untitledCon la riforma delle professioni, da quest’anno, è cominciata la formazione obbligatoria e permanente anche per i giornalisti. Devo essere sincero, il nuovo regolamento non ha propriamente riscosso il mio entusiasmo. Il mio lato anarchico e ribelle soffre qualsiasi imposizione. Era così anche a scuola. Infatti ho raggiunto brillanti risultati solo all’Università, dove potevo gestire liberamente il tempo libero e quello da dedicare agli studi. Dovendo iniziare la raccolta “punti-crediti” ho preferito togliermi subito il dente e partecipare al primo corso, a disposizione, indetto dall’Ordine. Così mi sono iscritto al seminario promosso dalla rivista “Ristretti Orizzonti” presso il carcere due Palazzi di Padova, dal titolo: “Con gli occhi dell’altro, del nemico, del diverso”. Nonostante le mie perplessità iniziali alla fine ho dovuto ricredermi perché l’esperienza si è rivelata estremamente interessante. Già dopo aver varcato gli austeri cancelli del carcere di massima sicurezza sono entrato in contatto con un mondo a me sconosciuto. Persino le deliziose riproduzioni dei capolavori dell’arte pittorica alle pareti non riescono a farti riconnettere con il mondo esterno o semplicemente a dare un tocco di umanità a quei lunghi corridoi claustrofobici, intervallati da pesanti cancellate di ferro. Per giungere all’anfiteatro, dove si svolgeva la conferenza, siamo passati vicino ad alcune gabbie (non riesco a chiamarle celle) con detenuti aggrappati alle sbarre. Non conoscendo il motivo della nostra presenza, chiedevano informazioni, speravano nella visita di qualche delegazione politica. Una supplica vana per loro e una ferita al cuore per noi giornalisti, impossibilitati di allungare persino la mano per riconciliare Abele e Caino. Il seminario è durato circa cinque ore e si sono alternati gli interventi degli esperti e di alcuni detenuti collaboratori della rivista “Ristretti Orizzonti”. Questi ultimi, in particolare, hanno catturato la mia attenzione. Conoscere la realtà carceraria con le parole di chi la vive tutti i giorni aiuta ad abbattere i pregiudizi. Tutti i detenuti ascoltati sono consapevoli delle loro colpe e ritengono giusto scontare la pena. Ciò che chiedono, in particolare al mondo dell’informazione, è di non alimentare l’allarme sociale ed il rispetto della dignità umana. Bisogna avere la consapevolezza che un titolo di giornale può incidere sulla vita di tante persone. Il carcere deve redimere e non condannare all’oblio ed alle fiamme eterne. E’ necessario dare ai detenuti l’opportunità di intraprendere percorsi alternativi al carcere. Il professore Andrea Pugiotto, durante la sua relazione, ha affermato: “l’uomo della pena può diventare una persona diversa dall’uomo del delitto”. Questa speranza non deve essere lasciata cadere. I dati parlano chiaro: è più probabile che ritorni a delinquere chi non ha mai fatto un giorno di permesso premio (il 70%) a differenza di chi ha seguito percorsi alternativi (solo il 19% dei recidivi). Nel 2012 si sino registrati solo 3 mancati rientri a fronte di 999 permessi accordati. E poi, hanno fatto notare i detenuti, circa il 30% della popolazione carceraria è costituito da tossicodipendenti, ovvero persone malate, bisognose di cure, e non criminali. Giustamente Manlio Milani, Presidente dell’Associazione dei caduti di Piazza della Loggia,  intervenuto per portare il punto di vista delle vittime, avendo perso la moglie Livia uccisa dalla bomba scoppiata in piazza della Loggia a Brescia nella strage impunita del 28 maggio 1974, ha detto che: “è positivo ritornare in questi luoghi (il carcere, nda). Non viene percepito all’esterno come le persone possono cambiare”. Tra i detenuti ascoltati penso per esempio a Paolo, al suo percorso di cambiamento. Lui sicuramente ha già vinto tante sfide, la più importante quella col suo passato. La prossima sfida sarà con il futuro: ovvero sconfiggere la grande paura della libertà, ricucire lo strappo con la sua famiglia, o come poeticamente ha detto “tessere la tela per camminarci sopra in punta di piedi”.

    Emanuele Bellato

     http://ilpopoloveneto.blogspot.it/2014/01/quando-hanno-aperto-la-cella.html

    Categorie: Attualità, Italia

    Un commento

    1. federico scrive:

      Purtroppo noi adulti spesso abbiamo pregiudizi su troppe categorie di persone (carcerati, drogati, zingari, immigrati,omosessuali, ecc…) e, magari anche senza accorgecene, li andiamo ad alimentare e a radicare in chi ci sta vicino.
      Io ho la fortuna di avere un figlio di 15 anni, un ragazzino in gamba che, con il suo comportamento, con le sue osservazioni mi sta aprendo un mondo nuovo,il mondo “puro” visto dagli occhi di un adolescente scevro da pregiudizi e voglioso di migliorare il mondo.
      Diamo fiducia ai nostri ragazzi, ascoltiamoli e riflettiamo sulle cose che ci trasmettono, anche a quelle che in un primo momento giudichiamo sbagliate o lontane da noi.
      Sono loro i veri rivoluzionari, loro che a mani nude ma con la testa ed il cuore ricolmi di adolescenziale saggezza stanno provando a cambiare il mondo ,cominciando da dentro casa : mi auguro che ci riescano per il bene di tutti e se potrò darò loro una mano.

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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      Sito di approfondimento politico, storico e culturale. Si occupa di temi di attualità con uno sguardo libero e disincantato sulle cose. Il Moralista è un personaggio complesso, indeciso tra l'accettazione di una indigeribile realtà e il desiderio di contribuire alla creazione di una società capace di riscoprire sentimenti nobili. Ogni giorno il Moralista commenterà le notizie che la cronaca propone col piglio di chi non deve servire nessuno se non la ricerca della verità. Una ricerca naturalmente relativa e quindi soggettiva, ma onesta e leale.

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