuffo carpiato atterrato male con spanciata. Buona notte

    3. Petronius scrive:

      Meno male che c’è stata una bella reazione da parte dei lettori del blog.

    4. ugo scrive:

      Stavo per esprimere condivisione per questa pagina complessivamente apprezzabile. Poi mi sono imbattuto in “Ricordo sommessamente che questo Bel Paese ha una burocrazia tripla di quella americana o inglese, in rapporto alla popolazione. Fanno un paio di milioni di benemeriti ‘servitori dello Stato’. E ne vorrebbero assumere sempre qualche altro milione, per esempio nella catastrofica scuola italiana, sempre a spese di Pantalone.” A quel punto mi son cadute le braccia e con esse le mutande.

      Sono insegnante e lavoro come qualsiasi altro lavoratore. Tra l’altro, lavoro per i vostri figli, facendomi in quattro per mettere una toppa ai danni fatti da tanti, troppi genitori che sono tali solo per ragioni biologiche.
      Lavoro con una paga che era equa ma che si è ridotta a livelli diciamo “discutibili”, con l’avallo sociale ottenuto con strumentalissima la cura d’odio distillato avviata da Brunetta e portata avanti con fiero entusiasmo tanto dai suoi pari quanto dai suoi superiori e sottoposti.
      Come accade a tante altre dignitosissime categorie di lavoratori pubblici e privati, vengo sballottato di qua e di là tra sedi di servizio individuate con metodi insondabili, come un bagaglio, senza poter pianificare la mia vita un anno per l’altro.
      Lavoro, come accade a tante altre dignitosissime categorie di lavoratori pubblici e privati in balìa di dirigenze che spesso sono ottuse e dispotiche, per le quali il rispetto della persona, prima ancora che delle normative, è qualcosa d’inconcepibile.
      Tra l’altro, esattamente come tanti altri milioni di lavoratori miei pari, pubblici e privati, domattina mi alzerò alle 6 per raggiungere una delle due scuole nei confronti delle quali sono una sorta di moderno Arlecchino (nulla mi è riconosciuto per il maggior carico e per la maggior spesa sostenuta). Affronterò una giornata nella quale nominalmente avrò un carico di quattro ore di servizio ma che, nei fatti, ne conterà il doppio se non di più, per via di spezzettamenti orari, trasferimenti a mie spese, e adempimenti mai quantificati e proprio per quello in perenne incremento (come pure il carico di alunni per classe, ad ognuno dei quali corrisponde un incremento dell’intensità lavorativa e della mole di adempimenti “occulti”).

      Ne ho abbastanza di tracotanti microcefali che mi danno del lavativo rubastipendio a prescindere. Che vadano, diciamo, a stendere, visto che un eloquio d’altro tipo non si conviene a un educatore. Signor Versace, cambi registro o apra lei la fila.

      P.S. Se ho frainteso il senso della sua frase, cortesemente chiarisca e apprezzi la forma letteraria della mia invettiva che, semplicemente, in quel caso andrebbe rivolta a numerosi altri senza modificarne una virgola. E che diamine!

      • Diego scrive:

        Mia madre (62 anni) è insegnante di scuola media ancora in servizio… in un altra epoca avrei amato intraprendere questa strada, mi sarebbe piaciuto insegnare materie tecnico-scientifiche ( sono questi i miei studi) alle superiori. Ovviamente ho scelto un altra strada, ben conscio di ciò a cui sarei andato incontro. Quando leggo di quell’odio verso la categoria mi ribolle il sangue, e ti ringrazio per l’invettiva verso quegli insolenti buoi ed asini che non fanno altro che muggire e ragliare, la sottoscrivo in pieno.

        Sono anche ragionevolmente sicuro che il sig. Versace non appartenga alla categoria.

        Ad Maiora

        • ugo scrive:

          Può essere che non appartenga alla categoria e che, per così dire, gli sia “scappato un colpo”. Se così fosse, non mancherà di rettificare e precisare. In caso contrario…

    5. Alessandra scrive:

      ..pessimo articolo..e neanche originale..basta guardarsi qualsiasi talk show o leggere qualsiasi giornale..

    6. Cari amici (e lettori), scusate il ritardo, ma – sapete – il lavoro (a Canale Italia) viene prima: mi pagano per questo. Vi ringrazio, nella buona e nella cattiva sorte, per i consensi e per le critiche, comunque per l’attenzione. Sempre molto importante per chi la riceve e dovrebbe provarsi ad esserne degno. Tornerò quando potrò sul tema – cruciale – del rapporto tra “popolo dei produttori” e “popolo dei parassiti”: che è il nucleo della vera “lotta di classe” post moderna come mi ha sempre insegnato il mio maestro e amico Gigi De Marchi (cui ho dedicato il libro Neurolandia scritto tempo fa a 4 mani con Eugenio Benetazzo per i tipi di Chiarelettere).
      Io qui mi limito semplicemente ad agiungere: 50 anni fa la politica italiana acquisì e consolidò il consenso (drogandolo) elargendo posti pubblici. E’ ciò che noi chiamiamo “voto di scambio”: è un reato penale, se non mi sbaglio. Questa pratica malsana, corruttrice e corrotta, è andata avanti a folate, nei decenni a seguire. Risultato: oggi abbiamo 3 milioni e mezzo di dipendenti che affollano il carrozzone pubblico, una roba mostruosa e costosissima che in cambio di tariffe (e tasse) esorbitanti offre servizi pessimi. E noi dipendenti del privato continuiamo a essere massacrati di tasse e imposte – dirette ed indirette – per mantenere posti pubblici improduttivi.
      A proposito, non so cosa sia fare più di una settimana di ferie all’anno, non so se mi spiego.

      Buona salute a tutti

      GlVersace

      • ugo scrive:

        D’accordo. Ora è chiaro che la mia invettiva e la mia esortazione erano bene indirizzate. Ne seguiranno altre, più mirate e argomentate, nelle quali passerò (se necessario) dalla difesa all’attacco. Perché, mio caro dipendente del privato, la sua categoria non è certo esente da lazzaroni, né da pessimi soggetti (come ogni altra categoria, indipendentemente dall’etichetta). E ancor meno esente è la congerie di coloro che in modo del tutto improprio siamo soliti sentir chiamare “datori di lavoro” o “imprenditori”.

        A mio avviso sarebbe molto più sano provare a vedere in cosa i sottoposti sono accomunati nel loro fare la parte dei limoni nei confronti delle dirigenze, per poter tentare qualche contromossa, ma se la sua scuola parte da De Marchi capisco che l’orientamento sia d’altro tipo. Peccato, perché per altri versi De Marchi ha avuto intuizioni di valore, ad esempio nel campo della demografia.

      • Diego scrive:

        Dovremmo pensare che in fondo, un dipendente pubblico tenuto col minimo necessario per apparecchiare la tavola e pagarsi un affitto, anche senza nessuna mansione, non è poi questo gran danno, dato che il suo salario gli permette di creare un minimo circolo di consumi, di cui beneficiamo tutti.

        Chi invece incarna una vera iattura, è quel dirigente pubblico che percepisce quanto centinaia di suoi sottoposti, e il cui mandato è destrutturare e peggiorare le condizioni della struttura a cui è a capo. E penso che in questo senso, li esempi negli ultimi 20 anni (e più?) si sprecano

    7. sabato 25 gennaio 2014 – ore 07:56 –

      Gli sprechi nella pubblica amministrazione e le truffe ai finanziamenti nazionali e comunitari fanno bruciare ogni anno 5 miliardi di euro: a dirlo è la guardia di finanza nel bilancio dell’attività del 2013.

      Un buonissimo fine settimana a tutti voi!

      • il Moralista scrive:

        Gianluca, checché ne dica la finanza, l soldi “non si bruciano”. La scienza spiega che una economia funziona quando cresce la domanda aggregata. Punto. Il resto attiene al campo dell’etica. Che, sembrerà strano, è un’altra cosa.

    8. Kevin P. Thomas scrive:

      “Silvio Berlusconi’s hooker wrangler hanging out in Miami…Before prison” (tradotto con licenza poetica: “La domatrice di mignotte si diverte a Miami…prima della prigione”), e si chiede come mai una condannata a 5 anni di prigione in primo grado possa lasciare il proprio Paese e svacanzare oltreoceano (la risposta? “Basta guardare il suo c**o”). Poi passa l’inglese “Daily Mail” e ingioiella i bikini della nostra Nicole con la seguente didascalia: “Miami vice: Anglo-Italian woman sentenced to five years for pimping prostitutes for Berlusconi enjoys herself on Florida beach as jail term is delayed. Showgirl is not behind bars because she is appealing her conviction” (“Miami Vice: donna anglo-italiana condannata a 5 anni di prigione per aver fatto la pappona delle prostitute di Berlusconi si gode le spiagge della Florida mentre la sua pena viene rimandata. Non si trova dietro le sbarre perché ha appellato la sua condanna”).

    9. Rodion scrive:

      Carissimo Moralista, credo che lasciare spazio a idee “diverse” è “interessante” se e solo se rafforzano il pensiero dell’autore. Proprio tramite il contraddittorio.

      Ma hai un’onorabilità professionale da difendere… :-)

    10. il Moralista scrive:

      […] visto e considerato che l’ho citato in un contestatissimo (e me ne compiaccio) mio pezzo (clicca per leggere) che gli è naturalmente “debitore”, ho pensato bene di proporvi qui appresso il testo di una […]

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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