untitledPer capire la genesi e l’evoluzione della morente seconda Repubblica bisogna muoversi su un binario fatto di soldi e sangue. Del primo aspetto abbiamo discusso tante volte. Repetita iuvant. All’indomani della caduta del muro di Berlino, dissoltosi lo spettro del comunismo, le élite reazionarie sovranazionali, desiderose di restaurare un vecchio modello sociale fondato sul sopruso e sullo sfruttamento delle classi più deboli, pianificarono un lucido progetto politico dal sapore neo-oligarchico tuttora in atto. In Italia, al fine di imprimere tale svolta schiavista, i padroni del vapore decisero che era indispensabile in via preliminare sbarazzarsi della vecchia classe politica, troppo autonoma rispetto ai centri finanziari che contano ed ancora pericolosamente legata ad un’idea di esercizio del potere legittimato dal basso. Scoppia Mani Pulite. I Craxi e i Forlani, politici in senso classico, vengono sostituiti da una nuova e diversa genia di personaggi, composta dai vari Amato, Dini, Ciampi, Prodi ecc., che si caratterizzano in virtù del profilo smaccatamente “tecnocratico” che li accompagna. E cosa fanno queste nuove figure tanto prestigiose una volta entrate nella cabina di comando? Fanno, come è ovvio, gli interessi dei rispettivi danti causa. Con la fine della prima Repubblica, non a caso, ha inizio la più colossale svendita dei nostri gioielli di Stato, ben apparecchiata dal Venerabile Draghi, per la gioia delle solite banche d’affari e dei soliti advisor in stile Goldman Sachs. Sacco peraltro non ancora ultimato come appena precisato dall’apprendista di rito draghiano Fabrizio Saccomanni in quel di Davos (clicca per leggere). Ma il ciclone Tangentopoli da solo non basta per seppellire definitivamente un vecchio mondo non più al passo con i tempi. Andreotti, simbolo e perno del potere primo-repubblicano, è ancora nel maggio del 1992 il candidato favorito per succedere a Francesco Cossiga al Quirinale. I grandi burattinai, pronti a forgiare la nuova era, non possono permetterselo. Ecco allora che, oltre ai soldi, entra prepotentemente in scena il sangue. Il 23 maggio del 1992 il tritolo uccide Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e gli uomini della scorta. Il Paese è in preda al caos. Il Divo Giulio è costretto a ritirarsi dalla corsa per il Colle lasciando spazio ad un democristiano atipico e moralisteggiante come Oscar Luigi Scalfaro. Tutto è compiuto. E “il nuovo”, all’insegna della discontinuità garantita dalla presenza sulla scena dei comunisti trasformatisi in ordo-liberisti e del parvenu Silvio Berlusconi, può finalmente avere inizio. Una barzelletta ben costruita non c’è che dire. Ora vi prego di fare attenzione a quello che sto per dirvi. Chi prova a decifrare la realtà attraverso le lenti semplificate del manicheismo più infantile, che vive di dicotomie bambinesche del tipo buono/cattivo e onesto/corrotto, non riuscirà mai a compenetrare fino in fondo la complessità degli eventi. Questa precisazione è indispensabile per affrontare in maniera adeguata lo studio delle dinamiche che contraddistinguono l’arte del potere. Il lettore disattento, ancorato ad una lettura degli eventi pre-machiavellica, tende a mischiare incestuosamente politica e morale. Per cui, ad esempio, dopo aver letto la prima parte di questo articolo, un ingenuo potrebbe incautamente addivenire alla conclusione sbagliata secondo cui Andreotti combatteva la mafia mentre chi è venuto dopo l’ha strumentalizzata per guadagnarsi un posto al sole. Non è così. O meglio: è fuorviante sintetizzarla così. Gli uomini sono spesso preda del bisogno atavico di individuare subito l’eroe buono da contrapporre all’immancabile protagonista cattivo. Vano approccio. I buoni che difendono la verità e la giustizia dall’assalto delle truppe del male vanno bene per i film. La vita vera invece è spesso fatta di legami obliqui, cordate di potere formate da elementi apparentemente molto diversi tra loro che si saldano di volta in volta per ragioni di pratica convenienza. Si chiama Realpolitik. La corrente andreottiana in Sicilia, tra l’altro, aveva sempre intrattenuto rapporti cordiali con la vecchia mafia dei Bontate e degli Inzerillo, poi soppiantata dalla sanguinaria ascesa dei corleonesi di Riina e Provenzano. Ma il punto non è questo. C’è un nesso tra la fine della prima Repubblica e le stragi del biennio ’92-93? Credo di sì. E credo anche che la seconda Repubblica non finirà fino a quando non sarà fatta piena luce sui troppi misteri che ancora avvolgono quel tragico periodo. Mercoledì 22 Gennaio, a pagina 15 del Corriere della Sera, è uscito un articolo a firma Giovanni Bianconi dal titolo interessante: “Via D’Amelio, l’affondo di Boccassini. L’avevo detto che il pentito mentiva”. Nel pezzo in questione Bianconi ripercorre le tappe del processo sulla strage di Via D’Amelio, incredibilmente incardinato intorno ad una figura a dir poco improbabile come Vincenzo Scarantino, evidenziando contestualmente come il pm Ilda Boccassini, all’epoca inascoltata, avesse per tempo manifestato i suoi dubbi sulla attendibilità del pentito per l’occasione, noto rubagalline e frequentatore assiduo di un transessuale conosciuto nell’ambiente con l’evocativo soprannome di Giusy la sdillabrata. Ma sfortunatamente i magistrati Anna Maria Palma, in seguito collaboratrice dell’ex presidente del Senato Schifani, e Nino di Matteo, ora titolare dell’inchiesta sulla Trattativa nonché vittima della improvvisa e limacciosa loquacità del vecchio boss Totò u curtu, non le diedero ascolto. Storia vera. Come i più consumati e brillanti avvelenatori di pozzi, però, Bianconi mischia con sottile furbizia verità e menzogne. “Il pm (Boccassini, ndm)”, azzarda il giornalista, ebbe un ruolo nell’allontanamento dalle indagini di Gioacchino Genchi, l’ex poliziotto già collaboratore di La Barbera”. Per poi virgolettare un pensiero evidentemente attribuito direttamente al magistrato in forza alla procura di Milano: “Aveva un atteggiamento non istituzionale, voleva indagare sulla vita privata di Falcone, al di là delle esigenze investigative”. Peccato che le cose stiano in maniera esattamente opposta a come Bianconi vuole farci credere. Genchi infatti lascia volontariamente il gruppo di indagine Falcone-Borsellino nel momento in cui si palesa il fermo di Scotto che comprometteva il proseguo delle indagini gettando una luce sinistra sull’operato dello stesso La Barbera. Per la cronaca Pietro Scotto, dopo una condanna all’ergastolo, risulterà poi assolto. Mentre il fratello Gaetano, anch’esso condannato all’ergastolo con sentenza irrevocabile, sarà in seguito scarcerato e sottoposto a giudizio di revisione della condanna su richiesta della procura di Caltanissetta. Come è chiaro a tutti, La Barbera aveva deciso di chiudere l’inchiesta ad ogni costo e tenendo un profilo bassissimo. Avuto contezza di tutto ciò, checché ne scriva Bianconi, Genchi scelse perciò coerentemente di dire basta. Quindi Boccassini non solo non “allontanò nessuno”, ma, al contrario, indirizzò insieme al collega Cardella una nota interna “riservata” all’attenzione del procuratore capo Tinebra manifestando “sorpresa per la decisione maturata dal dott. Genchi di non collaborare più alle indagini in corso” (clicca per leggere). A questo punto, direbbe Lubrano, la domanda sorge spontanea: perché Bianconi mente? Perché ha interesse a veicolare la patacca delle “indagini sulla vita privata di Falcone”? Forse per le stesse ragioni che indussero qualcuno più di venti anni fa a cancellare i file presenti nel databank Casio usato da Falcone, miracolosamente ricostruiti poi proprio grazie alla cocciutaggine dello stesso Genchi? Forse perché solo attraverso gli approfondimenti sulle carte di credito di Falcone sarebbe stato possibile certificare l’avvenuto viaggio dello stesso giudice nell’Aprile del 1992 negli Stati Uniti d’America? Incontro da tutti negato ma presente sia nell’agendina elettronica ricostruita dal consulente Genchi che nei ricordi di alcuni magistrati americani tra cui Charles Rose. E lo sa Bianconi che nelle agende elettroniche di Falcone, faticosamente ricostruite da Genchi, si faceva riferimento anche ad un irrituale incontro, mai verbalizzato, avvenuto nel carcere di Spoleto tra Falcone, già in servizio presso il ministero della Giustizia, e il futuro pentito Mutolo (“Il Caso Genchi”, pag 93)? Incontro, verificatosi in presenza anche del magistrato Sinisi, durante il quale lo stesso Mutolo fece i nomi di Contrada e di Signorino (per come confermato dallo stesso pentito) senza che nessuno ne fosse formalmente messo a conoscenza? Neppure Paolo Borsellino, ucciso per una strana coincidenza pochi giorni dopo l’ascolto dello stesso Mutolo? Insomma Bianconi, come l’Alice cantata da De Gregori, tante cose non le sa. O fa finta di non saperle. Intanto ad oggi nessuno tra i protagonisti del depistaggio del processo sulla strage di Via D’Amelio ha pagato nulla. E nessuno, neppure Bianconi, ha ancora trovato il tempo di chiedere alla dottoressa Boccassini se avesse cambiato idea sul Napolitano presidente della Repubblica rispetto al Napolitano ministro dell’interno, accusato nel 1998 nientemeno che di “ostacolare la lotta alla mafia” (clicca per leggere). Peccato Bianconi. Sarà per un’altra volta.

    Francesco Maria Toscano

    24/01/2014

    Categorie: Politica

    11 Commenti

    1. Roberto scrive:

      Interessante, anche perche’ tocca un aspetto che suscita grande curiosita’, e per la verita’risulta anche inquietante. Premetto che non ho letto l’articolo di Bianconi, ma bisogna dire che le frasi virgolettate riportate in questo articolo, e che si suppone Bianconi attribuisca a un pensiero della Boccassini, siano esattamente le parole pronunciate dalla Boccassini durante la sua deposizione al processo Borsellino quater in corso a Caltanissetta(?) due giorni fa, ovvero il 23 di Gennaio. Il che non toglie che la realta’ possa essere diversa. Ma cosa mai avra’ fatto Genchi alla Boccassini per suscitare un astio come quello che si coglieva a – stento represso – nelle parole del magistrato milanese? A questo proposito suscita grande curiosita’ il confronto – richiesto dall’avvocato Repici, difensore della parte civile Salvatore Borsellino – fra Genchi e la Boccassini. Richiesta che Lari ha cercato immediatamente di spegnere e svalutare (e’ chiaro, non e’ il suo obiettivo) ma che tutti gli avvocati di parte civile hanno sostenuto, reazione naturale all’atteggiamento francamente insopportabile e arrogante che la Boccassini ha tenuto nei confronti di tutti gli avvocati che l’hanno interrogata il 23/1. Chissa’ poi perche’ e in che modo anche Repici ha fatto imbestialire la Boccassini..

      • il Moralista scrive:

        Caro Roberto,

        Se Bianconi avesse voluto informare correttamente il lettore, non si sarebbe limitato a tagliare qualche parte della testimonianza della dottoressa Boccassini ignorando la presenza di fatti e circostanze in grado di suggerire una diversa lettura degli eventi. Nel giornalismo dovrebbero venire prima i fatti e poi i ricordi e le opinioni. Perché Bianconi non menziona l’esistenza di una circolare riservata a firma Boccassini e Cardella nella quale si palesa “sorpresa” per l’abbandono delle indagini da parte di Genchi? In ogni caso segnalo di seguito il link contenente parte della testimonianza in oggetto http://www.radioradicale.it/scheda/401695/speciale-giustizia. Dopo un’ora e cinque minuti circa è possibile ascoltare la risposta della dottoressa Boccassini circa l’esistenza della nota prima richiamata. In maniera alquanto vaga in verità la dottoressa Boccassini precisa che lo “stupore” manifestato non si riferiva alla fine della collaborazione di Genchi (che anzi la Boccassini conferma di aver auspicato in virtù dell’atteggiamento “poco istituzionale” dello stesso Genchi) in sé, quanto alla mera tempistica. A me è parsa una riposta debole, ma, per carità, tutto è possibile. Sarà poi compito del collegio quello di fare la sintesi. Compito del giornalista onesto, invece, sarebbe quello di fornire informazioni non parziali ma neutre, esaustive e il più posisbile obiettive. Ovvero l’esatto contrario di quello che fa Bianconi.

        • Roberto scrive:

          Si, ho sentito l’udienza. Come ho detto non ho letto l’articolo di Bianconi ma sono certamente d’accordo sui criteri che dovrebbero guidare i cronisti giudiziari in particolare e in giornalisti in genere per un’informazione corretta. Noto con soddisfazione che anche a te la risposta della Boccassini e’ parsa quantomeno debole relativamente alla nota congiunta con Cardella. Sembra proprio che al proposito lei non stia dicendo tutto. Tuttavia mi sembra improbabile che Genchi non conosca la ragione vera di tanta veemenza da parte di Boccassini. Per questa ragione secondo me anche Genchi non sta dicendo tutto al riguardo. Vedremo come evolve, specialmente il confronto.

    2. Meo DeidiStasi scrive:

      Leggo con goloso stupore e dettagliata chiarezza.
      Onorevoli Complimenti a “IL MORALISTA”.

    3. fabio ehsani scrive:

      su draghi vanno ascoltate le pesantissime parole di cossiga. 2 minuti veramente notevoli

      http://www.youtube.com/watch?v=pdJ1JW-v_VI

    4. Petronius scrive:

      Notevole. Grazie per la segnalazione

    5. Petronius scrive:

      Ops…voleva essere una risposta a Fabio per il video di Ocssiga ma l’ho inviata nel posto sbagliato…

    6. Pierluigi scrive:

      E’ sempre una boccata d’aria leggere IL MORALISTA. Oggi, sono pochi i momenti in cui potersi confrontare ed ampliare le proprie capacità di riflessione avendo come sponde, prospettive non servili.

    7. marco giannini scrive:

      Inizio a pensare che la Magistratura che per anni e anni aveva taciuto sia esplosa con tangentopoli a comando. Non per seppellire Silvio ma per altro. Tangentopoli è niente rispetto a quanto accade ora. C’erano dei personaggi che si intascavano soldi pubblici. Adesso manca poco ciò è legalizzato. I partiti per ripulirsi l’immagine fecero la corsa all’europeismo.
      Europeismo ha significato euro senza sè e senza ma nei paesi banana come il nostro. Nel 1992 oltre alle stragi di stato, fu anche l’anno di Maastricht e l’inizio di tangentopoli era vicinissimo.
      Non vorrei che dietro la mano dei magistrati ci fosse la mente dei tecnocrati.
      A tal proposito propongo questo eccezionale pezzo:
      http://www.forexinfo.it/La-crisi-economica-e-il-ruolo e lo segnalo al GOD affinchè dia risalto a questo professore poco conosciuto ma sono convinto keynesiano.

    8. Pereira50 scrive:

      LA lettera AL CORRIERE
      Mancino: «Salvatore Borsellino
      fa sempre una citazione monca»
      «Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo?»

      ROMA – Egregio Direttore, nell’imminenza dell’anniversario della strage mafiosa di via D’Amelio nella quale caddero il magistrato Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, mi trovo, mio malgrado, di nuovo messo sotto accusa da Salvatore Borsellino che, dopo un lungo silenzio di oltre dodici anni dall’accaduto, da qualche tempo crede di avere individuato una mia presunta responsabilità morale nell’attentato, che afferma ma non prova. Questa volta lo strumento usato per quella che non esito a denunciare come una aggressione personale, è una videointervista pubblicata oggi, senza che a me sia stata data l’opportunità di replicare, sul sito «Corriere.it».

      Nella videointervista Salvatore Borsellino ripete senza modifiche le sue accuse. La ricostruzione dei fatti si ricava dall’interrogatorio che Gaspare Mutolo rese il 21 febbraio del 1996 nell’aula del processo celebrato a Caltanissetta per la strage di via D’Amelio. Senonchè Salvatore Borsellino cita sempre, e anche nel video riportato oggi dal Corriere.it, una sola parte di quella testimonianza, in cui il magistrato dice al pentito che deve allontanarsi per andare al Viminale. Sono in possesso delle pagine processuali. Sono un po’ lunghe. Cito, perciò, dal volume «L’agenda rossa di Paolo Borsellino», di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, ed. Chiarelettere, pag. 146. «Sai, Gaspare, debbo smettere perché mi ha telefonato il ministro, ma…manco una mezz’oretta e vengo». Salvatore Borsellino cita continuamente questa frase, ma mai ricorda quel che Paolo Borsellino disse allo stesso Mutolo al suo ritorno dal Viminale. Se proseguiamo nella lettura de «L’agenda rossa», nella stessa pagina 146, possiamo leggere il seguito del racconto di Mutolo: «Quindi (Paolo Borsellino) manca qualche ora, quaranta minuti, cioè all’incirca un’ora, e mi ricordo che quando è venuto, è venuto tutto arrabbiato, agitato, preoccupato, ma che addirittura fumava così distrattamente che aveva due sigarette in mano. Io, insomma, non sapendo che cosa (…) Dottore, ma che cosa ha? E lui, molto preoccupato e serio, mi fa che viceversa del ministro, si è incontrato con il dott. Parisi e il dott. Contrada…»

      Dunque, è lo stesso magistrato a non confermare l’incontro con il ministro, ed è la stessa fonte – Gaspare Mutolo – a testimoniarlo. Ma Salvatore Borsellino fa sempre una citazione monca, e dà a me del bugiardo. Se ci fosse stato l’incontro, perché avrei dovuto nasconderlo? Che cosa si sarebbero dovuti dire due persone che non avevano mai avuto rapporti tra di loro il primo giorno dell’insediamento di un ministro al Viminale? Che non si sarebbero dovute tenere trattative con la mafia? E chi le avrebbe tenute? Uno che proprio quel giorno era arrivato al Viminale per assumere la responsabilità di dirigere ordine e sicurezza pubblica? Via! Per ricondurre alla giusta dimensione l’atteggiamento di quel Ministro dell’Interno del governo Amato nei confronti della mafia, si ricostruiscano dalle cronache del tempo impegni, decisioni, azioni di contrasto contro la criminalità organizzata, applicazione dell’art. 41 bis, allestimento delle carceri di massima sicurezza dell’Asinara e di Pianosa, scioglimento di oltre 60 Consigli comunali inquinati dalla mafia e da altre organizzazioni malavitose: tutte iniziative portate avanti con fermezza ed intransigenza dal Ministro Mancino”.

      Nicola Mancino
      Vice Presidente
      del Consiglio Superiore
      della Magistratura
      17 luglio 2009

    9. Pereira50 scrive:

      Falerna Li 18.07.2014

      Gentile Presidente Giorgio Napolitano,
      Cinque anni fa, il 17.07.2009, l’allora Vice Presidente del CSM, Nicola Mancino, in risposta alle accuse di Salvatore Borsellino, fratello del giudice Paolo, scrisse al Corriere della Sera una lettera che non può essere sfuggita a chi si occupa della materia come Giovanni Bianconi ed altri: in essa Nicola Mancino confermava di aver chiamato il Giudice, mentre stava interrogando Gaspare Mutolo, ma poi con le stesse parole di Paolo Borsellino, dimostrava di non averLo incontrato.
      Successivamente e anche in questi ultimi giorni ha dichiarato testualmente:
      In occasione del mio insediamento ci fu una grande affluenza di persone che venivano a congratularsi e a cui strinsi la mano. Verosimilmente, strinsi anche la mano a paolo Borsellino con qualche convenevole di rito. Ma sicuramente in quella confusione non affrontammo nessun argomento di rilievo politico, d’altra parte inadatto a quella sede. Anche il giudice che lo accompagnava, dr. Aliquò, ha dichiarato ai pubblici ministeri di Palermo e di Caltanissetta che non ci fu nessun colloquio, ma solo una stretta di mano».
      Ora, mi domando, e domando a Lei: perché Giovanni Bianconi e tanti altri giornali che pure lo hanno intervistato proprio su queste circostanze non hanno tenuto conto di questa lettera e perché, in ogni caso, nessuno osa contestargli questa dichiarazione scritta .
      La ringrazio della considerazione che vorrà dare a questa mia domanda e spero di incontrarLa presto per stringerLe la mano.

      Distinti saluti
      Francesco Spinelli
      Mitt. Spinelli Francesco –
      Vico 3° Marconi 12 Falerna CZ

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    • Chi è il moralista

      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

    • Cos’è il moralista

      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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