imagesProvoca un intenso senso di disgusto la condanna degli orrori del passato (clicca per leggere), e mi riferisco a Napolitano,  ad opera di chi ne consuma altrettanti nel presente (clicca per leggere). I popoli dell’Europa mediterranea, a causa delle sanguinarie politiche di austerity avallate e difese anche dal nostro Presidente della Repubblica, stanno vivendo un vero e proprio Olocausto paragonabile per dolore e sofferenza a quello subito dagli ebrei durante l’infame dominio hitleriano. Non è una iperbole, né una provocazione. Quale altro termine può essere infatti utilizzato per definire una condizione nella quale, vedi la Grecia, moltissime mamme sono costrette a lasciare i rispettivi bimbi negli orfanotrofi perché incapaci di acquistare il minimo indispensabile per sfamarli (clicca per leggere)? Conosco già l’obiezione degli ipocriti di fronte ad un accostamento tanto crudo utile per smascherarne la ferocia e il freddo sadismo. “Non è paragonabile lo sterminio degli ebrei alla sofferenza attuale del popolo greco.  Il primo caso è opera della volontà assassina di un sistema politico criminale; mentre il secondo è figlio di una congiuntura economica negativa che prescinde dall’agire dei governi e sorvola la volontà dell’uomo”. Sappiate che questo argomento è assolutamente falso. E vi dimostro il perché.  Quasi un secolo fa, precisamente nel 1926, Keynes scriveva un importante pamphlet dal titolo “La fine del laissez-faire”. La miseria e la disoccupazione di massa erano avvertiti come gravi problemi anche all’epoca, quando, in attesa di sprofondare nelle sabbie mobili del secondo conflitto mondiale per mano dei nazisti, il consolidarsi dell’ingiustizia sociale favoriva il rapido concretizzarsi dell’imminente catastrofe. Deriva tra l’altro ampiamente anticipata da Keynes all’interno di un testo vagamente profetico del 1919 e significativamente titolato “Le conseguenze economiche della pace”. E’ bene preliminarmente ricordare che al tempo di Keynes l’ortodossia neoliberista era, se possibile, perfino più forte di quanto non lo sia ai nostri giorni. La legge di Say, quella che afferma che è l’offerta che crea la propria domanda, era da tutti accettata quasi fosse Vangelo, e, di fronte all’aggravarsi delle tensioni sociali, le cosiddette élite non trovavano di meglio da fare se non consigliare ai governi di voltarsi dall’altra parte in attesa che, per opera e virtù dello Spirito Santo, le cose improvvisamente cominciassero a migliorare. Un quadro,  sono certo che ne converrete con me, allo stesso tempo antico e attualissimo. Keynes, con la forza della passione e dell’intelligenza, riuscì per primo a incrinare finte verità apparentemente granitiche,  indicando al mondo una diversa e migliore prospettiva. Ma a distanza di qualche decennio l’umanità sembra avere dolosamente dimenticato la lezione del genio inglese. E pensare che per uscire dal tunnel nel quale la tecnocrazia europea ci ha cacciati basterebbe rileggere qualche immortale passo vergato dall’economista che cambiò il corso della Storia. Ma torniamo all’opuscolo “La fine del laissez-faire”. Keynes spiega che “l’idea secondo la quale il perseguimento dell’interesse egoistico finisca sempre con l’inglobare la realizzazione dell’interesse generale non ha fondamento scientifico”. Tale impostazione ha origine nel dibattito filosofico innestatosi in Europa a partire dalla fine del XVII secolo, allorquando il “diritto divino dei monarchi cedeva il posto alla libertà naturale e al contratto”. Su queste basi l’avvento della dottrina di Darwin, volta a dimostrare la correlazione inscindibile tra il miglioramento della specie e il soccombere dei più deboli, finiva con l’offrire trasversalmente ai fautori del libero mercato e del laissez-faire una formidabile arma concettuale. Si consolida perciò il principio della “sopravvivenza del più idoneo”. E’ anche vero che la retorica liberista traeva linfa pure della pochezza e dell’irrilevanza delle alternative proposte. “Il protezionismo e il marxismo”, continuava Keynes,  “sono caratterizzati da pura debolezza logica”. Keynes non si capacitava di come il marxismo, da lui considerato “illogico” e “stupido”, potesse esercitare una influenza così durevole nella mente di tanti uomini. In maniera analoga oggi i difensori dello status quo turbo-liberista beneficiano della stravaganza di alcune teorie alternative propugnate da chi, gridando al cambiamento, finisce più o meno consapevolmente per puntellare l’esistente. Ieri il protezionismo o il marxismo oggi la decrescita e il grillismo fautore di uno scellerato aumento della tassazione sui consumi.  Dopo una esauriente e precisa analisi volta a chiarire genesi e prodromi del problemi da affrontare, Keynes sceglie di  affondare il colpo: “Liberiamoci dai principi metafisici o generali sui quali, di tempo in tempo, si è basato il laissez-faire. Il mondo non è governato dall’alto in modo che gli interessi privati e quelli sociali coincidano sempre; ne è condotto quaggiù in modo che in pratica essi coincidano. Non è una deduzione corretta dai principi di economia che l’interesse egoistico illuminato operi sempre nell’interesse pubblico. Ne è vero che l’interesse egoistico sia generalmente illuminato (…). Dobbiamo tendere a separare quei servizi che sono tecnicamente sociali da quelli che sono tecnicamente individuali. L’azione più importante dello Stato si riferisce non a quelle attività che gli individui privati esplicano già, ma a quelle funzioni che cadano al di fuori del raggio di azione degli individui, a quelle decisioni che nessuno compie se non vengono compiute dallo Stato. La cosa importante per il governo non è fare ciò che gli individui fanno già, e farlo un po’ meglio o un po’ peggio, ma fare ciò che presentemente non si fa del tutto (…). Molti dei maggiori mali economici del nostro tempo sono frutto del rischio, dell’incertezza e dell’ignoranza. E’ perché certi individui, fortunati per condizione o per abilità, sono in grado di trarre vantaggio dall’incertezza e dall’ignoranza, e anche perché i grossi affari sono spesso una lotteria, che si creano forti diseguaglianze di ricchezza; e questi stessi fattori sono pure causa della disoccupazione dei lavoratori e della delusione di ragionevoli aspettative commerciali e dell’indebolimento dell’efficienza e della produzione. Tuttavia la cura è al di fuori dell’operato degli individui; può essere nell’interesse degli individui perfino di aggravare il male. Credo che il rimedio per tali cose si debba cercare in parte nel controllo deliberato della moneta e del credito da parte di una istituzione centrale (…). C’è più sapienza e buon senso in queste poche righe che nell’insieme delle analisi sciatte e false di tutti i nostri economisti e politologi che pontificano quotidianamente a pagamento a reti unificate. Conscio della profonda rivoluzione culturale incardinata dai suoi ragionamenti, desideroso di prevenire attacchi strumentali da parte dei più reazionari fra i sacerdoti del tempio, Keynes si premurò infine di precisare: “Abbiamo diretto queste riflessioni verso possibili miglioramenti della tecnica del capitalismo moderno per mezzo dell’azione collettiva. Non vi è nulla in esse che sia seriamente incompatibile con quella che mi pare la caratteristica essenziale del capitalismo, ossia la dipendenza da un estremo appello all’istinto del guadagno e all’amore del denaro da parte degli individui come la forza motrice principale della macchina economica (…). Prima di Keynes era possibile sbagliare in buona fede. Oggi no. E’ chiaro adesso perché i greci possono essere pacificamente definiti popolo vittima di un nuovo, lucido, coerente e pre-ordinato Olocausto?

    Francesco Maria Toscano

    27/01/2014

    Categorie: Editoriale

    4 Commenti

    1. ugo scrive:

      I Greci. I Greci sono la punta dell’iceberg. Sotto quella punta ci stanno tanti altri, noi compresi.

    2. marco giannini scrive:

      C’è una inesattezza.
      Grillo spesso indica alcune strade che piacciono a lui (ben sottolineando che però non è un economista nè un esperto) così, a naso. Quando lo fa dice chiaramente che non è il programma del m5s nè una sua idea certa.
      Il “grillismo” non esiste. E’ un termine inventato dal pd e ripetuto talmente tante volte che adesso è divenuto per il cervello familiare.Quindi lo crede vero. La Costituzione Italiana è stata difesa dal grillismo, Berlusconi è decaduto per i grillisti, il reddito minimo è messo a conoscenza per il grillista, nessun grillino ha pendenze penali e grazie ai grilleggianti emergono i lobbiesti, le slot, gli F35, lo sconcio immane della TAV, molte proposte di svolta sociale (green economy vera, reale, sblocco concorsi produttivi, la denuncia del piano catastrofico pro multinazionali di Napolitano/Letta/Renzi ecc ecc Inoltre anche il pentastellato inesperto che subirà il REATO di scouting si è rivelato un flop. I m5s che si son venduti sono pochi, pochissimi e come esperienza ci son stati errori certo, ma hanno imparato anche in fretta.

      • il Moralista scrive:

        Quale sarebbe l’inesattezza? Il grillismo, inteso come esegesi del pensiero di chi ha presa sulla pubblica opinione, esiste nei fatti così come esiste il renzismo e il berlusconismo. Quanto alle cose sacrosante che ricordi a maggior gloria del Movimento 5 stelle, sottoscrivo. Così come ribadisco l’assoluta stravaganza di proposte come quella di tassare di consumi che non possono essere derubricate a mero folklore. Ma, al contrario , certificano l’inconsistenza della proposta macroeconomica dei pentastellati che giocoforza finisce (inconsapevolmente?) per rafforzare l’esistente. Tanto ti dovevo.

    3. […] Fonte: http://www.ilmoralista.it/2014/01/27/lolocausto-greco-spiegato-con-le-lenti-di-keynes/ […]

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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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