untitledVi siete mai chiesti a cosa serve la politica? Pensate mai cosa ne sarebbe della nostra società in assenza dei pubblici poteri? Se riuscissimo ad eliminare in un sol colpo sprechi, partiti e Palazzi le disuguaglianze sostanziali aumenterebbero o finirebbero col ridursi? Sappiate che il sogno di ogni plutocrate è quello di ridicolizzare, parcellizzare e infine paralizzare la rappresentanza democratica. Perché? Perché più lo Stato è debole più la forza economica del privato si espande. La normativa sul lavoro, l’edificazione dello Stato sociale e la tutela pensionistica rispondono all’esigenza di contemperare lo strapotere del denaro, consentendo anche a chi non dispone di grandi patrimoni di vivere una esistenza libera e dignitosa. Il sistema capitalistico, alla prova dei fatti, è quello che più di ogni altro ha permesso all’Uomo di emanciparsi dall’indigenza e dal bisogno. Le alternative sistemiche, dal comunismo alla riscoperta tardiva del modello “curtense”, rappresentano poco più che sbiadite suggestioni. Ma il capitalismo non è tutto uguale. Se con il termine capitalismo ci limitiamo ad indicare l’attitudine a produrre per il fine del profitto mettiamo certamente tutti d’accordo. Quando poi però cerchiamo di individuare un punto di equilibrio in grado di coniugare l’interesse generale con le aspettative egoistiche del singolo le ricette immediatamente divergono. E’ storicamente provato come il capitalismo lasciato a briglie completamente sciolte produca aberrazione, miseria e sfruttamento. Per convincersene basta leggere qualche romanzo di Dickens, immedesimandosi nelle fatiche dei fanciulli costretti a lavorare in fabbrica per pochi spiccioli con turni massacranti. Esiste però una turpe genia, fatta di tecnocrati ingrassati a dismisura da un manipolo di avidi milionari, che giustifica le prassi più abiette richiamando a sproposito “la dura legge della domanda e dell’offerta”. Quesito: in assenza di poteri terzi e regolatori, quale interesse finirà sempre per prevalere nella “libera dinamica” tra soggetti portatori di diversa forza contrattuale? Detta in altri termini: come farà il disoccupato piegato dalla fame e dalla paura ad imporre al suo ipotetico datore di lavoro la sottoscrizione di un accordo equo? Semplicemente non farà. Ecco perché la retorica “liberista”, quella che impreca notte e giorno contro il mercato ingessato dalle regole, si limita in realtà ad avallare le ragioni del più forte ammantando l’arbitrio di ipocrita idealità. Quindi ora sappiamo con certezza che l’indebolimento del potere pubblico cristallizza ed esaspera le sperequazioni drammatiche che il capitalismo inerzialmente favorisce e produce. Solo nella sua versione keynesiana, infatti, il capitalismo può tenere insieme libertà e giustizia sociale. Ma una visone keynesiana della società non potrà mai trionfare in assenza di un potere pubblico forte, libero, indipendente e autorevole. Chiediamoci adesso: le forze che promuovono una costante delegittimazione dei luoghi nei quali si esercita la rappresentanza democratica (aboliamo Province e Senato!) quali interessi servono? Quelli dei plutocrati che vivono la democrazia alla stregua di un inutile orpello, o quelli del popolino alla mercé del magnate di turno? Da Mani Pulite in avanti, da quando cioè la politica di professione è stata sostituita dal cabarettismo e dall’improvvisazione, la condizione dei non garantiti è migliorata o peggiorata? Naturalmente è peggiorata. Perché? Perché il grande capitale si difende benissimo da solo, mentre gli interessi dei più deboli possono avere qualche chance di successo solo se nella misura in cui si organizzano e fanno massa critica. I partiti e i sindacati, nonostante le idiozie predicate dal Grillo di turno, non vanno aboliti o superati. Vanno invece migliorati nonché liberati da oligarchie affamatrici e assassine che svendono quotidianamente i diritti degli associati per averne poi un ritorno personale in termini di denaro e di potere. Tutti i sindacalisti più importanti, finito il lavoro sporco, finiscono guarda caso in Parlamento. Così come tutti i politicanti nemici del popolo, presto o tardi, vengono lautamente ricompensati con contratti milionari generosamente elargiti delle solite banche d’affari internazionali. La tanto vituperata prima Repubblica esprimeva una classe dirigente colta che opponeva una visione alla forza bruta del denaro. Oggi invece, reciso il legame che teneva insieme politica e cultura, siamo tutti tenuti in ostaggio da un manipolo di avventurieri che non coltiva altra ambizione se non quella di vendersi al miglior offerente. Ripeto: la soluzione non è quella di distruggere tutto (così facendo si favoriscono solo gli interressi privati prevalenti) ma di ricostruire dal basso. Con pazienza, fatica, costanza e impegno. Lo so, è difficile, ma alternative serie purtroppo non ne vedo.

    Francesco Maria Toscano

    26/02/2014

    Categorie: Editoriale

    4 Commenti

    1. Ivan scrive:

      Condivido ma non qualche particolare che non ritengo irrilevante. Lei dice che esistono varie declinazioni di capitalismo: dal capitalismo “buono” al capitalismo assoluto, passando per formule intermedie più o meno accettabili eticamente. Almeno, questo è quel che mi par di capire dal suo discorso. Scrive anche: “Se con il termine capitalismo ci limitiamo ad indicare l’attitudine a produrre per il fine del profitto…”.
      Io penso che il capitalismo, in quanto tale, non possa esser considerato buono proprio perché è il perseguimento del profitto con ogni mezzo; lei, invece, indica quest’attitudine solo come una delle possibilità. Se così non fosse, ossia se il capitalismo non mirasse unicamente al mero guadagno sarebbe, per dirla con Severino, altro da sé, dunque non capitalismo ma qualcos’altro. Poi, concordo che sia opportuno limitare la portata nefasta del capitalismo attraverso correttivi che permettano, come giustamente fa notare, una vita dignitosa (potremmo discutere sul termine dignitosa) a chiunque, anche ai meno fortunati. Sono convinto che il ridimensionamento della becera competizione economica, però, debba essere considerata solamente una condizione pro tempore, con l’intento di ridiscutere completamente questo sistema. A differenza sua, penso che si possa trovare un’alternativa o, quantomeno, che si debba provare a superare lo status quo nel suo complesso. Il capitalismo, mi permetta un’ultima critica, non ha migliorato la condizione del più debole ma l’ha solo modificata facendone uno schiavo solo in maniera differente… sempre schiavo resta.

    2. aleale scrive:

      Il compianto Cossiga, lo stesso D’Alema hanno sostenuto questa posizione per anni, e di certo non avenavo tutti i torti. La politica come mediazione fra interessi dei forti e quelli dell’intera popolazione rappresenta la più importante conquista della cività contemporanea. Del resto non è un caso che il periodo di tangentopoli coincida con il primo grande assalto delle banche allo Stato italiano. Il problema tutto italiano rimane quello della corruzione (facciamocene una ragione, da noi è molto molto di più che altrove!), quando i politici non si accontentano di detenere il potere per fronteggiare grandi gruppi di affari ma pretendono un’alta contropartita in denaro a loro non spettante. Se la nostra classe politica non fosse stata tanto corrotta non avremmo mai prestato il fianco ai predoni, che al contrario l’opinine pubblica percepisce ancora come dei benefattori che ci traghetteranno verso la modernità. Soltanto un rinnovamento totale dell’intero sistema politico (non solo della sua classe) con serie regolamentazioni su corruzione e conflitti di interessi (con pene esemplari e certe) permetterà all’Italia di ritornare allo status di democrazia. Sono quelle riforme che, guarda caso, Monti e Letta non hanno fatto e che nemmeno Renzi farà.

    3. ugo scrive:

      Toscano: “Per convincersene basta leggere qualche romanzo di Dickens, immedesimandosi nelle fatiche dei fanciulli costretti a lavorare in fabbrica per pochi spiccioli con turni massacranti.”

      E’ un’immagine pittoresca ma che è ormai relegata al passato. Per spirito di modernità e aderenza al reale contemporaneo ci vuole un nuovo Dickens che si occupi di ritrarre lo squallido mondo in cui sia dato di immedesimarsi nelle fatiche degli anziani costretti a lavorare in fabbrica (o altrove) per pochi spiccioli con turni massacranti.

    Commenta a aleale


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      Francesco Maria Toscano, nato a Gioia Tauro il 28/05/1979 è giornalista pubblicista e avvocato. Ha scritto per Luigi Pellegrini Editore il saggio storico politico "Capolinea". Ha collaborato con la "Gazzetta del Sud" ed è opinionista politico per la trasmissione televisiva "Perfidia" in onda su Telespazio Calabria.

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